I fori dei proiettili ricoprono ancora le pareti della casa in cui Dalila (pseudonimo) viveva con i suoi due figli di 17 e 14 anni. La famiglia non voleva lasciare la regione di Catatumbo, nordest della Colombia, nonostante la zona fosse teatro di scontri continui tra fazioni rivali di gruppi armati insorgenti e l’esercito nazionale.

Almeno fino al giorno in cui tre uomini armati e in uniforme non si sono presentati alla porta di Dalila per reclutare i suoi figli.

La donna ha risposto che prima avrebbero dovuto ammazzarla. E allora le hanno dato qualche ora per fare i bagagli e sparire per sempre. “Omicidi, sparizioni, violenze sessuali, reclutamento forzato di minori come soldati, mine antiuomo vengono utilizzati come strumenti per il controllo del territorio da tre diversi gruppi armati”, spiega a Inside Over José Miguel Vivanco, direttore della divisione delle Americhe di Human Rights Watch (Hrw), organizzazione non governativa che ha raccolto 80 testimonianze dirette dalla regione

Dal 2017, il Catatumbo conta più di 40mila sfollati, costretti a lasciare la propria casa. “Qui ogni giorno ci sono due o tre morti, uccidono i responsabili delle comunità”, ha dichiarato un leader comunitario ai ricercatori. I dati ufficiali sono inferiori, ma comunque preoccupanti: nel 2018 si sono verificati 231 omicidi, un numero doppio rispetto al 2015.

Secondo il Procuratore generale colombiano, nove delle vittime nel 2017 erano attivisti per i diritti umani e leader comunitari. Una violenza così diffusa che, nemmeno 48 ore dopo la presentazione del rapporto, gli abitanti del municipio di Teorama rimanevano bloccati per una sparatoria tra l’Esercito di liberazione nazionale (Eln) e presunti dissidenti delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc), secondo quanto riportato dal quotidiano locale El Tiempo.

Il vuoto lasciato dalle Farc

La sotto regione di Catatumbo si trova al confine con il Venezuela, e questo la rende un passaggio chiave per il traffico di droga. Secondo la giornalista de El País Catalina Oquendo, la zona è un concentrato dei problemi che affliggono la Colombia da mezzo secolo: povertà radicata, coltivazioni illegali e presenza di gruppi armati.

Il Sistema integrato di Monitoraggio delle Nazioni Unite (Simci) ha rilevato come il Nord di Santander sia il secondo dipartimento con maggiore estensione di coltivazioni illegali, circa il 20% del totale nazionale.

“I gruppi armati sono in lotta tra di loro per riempire il vuoto lasciato dalle Farc nella regione di Catatumbo,” spiega Vivanco. Le Farc, la più potente organizzazione guerrigliera del paese, hanno infatti smobilitato dalla regione nel 2017 a seguito degli accordi di pace siglati con il governo colombiano dell’allora presidente Juan Manuel Santos.

A contendere il controllo del territorio sono l’Esercito di Liberazione Nazionale (Eln), una formazione guerrigliera di estrazione marxista attiva dal 1964, l’Esercito Popolare di Liberazione (Epl), formata nel 1967 e conosciuto anche con il soprannome Los Pelusos, e quei dissidenti delle Farc che non hanno accettato gli accordi di pace e la trasformazione in un partito legale.

Secondo il Ministero della Difesa Colombiano, l’Eln si sarebbe stabilito nella zona negli anni settanta, e avrebbe oggi circa 400 uomini operativi. L’Epl arrivò invece una ventina di anni più tardi, e oggi conterebbe con circa 200 effettivi nel territorio.

I venezuelani reclutati nelle coltivazioni di coca

A finire in mezzo al fuoco incrociato non sono però solo i contadini colombiani e i leader sociali, ma anche i venezuelani in fuga dal loro Paese.

L’ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell’Onu (Ocha) stima infatti che nel Catatumbo vivano almeno circa 25mila venezuelani, molto spesso senza documenti e in condizione di forte povertà. Come dimostrano le testimonianze contenute nel rapporto, per guadagnare qualcosa i migranti lavorano nelle coltivazioni illegali di coca. “Io mi occupo di raccoglierla, ma insieme a me ci sono anche bambini di 8 anni,” rivela un quattordicenne intervistato da Hrw.

L’organizzazione riporta che, dal 2017 a oggi, sono 47 le inchieste aperte per omicidi di venezuelani nella regione. La situazione potrebbe però essere peggiore, dato che i migranti evitano di sporgere denuncia per timore di essere rimpatriati. 

Gli sforzi non sufficienti a tutelare i diritti umani

Human Rights Watch imputa però al governo colombiano di Iván Duque di non stare facendo sufficienti sforzi per tutelare i diritti umani e per garantire compensazione alle vittime.

“La strategia non può essere unicamente militare: bisogna migliorare e aumentare l’assistenza umanitaria per le persone sfollate, regolarizzare i venezuelani, dare risorse alle procure locali e occuparsi della protezione preventiva delle comunità” sostiene Vivanco.

Lo scorso ottobre, il governo ha aumentato la presenza dell’esercito nella zona a 5600 soldatiMa il report di Hrw denuncia come questa scelta abbia esacerbato alcuni problemi: residenti e lavoratori delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani hanno infatti riportato atteggiamenti dei militari sprezzanti nei confronti dei civili, spesso accusati di essere complici della guerriglia. 

“Il presidente Duque ha riconosciuto i problemi della regione e sostiene che affronterà queste esigenze in modo integrale,” conclude Vivanco, “ora, speriamo che le dichiarazioni si traducano presto in un piano di azione.”