Nei giorni scorsi Luigi Di Maio ha scelto il Marocco come primo Paese da visitare in qualità di ministro degli Esteri. E non si è trattato di una scelta casuale. Rabat è infatti un partner strategico per il nostro Paese, in quanto in esso operano 200 aziende italiane e i rapporti con il governo locale sono sempre stati ottimi negli ultimi anni. Ma, al di là di questi aspetti pur non secondari, per Di Maio era importante andare in Marocco per una semplice ragione: la questione migratoria.

In Marocco per accelerare i rimpatri

Sull’immigrazione il leader politico del Movimento Cinque Stelle si sta giocando le carte per provare a sopravvivere politicamente. La sua è una scelta di campo precisa: Di Maio ha infatti assunto, all’interno del governo Conte II, il ruolo del “Salvini” dell’esecutivo giallorosso. Si spiegano così le sue reazioni molto stizzite, a differenza di un raggiante Giuseppe Conte, quando a settembre si è parlato di redistribuzione dei migranti in Europa, circostanza questa poi rivelatasi come una mera frittata politica servita ad uso e consumo di un’opinione pubblica perplessa sull’aumento degli sbarchi. E per ribadire ancor di più la sua posizione, in qualità di ministro degli Esteri Di Maio si è lanciato in una delle più delicate imprese sul tema migratorio: i rimpatri.

Il 4 ottobre scorso il capo politico dei grillini ha presentato il decreto per accelerare i rimpatri. Una serie di norme volte ad abbattere da due anni a quattro mesi le procedure per far tornare in patria quei migranti che non hanno diritto d’asilo. Per attuare questo intento, tra le altre cose, è stata creata una lista di 13 Paesi ritenuti sicuri i cui cittadini presenti in Italia avranno l’onere di dimostrare concreti motivi per chiedere protezione. Un’inversione dell’onere della prova che, nelle previsioni di Di Maio, servirà ad abbattere i tempi attuali delle procedure.

Le rotte dei migranti per raggiungere l'Europa (Infografica di Alberto Bellotto)
Le rotte dei migranti per raggiungere l’Europa (Infografica di Alberto Bellotto)

In quella lista figura anche il Marocco. Qui guerre non ce ne sono, Rabat in questi anni sta puntando molto nel dare all’estero un’immagine di paese in crescita, che pochi mesi fa è stato in grado di avviare il primo sistema ferroviario ad alta velocità in nord Africa e che, fino all’anno scorso, ha coltivato l’ambizione di ospitare i mondiali di calcio 2026, poi assegnati al trio Usa – Messico – Canada. Tutte condizioni che hanno posto Di Maio, nel giorno della visita dell’1 novembre scorso, nella situazione di poter rivendicare un successo politico. Arrivando in Marocco infatti, il ministro degli esteri, battendo sul tema immigrazione, ha potuto mostrare di aver iniziato concretamente a lavorare per attuare il decreto sui rimpatri.

La richiesta di Di Maio al Marocco

Quel decreto, presentato alla Farnesina assieme al ministro della giustizia Bonafede, a molti è apparso un libro dei sogni. Ed in effetti non è così lontano dall’utopia. A parte il fatto che in quella lista di 13 paesi appaiono alcuni errori grossolani, come l’inserimento ad esempio dell’Ucraina, in guerra dal 2014 e dunque non propriamente sicuro, ma attuare accordi in tempi brevi con tutti i governi delle nazioni in questione è molto difficile. Per di più, tra i paesi ritenuti sicuri, solo la Tunisia presenta numeri importanti di migranti sbarcati in Italia. Il Marocco però si è presentato per Di Maio come una grande occasione per dimostrare di voler lavorare concretamente sui rimpatri. Questo perché, oltre ad essere un paese in pace ed in buoni rapporti con l’Italia, Rabat già 21 anni fa ha firmato con Roma un’intesa sui rimpatri dei cittadini marocchini arrivati irregolarmente nel nostro paese.

Di Maio, nello stringere la mano al suo omologo a Rabat, ha quindi potuto tirar fuori dal cassetto quell’accordo datato 1998 e chiedere di renderlo esecutivo. Fino ad oggi infatti, l’intesa è rimasta lettera morta e non è stata ratificata. Ed il Marocco dal canto suo, si è detto disponibile a rispondere positivamente alle richieste provenienti dall’Italia. Il governo locale sta imparando le lezioni offerte dal caso libico e turco e cioè che, sul tema immigrazione, è possibile giocarsi importanti occasioni, tanto economiche quanto politiche. Con la Spagna ad esempio, Rabat ha strappato intese per milioni di Euro per ricevere assistenza alle proprie forze al fine di controllare i confini e far diminuire le partenze verso la penisola iberica. Inoltre, il Marocco, come sottolineato dalla giornalista Laura Canali, può usare la carta immigrazione per chiedere agli interlocutori di riconoscere la propria sovranità sul Sahara occidentale, spina nel fianco della diplomazia marocchina.

Dunque, sia Di Maio che Nasser Bourita, ministro degli Esteri del governo di Rabat, hanno avuto tutto l’interesse a mandare in porto richieste ed accordi. E dal canto suo, il leader politico del M5S tornando in Italia ha potuto rivendicare il proprio operato sul tema che più gli sta a cuore: quello appunto dei rimpatri.

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