Nel giugno 2018, con migliaia di persone scese in piazza per protestare contro la riforma fiscale capace di rendere ancor più indifese le fasce deboli della popolazione in Giordania, uno scambio di battute su Twitter tra il primo ministro Omar Razzaz e un giovane studente, Qutaiba Bashabsheh, divenne ben presto virale. Il ragazzo si limitò a chiedere con 280 caratteri al leader politico del suo paese se non fosse giunto il momento giusto per migrare altrove. Un hashtag, #Hajer_Ya_Ya_Qutaibah (Qutaiba dovrebbe migrare, in arabo), venne in pochi minuti rilanciato su decine di migliaia di profili. Razzaz rispose in soldoni: “Resta. Possiamo costruire il Paese insieme”.

Da mesi ormai la situazione in Giordania è a dir poco esplosiva. Il Paese vive una crisi economica senza precedenti, col debito pubblico passato in otto anni dal 57% al 94% del Prodotto interno lordo, complici anche la corruzione e l’inefficienza dei precedenti governi. I sussidi sociali per i più poveri (otto milioni di persone) sono stati tagliati di netto, il costo del carburante è cresciuto del 500% nel 2018 e la disoccupazione è al 18%. Quella giovanile, poi, sfiora il 40 con la piaga del lavoro minorile in costante aumento: secondo l’Unicef in Giordania il numero di bambini lavoratori è raddoppiato dal 2007: sarebbero 76mila, dei quali 44mila impiegati in lavori a rischio. Per tutte queste ragioni il tweet di Qutaiba è diventato un caso nazionale.

Tra le cause della crisi economica ci sono la diminuzione degli investimenti esteri, a favore invece di Paesi confinanti e dell’area mediorientale come l’Egitto, che garantirebbe alle imprese condizioni fiscali ben più allettanti, ma pure l’aumento delle spese militari per finanziare le oltre mille missioni svolte a supporto degli Stati Uniti nella lotta all’Isis e la salvaguardia del confine con la Siria, 224 chilometri pattugliati a tappeto per evitare infiltrazioni di Daesh, specie dopo la caduta di roccaforti come Mosul e Raqqa. L’instabilità della regione, poi, ha inevitabilmente dato il via ad un processo di migrazione davvero difficile da gestire.

Il numero totale di rifugiati in Giordania è di 740.160, al momento dell’ultima rilevazione, e quindi da ritoccare verso l’alto. Dall’inizio della crisi in Siria ha accolto migranti in quantità non solo siriani ma anche iracheni, yemeniti, sudanesi, somali e di altre nazionalità. Per non parlare dei palestinesi già giunti ad est del Giordano negli scorsi anni. La Giordania ha la seconda più alta percentuale di rifugiati rispetto alla sua popolazione nel mondo: 89 rifugiati ogni mille abitanti. E i costi di gestione sono diventati insostenibili: circa 2,9 miliardi di dollari (l’8% del Pil della Giordania) e, secondo i rapporti del governo, solo il 5,5% è stato coperto dalla comunità internazionale.

Il paradosso, dunque, è che uno tra i paesi più accoglienti del mondo è diventato invivibile per i suoi stessi cittadini. Secondo il recente rapporto di Gallup sul Potential Net Migration Index (Pnmi), il 27% dei giovani giordani e il 29% della “popolazione altamente istruita” vorrebbero emigrare altrove. E con “popolazione altamente istruita” si fa riferimento a persone che hanno completato quattro anni di istruzione oltre la scuola superiore o hanno l’equivalente di una laurea di primo livello.

Le testimonianze raccolte dal Jordan Times fanno riflettere. Mohammad Ramahi, 24 anni, ha detto che emigrare potrebbe essere la sua “unica risorsa”, a causa delle condizioni di vita sempre più costose e dei salari “molto scarsi” (lo stipendio medio in Giordania è inferiore ai 500 dollari americani al mese).

Nihal Zaatar, 25 anni, è di avviso diverso: “La situazione non è abbastanza grave da costringerci a lasciare il nostro paese. Anche se dovessimo morire di fame, resteremmo a proteggerlo con la nostra vita e il nostro sangue”.

Khaled Sinjalawi, 25 anni, sostiene che la migrazione non sia sempre la soluzione, perché ci sono diversi fattori che determinano il successo di questo passo. “Ci sono barriere culturali, sociali e linguistiche. Non si tratta solo di lavoro e denaro”.

C’è poi tutto il discorso relativo alle donne, per cui l’ipotesi di cambiare aria non è così facile da concepire, e se potessero esprimere un desiderio scevro dagli obblighi sociali di certo farebbero alzare ancor di più la percentuale di insofferenti.

Anche se queste cifre esprimono solo il desiderio di migrare e non i contorni di una migrazione vera e propria, il professore di sociologia Maissa Rawashdeh ha detto che numeri del genere indicano “un senso di appartenenza e di sicurezza sociale in diminuzione tra le persone”. Con conseguenze impossibili da calcolare nel breve periodo ma potenzialmente devastanti nel medio-lungo periodo. Secondo Rawashdeh la pressione fiscale e l’aumento dei prezzi non sarebbero gli unici ostacoli per le giovani generazioni, e la limitata possibilità di partecipare alla vita politica e la piccola quantità di sostegno dato all’innovazione, giocherebbero un ruolo altrettanto importante nella disaffezione dei membri altamente istruiti della società.
La monarchia hascemita, col sostegno di Paesi del Golfo seppur dalle posizioni ambigue come l’Arabia Saudita, ha avuto il pregio di riuscire ad arginare l’avanzata di Daesh, e prima ancora di presentarsi come interlocutore potenziale per risolvere il conflitto arabo-israeliano, ma nel paradiso dell’accoglienza il malcontento interno aumenta.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME