Continua a crescere in Germania la violenza contro i rifugiati. Una crescita che negli ultimi quattro anni ha assunto proporzioni esponenziali. Come riportato dallo Spiegel, nel 2016 siamo a 797 casi di attacchi contro alloggi di rifugiati. Un dato destinano a salire da qui a fine anno. Quattro volte tanto rispetto al 2014, e più di 10 volte se comparato al 2013, quando gli attacchi erano stati 69. Confermati i livelli allarmanti del 2015, quando erano avvenuti complessivamente 1031 episodi di violenza. Fra quelli di quest’anno, 740 risultano essere “politicamente motivati“, secondo quanto riferisce il Bundeskriminalamt, la polizia federale da cui lo Spiegel riprende i dati. Si segnalano inoltre 61 incendi dolosi e 4 casi di uso di esplosivi.LEGGI ANCHE: In Europa come a MosulPrima imputata, secondo quanto riferito dalla polizia, l’estrema destra, responsabile nel 2016 anche di 11 tentati omicidi. Un fenomeno allarmante e fuori controllo, in un Paese dove la xenofobia trova meno spazio che altrove nel dibattito pubblico e nei media. Si tratta in diversi casi – come denunciato in passato dalle forze dell’ordine – di gruppi armati e organizzati. In altri, invece, di episodi non premeditati, dovuti alla frustrazione di un Paese che sta cambiando volto.Tre i fattori principali di questa impennata di violenza. In primo luogo, l’afflusso senza precedenti di profughi, che ha prodotto in una parte della popolazione tedesca, soprattutto a est, un forte risentimento. Le violenze di capodanno a Colonia e gli episodi di terrorismo di quest’estate non hanno fatto che rafforzare questo clima di sospetto. Come mi spiega una rifugiata afghana che vive a Kaiserslautern, dopo l’arrivo di un milione di profughi lo scorso anno niente è più lo stesso. È cambiato il modo in cui la popolazione, prima molto accogliente, guarda ai musulmani e agli stranieri. Crescono diffidenza e paura.Un altro fattore da non sottovalutare sono le condizioni sociali e lavorative che stanno subendo un rapido mutamento, e non certo in meglio. In nessun altro Paese in Europa così poche persone possono permettersi di comprarsi una casa, anche dopo una vita di lavoro. In nessun altro le disuguaglianze sono così marcate, la mobilità sociale ridotta. Spuntano ovunque i cosiddetti Minijob, lavoretti che arrivano a una retribuzione massima di 450 euro al mese. E poi, come negli Usa, per chi non ha un posto fisso c’è il problema dell’assicurazione medica, capace di rendere la vita un inferno. Il risultato è che un bambino su cinque vive sotto la soglia di povertà e metà della popolazione è senza alcun patrimonio netto.La competizione sfrenata sta producendo non solo poveri, ma anche un numero crescente di disadattati, condannati a una vita di precariato, a una rincorsa affannosa di posti di lavoro sempre meno appetibili. Qui subentra l’ultimo punto: un vuoto culturale enorme, che si apre in una società che non ha più tempo di fermarsi a riflettere su se stessa. Che non può o non vuole pensare al fatto che la ricchezza e il successo sono un fatto che riguarda una fascia sempre più esigua della popolazione.banner_cristianiLa Germania sta cambiando volto. Inutile illudersi che si tratti di un fenomeno transitorio. Pegida ha festeggiato pochi giorni fa i suoi primi due anni di vita, e il partito Alternativa per la Germania dopo tre anni e mezzo di attività è più forte che mai. È fin troppo facile, parlando di Germania, liquidare questa parte crescente della popolazione come nazisti. Se non mancano frange di nostalgici, è vero d’altra parte che si tratta in larga parte di fenomeni nuovi che rispondono a una società in mutamento. La violenza c’è e resta, e crescono insicurezza e paura. La Germania, a lungo immune dal razzismo a causa del suo passato e del nazismo, non è più un’eccezione in Europa.

Nel campo comunista di Goli Otok
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