Uno dei campi di accoglienza per i profughi provenienti dalle coste di Smirne a Lesbo è stato danneggiato gravemente da un incendio nella giornata di domenica, stando a quanto riportato dalla testata tedesca Deutsche Welle. Il fatto, che stando alle prime rilevazioni e differentemente da quanto accaduto lo scorso lunedì in un altro centro dell’isola non sarebbe di natura dolosa, si è verificato in un magazzino nel quale erano stipate le scorte di viveri e gli elettrodomestici in uso nel campo profughi. Secondo quanto riferito dalle autorità, l’evento accaduto a Moria non ha riportato vittime, nonostante abbia danneggiato le capacità logistiche del campo, già in grave difficoltà a causa del suo sovraffollamento. Le indagini sono al momento ancora in corso, nell’attesa di stabilire con esattezza quali siano state le cause dell’incendio.

Lesbo e le isole dell’Egeo sono al collasso

Senza considerare i numeri in arrivo dalla Turchia – che per la la loro maggioranza sono stati dirottati verso la frontiera terrestre – la situazione attuale delle isole dell’Egeo è drammatica, con i centri di accoglienza che accolgono quasi fino a 10 volte i numeri per il quale erano stati predisposti. Nel solo campo profughi di Moria a Lesbo sarebbero infatti presenti al momento oltre 21mila profughi, contro i nemmeno 3mila per i quali era stato originariamente adibito. E in questa situazione, la gestione dell’igiene e dell’ordine pubblico è diventato quanto mai difficile, così come la convivenza con la popolazione greca dell’isola di Lesbo.

Sono proprio gli impatti sociali che il nuovo flusso migratorio rischia di creare alla base delle preoccupazioni non soltanto della popolazione insulare ma anche del governo della Grecia, ormai impegnato in una lotta su più fronti. Impegnato infatti a contrastare l’avanzata umana sulla terraferma ed a respingere le imbarcazioni che partono dalla città di Smirne, il governo di Atene deve fare i conti anche con le insurrezioni popolari contrarie all’accoglienza e che negli scorsi giorni hanno provocato scontri con le forze dell’ordine elleniche. E, oltre a Lesbo, la stessa situazione viene vissuta quotidianamente anche dalle isole di Chio e di Samo, dove il programma di potenziamento dei campi di accoglienza ha subito delle dure contestazioni e della forte opposizione da parte non solo dei cittadini ma soprattutto delle autorità locali.

La Grecia rischia di ribellarsi

Le tensioni provocate nella popolazione dalla nuova mole di incombenze per il Paese causato dal flusso migratorio in arrivo dalla Turchia rischia di degenerare in disordini pubblici diffusi all’interno della Grecia. Nonostante nelle ultime ore il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan abbia fatto un parziale marcia indietro volta a bloccare nuovamente i passaggi, il flusso migratorio che è stato creato non è minimamente gestibile dalla Grecia. Questa incapacità nel far fronte alla crisi non deriva però semplicemente dalla resistenza armata di confine – che anche grazie all’annunciato sostegno estero sarebbe possibile – deriva principalmente dalle tensioni interne che rischiano di diventare un serio problema per il governo di Kiriakos Mitsotakis.

Fino a questo momento, salvo qualche sporadica manifestazione popolare in giro per l’Europa e soprattutto in Germania, la linea tenuta da Bruxelles sembra diretta a bloccare l’afflusso, appoggiando le tesi di difesa dei confini desiderate per anni dal gruppo di Visegrad. Tuttavia, non tutte le forze in gioco sono favorevoli ad un respingimento in blocco dei migranti, come evidenziato dalle unità danesi in forza a Frontex che hanno trasbordato 33 migranti dalle coste di Smirne all’isola di Chio, provocando l’ira della popolazione locale e le accuse di sabotaggio alle operazioni di respingimento.

L’Europa mantiene le distanze

Nonostante in questi giorni si siano susseguiti i proclami a favore e contro la chiusura delle frontiere, la sensazione è che per l’ennesima volta Bruxelles voglia osservare la situazione da distanza, forte delle migliaia di chilometri che la separano dai confini dell’Europa. E nonostante Ungheria e Austria abbiano sollevato la necessità di irrigidire i controlli di confine – porgendo con Viktor Orban una mano ad Atene – nessuna carta è stata ancora realmente scoperta. Alla base di questo distacco probabilmente ci sono delle volontà di temporeggiamento, nell’attesa che la situazione si delinei e sia più chiaro comprendere quale sia il migliore piano d’azione. Tuttavia, in questo limbo a farsi carico delle problematiche è per l’ennesima volta la Grecia, colpevole soltanto di essere una delle frontiere dell’Unione europea.

Le preoccupazioni – soprattutto da parte della popolazione della Grecia – è che presto o tardi dagli alti palazzi europei giunga l’ordine di aprire le frontiere, con la promessa di una ridistribuzione. Tale eventualità rischia però di diventare una bomba ad orologeria che danneggerebbe il già instabile scenario sociale del Paese, cui popolazione è ancora vessata non soltanto dai problemi di natura migratoria ma pure di carattere economico. E in questo contesto, lo scoppio di rivolte risulta essere più una certezza che una eventualità, considerando come le forze di Alba Dorata si siano già schierate in prima linea nel contrasto all’immigrazione. Con la Grecia che, ancora una volta, sembra destinata a tenere banco nelle discussioni europee dei prossimi mesi, iniziando un nuovo inverno migratorio dall’esito assai incerto.