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Avrebbero dovuto trascorre sull’isola di Bhashan Char solo “14 giorni di quarantena”. Sono passati mesi e circa 300 rohingya si trovano ancora sull'”Isola galleggiante” emersa solo nel 2006 dall’accumulo di limo e detriti che il fiume Meghna versa nel Golfo del Bengala. Una superficie di 40 chilometri quadrati, mai abitata e soggetta a cicloni e continue inondazioni, che le autorità consideravano come la soluzione alla mancanza di terra abitabile nel Paese, tra i più densamente popolati al mondo. Una “prigione” per centinaia di rohingya che sono stati portati sull’isola dopo aver tentato di raggiungere via mare la Malesia.

Privati dei loro diritti e vittime di leggi discriminatorie, i rohingya sono una delle minoranze più perseguitate al mondo. Da decenni il gruppo etnico musulmano che risiede nello Stato del Rakhine, nel nord ovest della Birmania (Myanmar) a maggioranza buddista, subisce repressioni e violenze che nel 2017 sfociarono in una grave crisi umanitaria. Omicidi di massa, stupri di gruppo, distruzione delle abitazioni da parte delle forze di sicurezza birmane portarono l’Alto Commissariato dell’Onu per i diritti umani a parlare di “pulizia etnica”. Oltre 700mila rohingya fuggirono così nel vicino Bangladesh trovando riparo a Cox’s Bazar, il più grande campo profughi del mondo che oggi ospita circa un milione di persone. Uomini, donne e bambini vivono accampati in tende e baracche con un accesso limitato all’acqua potabile, ai servizi igienici e alla cure mediche. Condizioni già precarie che peggiorano giorno dopo giorno mentre continua a crescere l’ostilità del Paese nei confronti dei rohingya.

La solidarietà dimostrata dal Bangladesh nella fase iniziale della crisi si sta infatti indebolendo sempre più. Le autorità hanno messo in atto una serie di restrizioni che di fatto isolano la minoranza: costretti a restare nei campi circondati da filo spinato e sorvegliati dai militari, i rohingya non possono lavorare, non hanno accesso all’informazione e ai servizi di comunicazione e ai più piccoli è stata negata l’istruzione. Abbandonato dalla comunità internazionale, il Paese si è trovato a dover gestire il crescente malcontento della povera popolazione locale che ha sofferto l’arrivo di migliaia di rifugiati. Negli anni, le autorità del Bangladesh hanno provato più volte a rimpatriare i rohingya, ma i tentativi sono sempre falliti per il rifiuto degli stessi rifugiati di tornare nel Paese che non ha ancora intenzione di concedere loro la cittadinanza. Secondo Amnesty International, “le condizioni in Birmania, dove continuano a essere commessi crimini contro l’umanità, non favoriscono ancora il ritorno sicuro, dignitoso e volontario” dei rifugiati. E per Dacca la situazione si sta facendo sempre più insostenibile.

Il governo ha affermato più volte di voler sgomberare la baraccopoli di Cox’s Bazar e così ora, “per ridurre l’affollamento nei campi”, ha iniziato a spostare migliaia di persone a Bhashan Char. Sull’isola, secondo quanto dichiarato dal vice funzionario del governo responsabile dei rifugiati Mohammed Shamsud Douza all’agenzia Reuters, sono già state costruite abitazioni per ospitare 100mila persone. “Non forzeremo nessuno a trasferirsi”, ha spiegato il rappresentate anche se le organizzazioni umanitarie parlano di false promesse, minacce e pagamenti in denaro per convincere i rifugiati a spostarsi sull’isola dove, dalla scorsa primavera, ci sono già circa 300 rohingya. Il gruppo di uomini, donne e bambini, dopo aver tentato di lasciare il Paese e raggiungere la Malesia in barca, era stato recuperato dalla Marina militare nelle acque del Bangladesh e trasportato sull’isola “per la quarantena di 14 giorni”. Ancora oggi vivono lì. “Chiedo al governo di portarci dalla nostra famiglia nel campo profughi di Cox’s Bazar”, ha spiegato ad Amnesty International una giovane 27enne che aveva intrapreso il viaggio con i sue tre figli piccoli per raggiungere il marito in Malesia. “Tutto questo è peggio di una prigione“. Privati della loro libertà di movimento, i rifugiati sull’isola non hanno un accesso adeguato alle cure mediche e sono spesso molestati sessualmente, minacciati e picchiati. Per denunciare le violenze subite, molti hanno fatto ricorso allo sciopero della fame, ma Dacca tira dritto e procede con i trasferimenti.

Nonostante gli appelli di diverse associazioni per i diritti umani, il governo ha iniziato in questi giorni a ricollocare sull’isola migliaia di rifugiati. L’Onu ha spiegato di aver ricevuto “informazioni limitate” sui trasferimenti e ha chiesto alle autorità locali di poter fare delle “valutazioni tecniche sulla sicurezza del posto prima di qualsiasi spostamento”. “Le autorità dovrebbero interrompere immediatamente la ricollocazione di altri rifugiati, restituire quelli sull’isola alle loro famiglie e comunità nel Bangladesh continentale e seguire il giusto processo che includa la piena e significativa partecipazione dei rifugiati a qualsiasi piano per il loro trasferimento”, ha dichiarato Saad Hammadi, attivista di Amnesty International per l’Asia meridionale. Secondo quanto riferito da Human Rights Watch, le autorità avrebbero preparato un elenco di 4mila rohingya da trasferire sull’isola a loro insaputa. “Non ho idea di come sia apparso il mio nome lì, ma non l’ho mai messo volontariamente su quella lista”, ha raccontato un rifugiato all’Ong. “Ho saputo di essere nell’elenco solo dopo che l’autorità del campo mi ha chiamato nel suo ufficio e me lo ha detto. Dopo di che, sono fuggito e ora stanno cercando me e la mia famiglia”. Da parte sua il governo ha più volte garantito che nessuno sarà forzato a trasferirsi e per convincere i rohingya a spostarsi dai campi profughi ha organizzato alcune visite guidate sull’isola definita “pronta e sicura”. “Sono abbastanza soddisfatto delle disposizioni lì. Hanno alloggi migliori, moschee e mercati. E il governo ha promesso che non mancheranno gli aiuti”, ha raccontato Mohammad Hanif, rappresentante di un campo di Cox’s Bazar, mentre chi ha sollevato dubbi sulle sistemazioni è stato subito zittito.

“I rohingya a Cox’s Bazar affrontano molti problemi. I campi sono sovraffollati, ma spostare le persone su un’isola dove non hanno protezione o supporto da agenzie umanitarie internazionali non è la risposta”, ha dichiarato Ismail Wolff, direttore regionale di Fortify Rights. “Al momento, l’isola è un centro di detenzione”.