La geopolitica della corsa allo spazio
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Il mese di maggio decreta l’inizio della stagione dei monsoni nella regione del Myanmar e attraversare il mare per i Rohingya, che cercano ancora una terra da abitare, è sempre più pericoloso. Lo scorso sabato, 17 persone tra adulti e bambini hanno perso la vita: la loro barca si è capovolta. Save the Children ha registrato che “molti dei corpi trovati senza vita erano di bambini di età compresa tra gli 11 e i 12 anni, secondo i rapporti locali. Più di 50 persone rimangono disperse”. Non si tratta di un singolo episodio, ma dell’ennesimo incidente degli ultimi anni. Ogni anno centinaia di persone salgono su barche dismesse per raggiungere terre in cui poter vivere dignitosamente. Ma ogni volta un naufragio intercorre tra questo popolo e il loro obiettivo.

Quella dei Rohingya è una storia di persecuzione e sofferenza. Musulmani sunniti, i Rohingya parlano una lingua di ceppo indoeuropeo, sono originari del Rakhine, territorio della Birmania al confine con il Bangladesh, dove convivevano con la maggioranza buddista dello Stato, ma senza essere riconosciuti dal Paese, nonostante rappresentassero un terzo della popolazione. Sull’origine della loro etnia si hanno molte teorie ma poche certezze. Secondo alcuni la loro terra è il Myanmar da secoli; per qualcun altro hanno raggiunto quella terra solo nell’ultimo secolo. La loro presenza è attestata dal 1785, l’anno dell’invasione birmana che uccise migliaia di indigeni e molti Rohingya. I superstiti fuggirono nelle zone adiacenti sotto il controllo britannico. Quando gli inglesi conquistarono lo Stato dell’Arakan, nome antico del Rakhine, il popolo fu incentivato a migrare in quelle terre. I Rohingya si stabilirono così nel Bengala orientale dell’Arakan, che oggi è il Bangladesh.

La birmania ha ottenuto l’indipendenza nel 1948. Dopo il colpo di Stato che ha rovesciato il governo birmano nel 1962, i Rohingya sono stati discriminati perché ritenuti non appartenenti al Myanmar dalle autorità nazionaliste. A dimostrazione della loro mancata appartenenza a quelle terre, la legge sulla cittadinanza del 1982 non li include tra i gruppi etnici riconosciuti ufficialmente dal Paese. In Birmania un Rohingya necessita di un permesso speciale per viaggiare, ma anche per cercare lavoro, andare dal medico o partecipare ad un funerale. Alcuni di loro sono costretti al lavoro forzato, vengono arbitrariamente arrestati, le tasse per loro sono discriminanti e subiscono anche violenza fisica e psicologica. Ai giovani, invece, non è garantito il diritto all’istruzione. 

Anche i monaci buddisti si sono accaniti nei loro confronti. Li considerano una minaccia per la purezza religiosa buddista, motivo per cui non sono permessi i matrimoni misti. Il Movimento 999 a suon di “vivono sulla nostra terra, bevono la nostra acqua e non portano rispetto” rappresentano il gruppo portavoce di questa campagna. Il movimento è guidato da Ashin Wirathu, monaco buddista già incarcerato per 8 anni per incitamento all’odio. 

Il genocidio che li ha spinti alla fuga

L’inizio delle loro peregrinazioni è legato agli scontri del 2012, in cui sono stati saccheggiati e distrutti interi villaggi in seguito dello stupro e uccisione di una giovane donna buddista, Thida Htwe. Il primo apice della fuga dei Rohingya si è verificato nel 2015, quando circa 25mila profughi hanno abbandonato il Golfo del Bengala. L’emergenza migranti si è intensificata ulteriormente per la mancata accoglienza dei Paesi limitrofi. Nel 2017 l’esercito birmano ha dato vita ad un’operazione di pulizia etnica: violenze sessuali, incendi, stragi e crimini contro l’umanità hanno causato una forte ondata migratoria di civili costretti a scappare in Bangladesh, dove hanno trovato una sistemazione nel Cox’s Bazar, un grande campo profughi alla frontiera. Un accorto bilaterale tra Bangladesh e Myanmar aveva stabilito il rimpatrio della sfortunata popolazione Rohingya all’inizio del 2018. Diverse sono state le proteste per la difesa dei diritti umani che ne hanno causato il rinvio. Sono state le Nazioni Unite a definire quelle azioni come “pulizia etnica”: l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha parlato di genocidio, in relazione alla violenza delle forze di sicurezza birmane chiaramente intenzionate a distruggere il gruppo etnico. 

