Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Esternalizzare il problema migranti portando gli hotspot al di là dei confini europei, possibilmente in Africa. È questo uno dei piani teorizzati nel Consiglio e su cui puntano molti governi dell’Unione europea. Se nessuno vuole immigrati sul proprio territorio, allora che si portino altrove i centri di identificazione, di smistamento e di rimpatrio, i famosi hotspot.

Ma la soluzione auspicata da molti governi rischia di naufragare perché questi si dimenticano un passaggio fondamentale. E cioè che gli Stati africani non vogliono diventare il confine esterno dell’Ue.

Perché gli Stati africani dicono “no”

I Paesi dell’Africa settentrionale hanno risposto in blocco “no” all’idea paventata da Bruxelles. Non c’è un Paese che abbia accolto favorevolmente l’ipotesi idi ospitare hotspot europei per migranti provenienti dal Sahel. E i motivi sono abbastanza evidenti.

Da un punto di vista politico, gli Stati africani non si considerano responsabili del flusso dei migranti né ritengono corretto che i loro territori siano presi come “parcheggi”. I governi della fascia mediterranea dell’Africa considerano questi flussi un problema di ordine pubblico. E in altri casi, se non un problema, uno strumento di pressione nei confronti dell’Europa, decidendo come e quando aprire i rubinetti della tratta di esseri umani.

Da un punto di vista culturale, inoltre, gli Stati africani non tollerano la presenza militare degli Stati europei, ricordano il passato (neanche troppo remoto) coloniale. I governi sarebbero immediatamente preda delle opposizioni che avrebbero in mano una carta fondamentale per mobilitare i cittadini. E il rischio che in queste proteste si uniscano rivoltosi in grado di dare una sterzata violenta è molto facile.

Il fronte comune degli Stati nordafricani

Gli Stati della fascia settentrionale dell’Africa sembrano uniti in una strategia condivisa. Non appena dal Consiglio europeo sono trapelate le possibilità di esternalizzare la questione migranti, tutti hanno avuto la stessa reazione: contrarietà assoluta.

Il Marocco, Paese tra l’altro menzionato nel documento finale del Consiglio europeo, si è dichiarato contrario a qualsiasi ipotesi sugli hotspot sul suo territorio. Il ministro degli Esteri marocchino, Nasser Bourita, incontrando a Rabat il suo omologo spagnolo Josep Borrell ha confermato che “il Marocco respinge e ha sempre respinto questo genere di metodi per la gestione della questione dei flussi migratori”.

Gli ha fatto eco il ministro degli Esteri algerino, Abdelkader Messahel, che a Radio France International ha detto di escludere ogni  tipo di centro di detenzione sul proprio territorio. “Affrontiamo già gli stessi problemi. Procediamo a dei rimpatri, ma lo facciamo secondo gli accordi che abbiamo con i Paesi vicini”, ha dichiarato il ministro algerino. “Non mi interesso direttamente a quello che gli europei possono fare. Sono affari loro. Credo che gli europei abbiano sufficienti capacità, mezzi e immaginazione per gestire questo tipo di situazione”

Della stessa idea il ministro degli Esteri tunisino Khemaies Jhinaoui. In un’intervista al quotidiano Al Arab, il ministro ha detto: “Non accettiamo di aprire queste piattaforme per accogliere e riunire i migranti irregolari sul nostro suolo, è una proposta che non risolve il problema lo sposta semplicemente dal mare alla terraferma”. Jhinaoui ha inoltre ribadito che “la Tunisia protegge i propri confini e quindi assolve nel migliore dei modi ai propri doveri”.

Haftar contro gli hotspot l’Italia

In Libia la situazione appare anche più complessa. Ed è quello il Paese su cui punta invece l’Italia. Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, ha affermato che il suo esercito non tollererà “alcuna presenza militare straniera” in Libia. Il leader libico considera la questione migratorie come un “pretesto” per invadere il territorio africano.

Parole molto importanti che indicano quali siano i problemi che si trova ad affrontare il nostro Paese, dove al di sotto della Sicilia non ha soltanto uno Stato quasi fallito, ma fazioni che possono usare gli hotspot come arma politica per colpire il governo di Fayez Al Serraj, nostro interlocutore.

La mano della Francia

Come se non bastasse, a complicare i piani dell’Italia e di chi progetta centri in Africa, c’è la Francia. Non è un mistero che Parigi e Roma abbiano rapporti molto turbolenti. Come non è un mistero che la Francia abbia il controllo di molte aree del Sahel, dove passano le tratte di migranti.

La Francia, e il suo presidente Emmanuel Macron, hanno un peso specifico notevole. Prova ne è che nelle ultime ore il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha ribadito il ruolo di leadership italiana in Libia contro la possibile che sia Parigi a guidare un’eventuale operazione nel Fezzan per controllare la tratta di migranti.

Del resto, la presenza di migliaia di militari impegnati nelle diverse operazioni del Sahel, unite ai legami politici e d’intelligence con tutti i governi dell’ex impero coloniale, rendono la posizione francese molto vantaggiosa. Macron ha la chiave per fermare e regolare alcuni di questi flussi. E può imporsi sui governi locali. E questo, l’Italia rischia di pagarlo. Perché anche in Libia Macron ci sta scalzando.

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