La Corte Suprema ha autorizzato l’amministrazione Biden a revocare il programma di immigrazione dell’era trumpiana che implica la permanenza forzata in Messico dei richiedenti asilo che arrivano al confine mentre i loro casi venivano esaminati nei tribunali statunitensi. La decisione permetterebbe al presidente di riprendere in mano il controllo della sua politica sull’immigrazione. 

La discussione riguarda i Protocolli di protezione dei migranti (Pmp) messi in atto dall’amministrazione Trump, conosciuto come politica del “Remain in Mexico”, la quale prevede che alcuni richiedenti asilo che entrano nel Paese ritornino in Messico in attesa dell’udienza. Secondo Donald Trump il programma era necessario per contrastare le numerose richieste di asilo “prive di fondamento” da parte dei migranti. Dopo l’introduzione della politica nel 2019, migliaia sono state le persone costrette ad accampare in tende insalubri, spesso vittime di violenze, rapimenti e stupri in città di confine messicane controllate dai cartelli, nella speranza di un’udienza. 

Con una votazione 5-4, la Corte ha dichiarato che il programma non è richiesto dalla legge federale sull’immigrazione. Il problema è che il governo non ha le possibilità per trattenere tutti. Così, l’amministrazione Biden ha spiegato che i funzionari federali possono rilasciare i richiedenti nel Paese in attesa delle udienze. 

Il presidente della Corte Suprema, Jhon G. Roberts Jr, ha affermato che la legge sull’immigrazione ha dato la possibilità al presidente di rimpatriare i migranti che arrivavano via terra nel paese da cui provenivano. Non è però un obbligo. La disposizione riporta la parola “può” e non “deve”. 

La lotta dell’amministrazione Biden è impegnata anche nella revoca del famoso Titolo 42, un’ordinanza che aveva lo scopo di impedire la diffusione del Covid-19, ma che celava la volontà di espellere i migranti ai confini con gli Stati Uniti. La questione è emersa all’inizio del mese di giugno, quando una carovana di 15mila migranti intendeva attraversare il Messico per arrivare negli Usa. Non era la prima, non sarebbe stata l’ultima. Si è ottenuta forse una risposta. 

Biden v. Texas

Subito dopo il suo arrivo nel gennaio 2021, Biden aveva dichiarato che l’amministrazione non avrebbe continuato a iscrivere i migranti nel programma di accoglienza, ordinandone una revisione. Avevano infatti affermato che la politica sottoponeva i richiedenti asilo a pericoli, come stupri e torture, e complicava i procedimenti legali. Secondo l’amministrazione Biden, quindi, i benefici del programma erano “superati dai costi interni, umanitari e di politica estera”. Il presidente aveva infatti provveduto a sospenderla da subito, ma si è trovato costretto a ripristinarla nell’agosto 2021. 

Texas e Missouri, Stati a guida repubblicana, avevano fatto causa per ripristinare il programma. La battaglia legale consisteva nel capire se le autorità di immigrazione, che avevano una capacità di detenzione inferiore rispetto al necessario, dovessero rispedire le persone in Messico o se avessero la possibilità di decidere di rilasciare i richiedenti negli Stati Uniti in attesa delle udienze, ai sensi della legge federale. Gli Stati a guida democratica e i gruppi progressisti erano con Biden, mentre gli Stati a guida repubblicana e gruppi conservatori si erano schierati con Texas e Missouri. 

Secondo il giudice distrettuale del Texas Matthew Kacsmaryk, l’amministrazione Biden non avrebbe specificato adeguatamente le ragioni dell’annullamento della politica, sostenendo anche che le nuove procedure violano la legge federale sull’immigrazione. Infatti, gli Stati repubblicani che sostengono il “Remain in Mexico” ne hanno dato una lettura, convincendo i tribunali, secondo cui se gli Stati Uniti non hanno la capacità di ospitare i richiedenti fino all’udienza, cosa molto probabile, la sezione della legge impone di rimandare gli immigrati in un altro Paese. 

Il procuratore generale del Texas, Ken Paxton, ha invece twittato di essere “deluso dal fatto che la Scouts abbia permesso a Biden di sciogliere il programma Remain in Mexico, una delle nostre ultime e migliori protezioni contro la crisi dei dem al confine”. 

Roberts ha fatto notare che da quando la legge è stata scritta, ben 26 anni fa, “ogni amministrazione presidenziale l’ha interpretata in modo puramente discrezionale”. Continua affermando che “le conseguenze sugli affari esteri dell’obbligo di esercitare il ritorno al territorio contiguo confermano” che i tribunali di grado inferiore hanno interpretato male la legge. 

Una vittoria pericolosa per Biden 

Una mossa come questa è stata senza dubbio una vittoria per l’amministrazione Biden, che ha già affrontato grandi difficoltà proprio in relazione alle politiche sull’immigrazione. E certamente non dimenticherà quanto caro questo argomento sia ai suoi elettori. La decisione potrebbe essere paradossalmente un boomerang in questo senso.  

La realtà è che l’impatto sul numero effettivo di persone autorizzate a rimanere nel Paese per chiedere asilo sarà minimo. Questa riduzione è conseguente al fatto che gli Usa hanno accettato di adottare misure aggiuntive per soddisfare alcune richieste del Messico. Tra le richieste c’è quella di rimandare i migranti nel programma solo se c’è sufficiente spazio per i rifugi e se riescono ad ottenere più facilmente accesso all’assistenza legale.  

Il Titolo 42 ha permesso che decine di migliaia di richiedenti asilo venissero respinti dai funzionari di frontiera senza possibilità di replica. L’assurdità è che “nonostante la decisione della Corte Suprema, il Titolo 42 rimane in vigore, il che significa che la frontiera è ancora chiusa per i richiedenti asilo”, come afferma Robyn Barnard, di Human Right First. 

Quel che è chiaro oggi di tutta la faccenda è che il Congresso non ha raggiunto un accordo sulle modifiche delle leggi sull’immigrazione dal 1986. Molti si illudono ancora che andare negli Stati Uniti possa salvarli dalle loro condizioni ai limiti della sopravvivenza, ma la realtà è che il sogno americano è una menzogna. 

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