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Sembrano lontani i tempi in cui dall’Europa si levavano scudi contro i progetti di Donald Trump volti ad innalzare nuovi muri al confine con il Messico. Era il 2016, il rafforzamento della frontiera meridionale degli Stati Uniti per il tycoon newyorkese costituiva un punto di forza della sua campagna elettorale. Ma anche un fattore in grado di attirare critiche dal Vecchio Continente. Ma oggi è proprio in Europa che la strategia dei nuovi muri sembra aver attecchito. Le varie emergenze migratorie degli ultimi anni hanno lasciato il segno. E alla retorica sull’accoglienza sta iniziando a contrapporsi l’esigenza, pratica e reale, di presidiare le frontiere. Non solo in Polonia, teatro dell’ultima crisi migratoria, ma anche in altre parti. Il 2021 può essere considerato l’anno dei muri. Ne sono sorti ben tre e due di questi riguardano i confini esterni dell’Ue.

Il nuovo muro tra Polonia e Bielorussia

Quando i numeri a Varsavia si sono fatti pesanti, il governo ha subito intuito la vera drammaticità del problema. Ossia, che l’aumento di migranti dalla Bielorussia altro non era che un nuovo capitolo dello scontro tra Bruxelles e Minsk. La nuova rotta dell’immigrazione, capace di coinvolgere una Polonia già molto restia alle politiche di accoglienza e tra le promotrici del gruppo di Visegrad, ha avuto le sembianze di uno scontro politico. Per questo l’esecutivo polacco non ha esitato a blindare le frontiere. Nell’immediato ha inviato qualcosa come dodicimila soldati a presidiare le linee più calde del confine. Ma subito dopo ha messo in atto tutte le iniziative necessarie per costruire un vero e proprio muro. L’Europa non ha potuto fare altro che prenderne nota. Timidamente a ottobre il presidente della commissione, Ursula Von Der Leyen, ha dichiarato l’intenzione di Bruxelles di non finanziare la nuova barriera. Ma poche ore dopo il capogruppo del Ppe all’Europarlamento, Manfred Weber, l’ha smentita. Quest’ultimo ha fatto sapere di non porre eventuali obiezioni alla costruzione di un muro tra Polonia e Bielorussia.

Segno di un cambiamento di rotto molto evidente. Davanti alla cosiddetta “guerra ibrida” mandata avanti da Minsk, l’Europa si è rivelata pronta a non ostacolare la formazione di nuove barriere. Per Varsavia un vero e proprio via libera. Pochi giorni fa il ministro dell’Interno polacco Mariusz Kaminsky ha confermato il via libera all’iter per innalzare il nuovo muro. L’opera sarà lunga 180 km e alta 5.5 metri. Entro il 15 dicembre la posa della prima pietra, entro il giugno 2022 i cantieri saranno chiusi. In tal modo, prima della prossima estate, la Polonia spera di avere già funzionante il nuovo muro ed evitare nuovi ricatti dalla Bielorussia. La battaglia politica sulla barriera è destinata a spostarsi sul suo finanziamento. Il costo dell’opera in totale dovrebbe aggirarsi intorno ai 353 milioni di Euro. In soccorso a Varsavia per l’emergenza immigrazione sono in arrivo da Bruxelles 140 milioni di Euro. Ma l’esecutivo comunitario ha vietato alla Polonia di spendere questa cifra per finanziare in parte il muro. I soldi per la barriera cioè devono essere solo polacchi e non dell’Ue. Un modo forse per la commissione europea di rimanere “pulita” con la sua politica anti muri, pur di fatto sostenendo (anche indirettamente) la blindatura del confine.

Il muro in Grecia

La nuova barriera tra Polonia e Bielorussia non è la prima ad essere costruita nel 2021. Già ad agosto a fare discutere è stato un altro muro. Si tratta di quello posto lungo il confine terrestre tra Grecia e Turchia. Anche in questa zona di migranti negli anni scorsi ne sono transitati parecchi. E anche qui più volte sono andati in scena ricatti verso l’Ue. Ankara, quando doveva battere cassa a Bruxelles o voleva ottenere appoggi politici, non ha esitato ad aprire le frontiere. Dal canto suo Atene, pur attirandosi critiche dall’Europa, ha attuato la stessa strategia vista di recente in Polonia. Ossia schierare i militari e presidiare i punti più critici. Successivamente il governo guidato da Kiryakos Mitsotakis ha iniziato a costruire un muro. Prima solo lungo un parte del confine, ad agosto invece sono stati stanziati i fondi per ultimare definitivamente l’opera.

Il 20 agosto il ministro della Difesa greco Nikolaos Panagiotopulos ha visitato i luoghi dove la lunga barriera è pronta ad entrare in funzione: “Dobbiamo assolutamente agire – ha dichiarato il rappresentante dell’esecutivo ellenico ai giornalisti – non possiamo restare a guardare”. In totale, il muro è lungo 40 km ed è dotato anche di filo spinato, posti di guardia e impianti di videosorveglianza. Una vera e propria lingua di cemento e acciaio pronta a ostacolare i futuri tentativi di ingresso irregolare dalla Turchia. I lavori sono andati avanti a tempo di record. L’opinione pubblica ellenica a più riprese si è mostrata favorevole a questa maggiore blindatura dei confini terrestri.

Erdogan blinda i confini con l’Iran

Se la Grecia ha preferito guardarsi dalla Turchia, a sua volta Ankara ha deciso di chiudere le proprie frontiere con Teheran. Da qui passano i migranti provenienti dall’Afghanistan. Non è un caso che di muro con l’Iran si è ricominciato a parlare dall’arrivo dei talebani a Kabul. La presa del potere da parte degli studenti coranici ha scatenato un vero e proprio esodo, con centinaia di migranti in fuga verso occidente. Il territorio iraniano costituisce la via principale per raggiungere prima la Turchia e, da qui, l’Europa. Per questo il presidente Recep Tayyip Erdogan ha avviato la costruzione di una maxi barriera lunga quasi 300 km. Una parte del confine era già presidiata da un muro, ma adesso si sta dando vita alla costruzione di un’imponente opera capace di blindare quasi tutta la frontiera.

Le due emergenze migratorie del 2021, quella cioè bielorussa e afghana, hanno dato grande impulso alla strategia dei muri. Davanti all’avanzare delle due crisi, i governi coinvolti hanno scelto di controllare meglio i confini. Ma di certo quella delle maxi barriere è una tematica sdoganata già da anni. La costruzione in Europa di ben due muri in pochi mesi, ha certificato tra le altre cose il fallimento delle politiche comunitarie in tema di immigrazione. Nessuno si fida più della retorica e delle belle parole. Gli Stati che ricevono ondate di profughi vogliono cautelarsi. Anche a costo di spendere milioni di Euro per potenziare ogni singolo presidio.