I Rohingya rischiano la vita in mare per fuggire dai campi profughi del Bangladesh
Campo improvvisato di Ukhia, distretto di Cox’s Bazar, Bangladesh, 30 luglio 2020

In questa vicenda ha un ruolo, più passivo che attivo, Aung San Suu kyi, che dal 2016 è stata Consigliera di Stato e alla guida del ministero degli Esteri. Contrariamente a quanto dice il suo Nobel per la pace, le sue azioni, o meglio non-azioni, si sono limitate alla richiesta di “rispettare la legge e l’ordine”. Nel mentre continuava ad omettere il termine “Rohingya” nei suoi discorsi, sostituendolo con “bengalesi” o “musulmani”. È arrivata anche a revocare il permesso alla Bbc per recarsi sui luoghi del conflitto. Le Nazioni Unite hanno stabilito che la leader “non ha usato la sua posizione di capo di fatto del governo, né la sua autorità morale, per contrastare o impedire lo svolgersi degli eventi nello stato di Rakhine”. Nel 2019 è stata chiamata dalla Corte di Giustizia dell’Aja a rispondere delle accuse di genocidio contro i Rohingya.  

Nel 2021 la leader birmana è stata arrestata in seguito ad un colpo di Stato, ma il Paese è caduto in un abisso di violenze che ha solo peggiorato la situazione della minoranza, ma anche di tutta la società civile birmana. La risoluzione delle Nazioni Unite del 2021 ha chiesto l’immediata cessazione delle ostilità e di tutte le violazioni delle leggi umanitarie da parte dell’esercito del Mynmar contro i Rohingya e le altre minoranze. 

Intanto la popolazione continuava ad organizzarsi per fuggire, unica soluzione per un popolo non riconosciuto, discriminato e senza via di uscita. All’ennesimo naufragio, Sultana Begum, Regional humanitarian Advocacy and Policy Manager di Save the Children, ha affermato: “Questo dovrebbe essere un campanello d’allarme per tutti noi. La lunga persecuzione del popolo Rohingya ha ora mietuto nuove vittime innocenti, tra cui anche bambini”. E ancora, “le passate esperienze di violenza, così come la povertà e l’insicurezza, spingono le famiglie Rohingya a compiere questi viaggi mortali in mare alla ricerca di una vita migliore”. Per le famiglie “queste traversate sono estremamente pericolose e coloro che fuggono rischiano la morte, gravi danni fisici e mentali e la malattia. La necessità di garantire che i Rohingya siano al sicuro, rispettati e protetti è più urgente che mai”. 

Prigionieri di un isola

Il capo dell’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati ha infatti accettato di aumentare il sostegno ai rifugiati trasferiti in un’isola sperduta e soggetta a inondazioni in Bangladesh. I rifugiati sono stati trasferiti sull’isola di Bahsan Char nel 2020, ma prima che le Nazioni Unite potessero verificare se fosse adatta ad ospitarli. Tra le motivazioni di questa scelta azzardata c’era anche la necessità di fronteggiare l’aggravante Covid. L’isola di Bahsan Char è emersa dal mare nel 2006, è costituita interamente da sedimenti di limo himalayano ed è nota per la sua vulnerabilità ai cicloni. Nulla ha fermato, però, la costruzione di abitazioni, negozi e moschee, tutto appositamente per i 100mila apolidi. Se non fosse per il piccolo particolare delle ostilità metereologiche che ogni anno sommergono le pianure di un metro d’acqua durante l’alta marea.

Il governo del Bangladesh aveva suggerito per la prima volta questa soluzione nel 2015, soluzione giudicata “difficile dal punto di vista logistico dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Nonostante questo, il Bangladesh ha comunque ordinato il loro reinsediamento nel 2017. Dal 2020 sono 29.116 i rifugiati Rohingya che possono lavorare e contribuire all’economia sull’isola, a patto che non ci si allontanino. Ed è proprio il limite di movimento imposto ai residenti che li ha spinti a fuggire disperatamente da una prigione in cui le acque rappresentano una barriera mortale. 

Le condizioni sono critiche anche per chi risiede ancora nelle terre del Bangladesh. A Shahjalal Upasahar, un quartiere povero nella città di Sylhet, nel Bangladesh nord-orientale, la stagione dei monsoni sta rendendo più complicata del solito la vita dei rifugiati del quartiere. Le forti piogge nella regione hanno innescato inondazioni pre-monsoniche la settimana scorsa e i fiumi Surma e Kushiara in piena hanno sommerso centinaia di villaggi. Oltre alla mancanza di acqua potabile e cibo, oltre 1,5 milioni di bambini erano a rischio di malattie trasmesse dall’acqua, annegamento e malnutrizione a causa delle inondazioni. Per i cittadini è impossibile vivere nelle proprie case, in cui l’acqua arriva alle ginocchia. Molti di loro si sono trasferiti nei rifugi istituiti dalla Shylet City Corporation. 

Nonostante gli elogi nei confronti del Bangladesh per aver accolto i rifugiati, in questi anni il Governo non solo non è riuscito a trovare una casa permanente per i Rohingya, ma non è riuscito neanche a garantire loro un soggiorno dignitoso nel loro Paese, abbandonandone altri in un’isola senza possibilità di scelta. 

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