Non esiste solo il muro che Donald J. Trump vuole potenziare alla frontiera tra gli Stati Uniti ed il Messico. L’America latina è infatti piena, da anni, di muri costruiti sotto governi tanto di destra come di sinistra e senza che il mondo abbia mai gridato allo scandalo. Alcuni li chiamano i “muri del silenzio”, proprio perché non attirano l’attenzione dei media mainstream, altri i “muri della vergogna” perché, al di là delle belle parole, il continente a sud del Rio Bravo (o Rio Grande se lo si guarda dagli Usa) è composto da paesi le cui società rimangono ancor oggi profondamente classiste e con differenze sociali che, se mai ci fossero in Europa, la Boldrini ci scriverebbe minimo una tesi di laurea mentre l’Onu si dichiarerebbe “indignata” e “costernata” come non mai.

Invece c’è chi può fare di tutto nella più assoluta impunità – è il caso per l’appunto dell’America latina con relativi governi, a prescindere dal colore politico – e chi, non appena comincia a denunciare un problema cercando, magari di porvi rimedio seppur in modo sbagliato – è il caso dell’Occidente inteso come vecchia Europa più Stati Uniti – viene mediaticamente messo in croce.

Di muri simbolo della segregazione sociale ed economica ne sono stati costruiti a decine negli ultimi trent’anni in America latina, senza che nessuno battesse ciglio e contribuendo così ad aumentare un divario sociale che, in molti casi, è diventato una vera e propria voragine. Una vergogna silenziosa, anzi silenziata, cui Gli Occhi della Guerra cerca di porre rimedio.

È il caso, ad esempio, di Lima, la capitale del Perù, dove trent’anni fa furono addirittura i gesuiti ad iniziare quello che la Bbc ha definito “il muro della vergogna” e che oggi separa una delle comunità più povere di Lima, quella di Pamplona Alta, dal ricco quartiere di Las Casuarinas. L’ordine religioso, come riportato dai media peruviani, diede inizio a quest’opera per proteggere il Collegio La Inmaculada de las Casuarinas da possibili invasioni e per timore che il terreno circostante perdesse di valore.A detta del geografo Manuel de los Santos dell’Università San Marcos, l’opera si fece in cinque giorni, lavorando giorno e notte con l’ausilio di gruppi elettrogeni: “i gesuiti avevano davvero fretta perché vedevano nelle invasioni dei senza casa una minaccia per i loro alunni” scrive il quotidiano peruviano La Republica. Era il 1985Poi, dal 1990 e complice una grande speculazione edilizia, altri hanno continuato quel muro alto tre metri che oggi arriva ad estendersi per oltre dieci chilometri, separando la crème de la crème dai miserabili di Lima.“Quando ero bambina andavo sulla montagna – racconta Mariela, un’abitante della zona povera – ed il passaggio era libero ma adesso non è più possibile. È stato chiuso, da un lato ci sono i ricchi dall’altro noi poveri. Per me è ingiusto.

Stesso “film” a Buenos Aires, in Argentina, nella Villa 31 (qui si chiamano “villa miseria” o semplicemente “villa” quelle che in Brasile sono le favelas) dove una recinzione di metallo nasconde le miserie di questo storico quartiere/slum (nasce all’inizio degli anni 30) dalla vista degli automobilisti che si dirigono al confinante Retiro, uno dei quartieri residenziali più chic dell’intera America latina, a due passi dall’Obelisco simbolo della capitale e meta obbligata dei turisti.

Naturalmente anche il Messico non è da meno. A Santa Fé, nel Distretto Federale, altro muro, altre divisioni sociali, stessa giustificazione: contenere la violenza e la delinquenza, come se i poveri dovessero essere per forza criminali. Quanto al Brasile – che a Rio de Janeiro ha demolito un’intera favela, Vila Autodromo, per fare spazio agli impianti delle Olimpiadi, gli steccati sociali sono all’ordine del giorno – da segnalare su tutti la separazione netta tra la favela di Paraisopolis ed il quartiere lussuoso del Morumbí, dove persino Tommaso Buscetta visse per un periodo di latitanza, in una villa spettacolare.Ovunque, insomma, la stessa storia. Condomini dorati trasformati in fortezze impossibili da espugnare, separazioni sempre più marcate tra chi ha e chi non ha. Il muro di Trump alla fine è servito anche a questo. A far tirare fuori altre storie, meno conosciute. Le storie di chi la segregazione la vive ogni giorno e non ha avuto neanche diritto allo sdegno dell’opinione pubblica mondiale né delle lobby multinazionali che oggi sono proprietari dei “grandi” media mainstream.

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