Quello delle migrazioni interne è un problema che affligge sempre più Paesi africani: oltre all’Europa, molti migranti tentano infatti di raggiungere i più ricchi e vicini Stati confinanti, che in molti casi hanno adottato decise misure di contenimento ed eretto vere e proprie barriere presso le frontiere più ”trafficate”. Uno dei casi più eclatanti è costituito dal ”Trump Wall” della Guinea Equatoriale, ma non mancano esempi più artigianali, come quello del Botswana e il suo confine in filo spinato. Vediamoli nel dettaglio.

Il Trump Wall d’Africa

Pur con le debite proporzioni, la Guinea Equatoriale e gli Stati Uniti hanno un inatteso punto in comune: entrambi confinano con Paesi più poveri e dalla forte spinta migratoria (il Camerun nel primo caso, il Messico nel secondo). Per questa ragione, le autorità equatoguineane hanno pensato di erigere un vero e proprio muro di confine, similmente a quanto promesso da tempo da Donald Trump negli States. A differenza di Washington, tuttavia, il minuscolo Stato africano (che conta solamente un milione di abitanti) sembra aver già messo in pratica quanto dichiarato: i primi cippi che delineano la futura barriera sono già stati posizionati, suscitando le ire del governo camerunense. La Guinea Equatoriale ha infatti una situazione particolare, essendo ricca di petrolio (scoperto nel 1990): un privilegio che la rende il quarto produttore di greggio per importanza nell’Africa subsahariana e al tempo stesso la allontana dalla condizione di povertà estrema dei suoi vicini. Ragioni, queste ultime, che possiamo considerare sufficientemente forti per diventare un ghiotto bersaglio per migliaia di migranti in cerca di fortuna. Come se non bastasse, il Camerun viene visto dalle autorità di Malabo come un Paese ostile, specialmente in seguito a un tentativo di colpo di stato che, nel 2017, sarebbe partito proprio dal territorio camerunense. La chiusura del confine (già in vigore sino allo scorso gennaio), dunque, sarebbe solo in parte motivata dalla volontà di arrestare l’afflusso di migranti e va ricondotta anche ai timori della famiglia Obiang, che governa il Paese sin dall’indipendenza.

Muri del Sud

Più a sud troviamo un altro esempio di barriera, più antiquata ma non per questo meno efficace: si tratta della frontiera tra Botswana e Zimbabwe, eretta nel 2003 e principalmente composta di filo spinato elettrificato. Una soluzione ben più artigianale di quanto messo in campo dalla Guinea Equatoriale, ma con motivazioni simili: l’artefice della recinzione, alta due metri e lunga ben 500 chilometri, è infatti il Botswana, Paese relativamente più ricco e stabile (ma anche molto meno popoloso, con due milioni di abitanti contro i 12 dello Zimbabwe) rispetto al suo vicino settentrionale. La frontiera ha quindi una duplice funzione, quella di arrestare il flusso di migranti in cerca di fortuna (ragione che spesso è motivo di tensione tra i due Paesi) e quella di controllo del bestiame, risorsa preziosissima ma spesso difficilmente controllabile in caso di confine aperto, oltre che fonte di contagio nel caso di epidemie. Ma non basta: le autorità botswane non sono le sole ad aver avuto un’idea simile nella regione, come dimostra il caso del Sudafrica. Qui, già nel 1975 il regime nazionalista bianco eresse un vero e proprio muro di contenimento, per evitare che la violenta guerra di decolonizzazione in corso in Mozambico potesse propagarsi anche all’interno dei propri confini. Si stima che in soli tre anni la barriera, potenziata con un sistema di elettrificazione da 3000 volt, abbia causato più morti che il Muro di Berlino nel corso della sua intera storia. Nonostante dal 2002 ad oggi siano stati fatti numerosi sforzi per rimuoverla, alcune sezioni sono ancora in piedi, in particolare per il timore di massicce spinte migratorie facilmente disperdibili all’interno della folta vegetazione del Kruger National Park, situato appena al di qua del confine tra i due Stati.

Barriere del Nord

Spingiamoci di nuovo a nord, per la precisione nel Maghreb: qui si trovano due degli esempi più noti di ”muri made in Africa”, entrambi aventi come protagonista, ma su fronti opposti, il Marocco. Nel primo caso infatti sono state proprio le autorità marocchine ad erigere questa lunghissima barriera di circa 2700 chilometri, che separa i territori delle Province meridionali (saldamente sotto controllo marocchino) dalla cosiddetta Zona Libera, ovvero la porzione orientale del Sahara occidentale de facto occupata dal Fronte Polisario, l’organizzazione che sin dalla fine del dominio coloniale spagnolo lotta per l’autodeterminazione di queste terre e che, temono le autorità di Rabat, potrebbe trarre non poco vantaggio da una rivolta all’interno dell’area marocchina. Il muro (o meglio i muri, trattandosi di ben sei livelli di difesa alti tre metri) corre attraverso lande desolate, ed è composto perlopiù di sabbia e roccia, con la presenza di torrette di avvistamento, mine antiuomo e bunker. La stessa presenza delle mine lo rende uno dei punti più pericolosi del pianeta, oltre che, grazie alla tecnologia radar, uno dei più sorvegliati.

Il secondo caso vede invece il Marocco essere ”parte offesa” nella vicenda e, più che di muro antiterroristico, possiamo parlare di vera e propria recinzione contro i migranti. Si tratta dei sistemi di fortificazione collocati dalla Spagna intorno a Ceuta e a Melilla, città autonome a tutti gli effetti sotto sovranità madrilena. Il Marocco, che non riconosce l’autorità di Madrid sull’area, ha obiettato per lungo tempo riguardo il massiccio spiegamento di tecnologia militare ai suoi confini, i soli direttamente esistenti tra l’Europa e un Paese africano. Nel caso di Melilla, dal 2005 esistono tre livelli di difesa esterni, tutti dotati di filo spinato ed elettrificazione e divisi da una rete stradale interna a disposizione delle pattuglie. Questo ammodernamento, voluto dall’amministrazione Zapatero, è costato 33 milioni di euro e si affianca a un simile intervento sul muro di Ceuta, quest’ultimo più sovente bersaglio dei tentativi di breccia da parte dei migranti, l’ultimo dei quali è occorso nell’agosto del 2019 e ha provocato il ferimento di undici agenti spagnoli.

Come abbiamo visto, anche in Africa non mancano i tentativi di blocco di eventuali minacce alla sicurezza interna mediante vere e proprie installazioni militari fisse: anche da qui, e dalle conseguenze della loro implementazione, passa la geopolitica di oggi nel Continente nero.

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