Sono passati due mesi dall’arrivo dei talebani a Kabul, ma l’opinione pubblica ha ancora ben in mente le immagini dei tanti afghani aggrappati ai carrelli degli aerei per provare disperatamente ad andare via dal Paese. Nei giorni successivi, l’aeroporto della capitale è stato assediato da migliaia di cittadini accalcati anche nei canali di scolo dello scalo pur di raggiungere un aereo. In Europa è arrivato subito l’allarme: la stessa commissione Ue ha parlato di un possibile esodo di grandi dimensioni verso il Vecchio Continente. I numeri in queste settimane per la verità non hanno avuto dimensioni esorbitanti. Ci sono stati sì leggeri aumenti di sbarchi lungo le coste calabresi, lì dove arrivano i mezzi partiti dalla Turchia e con a bordo il più delle volte cittadini afghani, ma al momento non si può parlare di esodo. La sensazione però è che la fase più critica deve ancora venire.

I colloqui tra talebani, Usa ed Ue

Ancora una volta si prova a scrivere il futuro dell’Afghanistan in uno dei tanti centri congressi della capitale qatariota. A Doha, esattamente come ai tempi dell’accordo tra Washington e gli studenti coranici per stilare un piano di ritiro statunitense, emissari della Casa Bianca si sono incontrati con alcuni rappresentanti politici del movimento islamista. L’ultima settimana è stata scandita da incontri e conferenze volte a creare importanti linee di dialogo tra le due parti. Questa volta però a partecipare ai colloqui sono stati anche diplomatici inviati dall’Unione europea. L’obiettivo appare tanto semplice quanto, purtroppo, ben lontano: provare a normalizzare l’Afghanistan. I talebani sono arrivati a Doha da padroni del Paese dopo aver conquistato tutto il territorio afghano manu militari tra luglio e agosto. Padroni però senza un soldo. Nel 2020 il movimento islamista ha guadagnato, tra oppio, commerci, tasse sulle miniere e donazioni estere, qualcosa come 1.6 miliardi di dollari. Cifra esorbitante per un gruppo che deve attuare una guerriglia contro il governo legittimo, ma molto bassa invece se si vuole governare l’Afghanistan. Stime Usa parlano di un fabbisogno di almeno 5 miliardi di dollari per evitare il collasso del Paese, tra stipendi da pagare e una macchina amministrativa da riavviare.

Da quando i talebani sono a Kabul però ogni linea di credito è stata sospesa. Le riserve statali sono congelate all’estero, in gran parte alla Federal Reserve, le banche sono ferme e l’economia non è nelle condizioni di ripartire. L’inverno è alle porte e lo spettro di vivere una stagione senza cibo e riscaldamenti è oramai troppo ingombrante per la maggioranza degli afghani per essere nascosto. Nei colloqui in Qatar i talebani hanno chiesto almeno la ripresa degli aiuti internazionali, i quali da soli hanno alimentato circa un quinto del bilancio nazionale. La priorità, come affermato dalle varie parti in causa, è stata data all’emergenza umanitaria. Da Washington sono arrivate promesse circa forniture di cibo e vaccini anti Covid. Il tutto però a patto di consegnare il materiale direttamente alla popolazione, saltando la mediazione talebana. Un modo per ribadire come né Usa e né Ue sono pronte a un vero riconoscimento del nuovo governo di Kabul. I primi round dei colloqui sembrerebbero non aver fruttato i risultati sperati dai talebani. Questi ultimi a fine mese proveranno a Mosca a strappare alcuni accordi più concreti con russi e cinesi. Per il momento però resta un contesto difficile da gestire.

Si rischia una tragedia umanitaria

Se gli studenti coranici hanno avviato un confronto con gli Stati Uniti, inviando il proprio ministro degli Esteri Amir Khan Muttaqi, vuol dire che da qui a fine anno la situazione in Afghanistan potrebbe farsi seria. La mancata presenza di donne nel nuovo governo talebano, la volontà degli studenti coranici di applicare una rigida interpretazione della Sharia e la notizia di presunte esecuzioni sommarie tra ex oppositori ed ex collaboratori delle forze occidentali hanno aumentato la diffidenza verso il movimento. Il problema però è che chiudendo ogni canale economico a risentirne sarebbe soprattutto la popolazione. Nei giorni scorsi un report della commissione Ue sull’immigrazione ha indicato tre potenziali fronti di criticità in vista dei prossimi mesi. Una lista capeggiata proprio dal fronte afghano. E non è affatto un caso. I veri problemi dal Paese asiatico potrebbero sorgere adesso. Con una popolazione sempre più in miseria, in migliaia potrebbero partire verso l’Europa.

In poche parole, l’esodo non osservato dopo l’estate potrebbe diventare una triste realtà entro la fine dell’anno. La rotta più critica per la prospettiva europea sarebbe quella che dai confini occidentali dell’Afghanistan porterebbe, tramite l’attraversamento dell’Iran, i profughi in Turchia. Da qui poi, sia via terra che via mare, la strada verso il Vecchio Continente sarebbe spianata da decine di organizzazioni di trafficanti pronti a organizzare i viaggi della speranza. Il volto peggiore della crisi afghana deve ancora essere svelato.

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