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Ci sono almeno tre rotte su cui ogni anno scorre il flusso migratorio via mare verso le nostre coste. Rotte conosciute, al pari delle dinamiche che le alimentano giorno dopo giorno. Quella che più, soprattutto sul fronte politico, desta costantemente le maggiori attenzioni è la tratta che parte dalla Libia. Da un Paese cioè senza un vero governo da molti anni e in cui è difficile trattare con autorità e forze locali. Poi c’è la rotta tunisina, la quale ha storicamente destato preoccupazione per via del fenomeno degli sbarchi fantasma e degli sbarchi autonomi. Quegli approdi cioè che avvengono direttamente con i barconi con cui si è partiti dalla costa africana o dalla nave madre da cui si è stati sganciati. Infine c’è la rotta turca. Forse le meno incisiva a livello numerico, ma non per questo la meno insidiosa. Quest’anno poi rischia di aggiungersi una nuova tratta inedita, quella cioè libanese.

L’impennata delle partenze da Libia e Tunisia

A destare le maggiori preoccupazioni sono anche quest’anno le rotte che hanno nelle coste libiche e tunisine le proprie basi di partenza. Due tratte da sempre prese in considerazione nel momento in cui l’andamento dei flussi migratori verso l’Italia appare in aumento, movimentate però da dinamiche molto differenti tra loro. La rotta libica è quella che ha storicamente creato grattacapi. Il motivo è molto semplice: soprattutto nella parte occidentale del Paese ad operare sono organizzazioni criminali transnazionali ramificate e potenti. L’assenza di un vero governo unitario e di forze statali capaci di controllare il territorio, ha impedito a Roma di avere interlocutori realmente in grado di fermare i trafficanti. Circostanza ancora oggi attuale.

Dalla Libia raramente partono i libici. In realtà a salpare sono soprattutto migranti dell’Africa subsahariana e che, tramite Niger e Mali, riescono a oltrepassare le porose frontiere libiche. Nel Paese arabo poi in migliaia vengono trattenuti dentro strutture di detenzione spesso non registrate e dove negli anni sono stati riscontrati abusi, torture e sevizie a danno dei migranti. Solo nell’ultima parte del viaggio i trafficanti spediscono verso la costa le persone che vogliono solcare il Mediterraneo. Oggi la situazione in Libia è sì più tranquilla, ma non meno problematica sul fronte migratorio. I due attuali principali contendenti per la carica di capo del governo, l’uscente (e riconosciuto a livello internazionale) Abdul Hamid Ddeibah e l’ex ministro dell’Interno Fathi Bashaga, starebbero lavorando per una riconciliazione. Un processo però lungo e dalle tante incognite. Per cui è lecito aspettarsi altre partenze e altri aumenti del flusso migratorio da questa parte del nord Africa.

In Tunisia invece a partire sono soprattutto gli stessi tunisini. Le dinamiche della rotta in questione sono quindi direttamente collegabili con l’andamento della situazione nel Paese. Dalle coste tunisine partono gran parte dei barconi che poi sbarcano autonomamente a Lampedusa. Tra Roma e Tunisi, a partire dal 1998, sono stati siglati numerosi accordi per il rimpatrio immediato di chi arriva nel nostro territorio, ma il continuo e costante flusso di approdi non ha mai reso semplici le procedure. L’aumento del trend degli sbarchi registrato negli ultimi giorni è dovuto soprattutto allo sbarco di migliaia di persone provenienti dalla Tunisia. Una situazione figlia del delicato periodo che sta attraversando il Paese. Sia a livello economico, con una povertà aumentata negli ultimi anni e con i prezzi dei beni di prima necessità sempre meno accessibili, che a livello politico. Possibile quindi attendersi, anche da questa rotta, nuovi significativi aumenti delle partenze.

Le dinamiche della rotta turca

Ma in Italia non si arriva via mare solo dal nord Africa. Sono cresciuti anno dopo anno gli approdi di coloro che partono dalla Turchia. Si tratta soprattutto di migranti originari del medio oriente, come siriani, iracheni, afghani e anche di persone provenienti da Paesi asiatici, come il Bangladesh. A gestire la tratta sono organizzazioni criminali formate da cittadini dell’est Europa o da trafficanti locali. La particolarità di questa rotta rispetto a quelle nordafricane è nei mezzi adoperati per le traversate. Non ci sono infatti barconi o gommoni, bensì navi più capienti e più grandi. Questo sia per motivi logistici, in quanto la tratta è più lunga rispetto a quella libica e tunisina, così come anche per motivi legati alla strategia attuata dai trafficanti, i quali spesso provano a mimetizzare le proprie imbarcazioni con quelle turistiche.

Termometro della rotta turca è la Calabria. Se qui aumentano gli sbarchi lungo la costa jonica, allora vuol dire che dall’Anatolia stanno salpando molti barconi. Negli ultimi giorni sono stati contati diversi approdi. Segno di come anche la tratta in questione è in fermento. Considerando il massiccio afflusso di afghani verso la Turchia lo scorso anno, quando i talebani hanno ripreso il potere a Kabul, è possibile attendersi dalla rotta anatolica un incremento di sbarchi nelle prossime settimane. Molti cittadini scappati dall’Afghanistan stanno riuscendo in questi mesi a trovare la via dell’Italia e dell’Europa, come testimoniano i numeri dello stesso Viminale aggiornati alla fine di luglio, secondo cui oltre tremila afghani sono sbarcati nel nostro Paese. Lo scorso anno nello stesso periodo la cifra era inferiore ai mille.

Gli spettri della rotta libanese

C’è poi un’altra tratta che in questo 2022 potrebbe alimentare ulteriormente il flusso di migranti. Si tratta di quella libanese, un vero e proprio “inedito” almeno fino a oggi. Di questa rotta al momento si conosce poco, soprattutto a livello numerico. Ma sono ben note le “potenzialità”. Il Libano è un Paese economicamente allo sbando. E non da oggi. Non cioè dalla crisi energetica e da quella alimentare causata dalla guerra in Ucraina. Beirut è dal 2019 che sta patendo una grave crisi finanziaria. L’esplosione che ha distrutto il porto della capitale il 4 agosto 2020 ha poi inferto il colpo di grazia a un sistema già collassato. Due terzi delle famiglie libanesi vivono al di sotto della soglia di povertà, molti servizi essenziali vengono erogati in modo drasticamente razionato, il carburante è diventato una merce rara da trovare e i prezzi del pane e della farina sono saliti alle stelle.

Una miscela esplosiva che ha già portato, dal 2019 a oggi, più di duecentomila libanesi a espatriare e a cercare fortuna altrove. Tra questi, c’è chi ha provato la via dell’emigrazione via mare verso Cipro. Un fenomeno talmente avvertito dalle autorità di Nicosia da portare alla stipula di un accordo con il governo di Beirut per l’immediato rimpatrio dei libanesi scoperti sull’isola. E così sempre più barconi potrebbero tentare la traversata verso l’Italia. A giugno in alcune operazioni di polizia svolte nel nord del Paese, soprattutto nell’area di Tripoli, sono emerse testimonianze di cittadini libanesi che hanno dichiarato di voler raggiungere la nostra penisola. Il primo luglio scorso media locali hanno parlato di navi con a bordo migranti libanesi fermate dalla “guardia costiera europea” (un possibile riferimento a Frontex) non lontano dalle coste italiane e spedite verso la Grecia. Se la situazione in Libano non dovesse migliorare, in estate molti barconi da qui potrebbero raggiungere la Sicilia o la Calabria.

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