Diversità = creatività: è questa l’equazione posta in essere da molti fautori della teoria secondo cui l’immigrazioneall’interno delle varie società è positiva per l’economia. Più gruppi etnici sono presenti, più aumenta il confronto tra più culture o più modi di intendere il lavoro e, di conseguenza, a beneficiare sarebbero sia la creatività che quindi la stessa economia. Ma adesso questo presupposto di base sarebbe smontato dai dati empirici rilevati in questi ultimi anni, caratterizzati soprattutto in Europa da un flusso costante di migranti soltanto adesso in fase di diminuzione.

“Nessun effetto positivo dalla diversità”

In parole povere, più gruppi etnici e di diverse influenze culturali sono presenti all’interno di una determinata comunità, più ci sarebbe un’automatica spinta verso la condivisione di più idee e quindi un maggior salutare confronto tra diverse visioni. Questo almeno sostengono coloro che vedono nell’immigrazione e nell’integrazione un aspetto positivo per l’economia.

Ma, come scrive Daniele Scalea su La Verità, tutto questo è smentito da molti studi effettuati negli ultimi anni. Sarah Harvey ad esempio, mostra con i suoi esperimenti sociali che i membri di un gruppo formato da più identità etniche faticano ad elaborare in modo creativo le proprie idee. Anzi, c’è maggiore difficoltà di comunicazione, questo si traduce nell’impossibilità di arrivare ad amalgamare le idee con grave danno per la stessa produttività.

È la stessa conclusione a cui arriva lo psicologo Tomas Chamorro-Premuzic, secondo cui la difficoltà maggiore data dalla diversità all’interno di un gruppo riguarda proprio la mancata implementazione delle singole idee diverse. Una conclusione a cui lo studioso arriva dopo aver preso in esame diecimila gruppi tra omogenei e diversificati.

Un esempio citato dallo stesso Scalea, riguarda l’afflusso di scienziati russi negli Usa dopo l’implosione dell’Urss: nonostante l’approdo in nord America di professionisti che arrivano da un paese diverso e con una propria e ben differente tradizione scientifica, non si riscontra alcun aumento significativo della produttività negli Usa all’interno dello stesso mondo scientifico. Anzi, per l’appunto, più gruppi etnici convivono (spesso forzatamente) dentro una comunità di qualsiasi tipo e più diventa difficile la stessa comunicazione. Ed è qui che si hanno gli effetti più deleteri per la produttività.

Aumentano le disuguaglianze

La ragione per la quale in economia si diffondono idee volte ad elogiare la diversità interna a determinati gruppi risiede forse nella necessità di dare una giustificazione teorica ad un’esigenza materiale insita nelle economie occidentali: ossia quella dell’importazione di manodopera. In Europa ad esempio i lavori manuali hanno sempre meno “successo”: mancano sempre più persone in grado di svolgere questo tipo di mansioni e ci si rivolge all’immigrazione.

E questo accade sia perché gran parte dei giovani da trent’anni a questa parte sceglie altre vie e si è meno disposti ad intraprendere un certo tipo di carriera, sia perché la diminuzione demografica fa mancare sempre più persone ricadenti all’interno della fascia d’età lavorativa. Da qui il bisogno quasi urgente di importare dall’esterno manodopera e quindi favorire l’afflusso di persone dal terzo mondo.

Ma questa strategia per l’immigrazione, oltre che dalle discutibili implicazioni etiche, presenta lacune importanti sul piano pratico. La manodopera non qualificata che arriva da paesi extra europei fa abbassare il costo del lavoro, causando maggiori disuguaglianze. Al possibile aumento del Pil derivante dall’afflusso di nuovi migranti, negli anni non corrisponde l’aumento del Pil pro capite.

L’errore di fondo è spesso nello stesso modus operandi adottato da queste teorie economiche, consistente nel tenere in conto solo i numeri senza badare a cosa si cela dietro le cifre dell’immigrazione. Tutto viene affidato ad un “semplice” calcolo: se manca un determinato numero per colmare il vuoto lasciato dalla mancanza di manodopera europea, allora basta sostituire quelle unità con gente che arriva da fuori. Ma tra le persone che approdano in Europa, vi sono culture, etnie e visioni diametralmente opposte non solo rispetto al paese ospitante, ma anche tra gli stessi gruppi che arrivano nel vecchio continente.

Una diversità che quindi può essere non sempre utile per l’economia. Vale per le qualifiche più importanti, così come per la manodopera: diversità implica maggiore difficoltà nella comunicazione, possibile emersione di tensioni interne e, nei ceti meno abbienti, aumento della disuguaglianza. In poche parole, anche le teorie economiche iniziano ad avvertire come deleterio il fenomeno migratorio.

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