Al Viminale si prepara il viaggio che nei prossimi giorni porterà il ministro dell’interno, Matteo Salvini, in alcuni dei più importanti paesi africani cruciali per il contrasto all’immigrazione. Come ripetuto fino a poche ore fa dallo stesso segretario della Lega, il viaggio tocca volutamente i paesi da cui provengono gran parte dei migranti che sbarcano presso le nostre coste: Tunisia e Nigeria in primis, ma forse il vicepremier potrebbe anche recarsi in Algeria. Si tratta in effetti dei paesi che più hanno dato grattacapi, assieme alla Libia, per quanto concerne il fenomeno migratorio. Sono soprattutto tunisini e nigeriani a sbarcare, mentre dall’Algeria non è mai cessato il flusso di sbarchi fantasma verso le coste sarde del Sulcis. 

L’importanza del viaggio di Salvini in Tunisia

Si parte giovedì da Tunisi. Qui il ministro dell’interno incontrerà i vertici del Paese africano, a partire dal presidente della Repubblica, Beji Caid Essebsi, e dal ministro dell’interno, Hichem Fourati. Tra il governo tunisino e quello italiano non sono mancate tensioni negli ultimi mesi, con rischi elevati di incidenti diplomatici. Le accuse rivolte dallo stesso Salvini a giugno verso Tunisi, rea secondo il leader della Lega di “esportare galeotti” in Italia, hanno creato attriti ma subito dopo la diplomazia è riuscita ad appianare al meglio le divergenze. Un altro episodio degno di nota, si ha invece lo scorso 30 agosto: a Lampedusa sei pescatori tunisini vengono arrestati dopo aver condotto vicino il porto un natante con migranti a bordo. 

Tra i sei vi è anche Chameseddine Bourassine, popolare in Tunisia e conosciuto con la nomina del pescatore che salva vite umane. A Tunisi, dopo la notizia dell’arresto e del mantenimento all’interno del carcere di Agrigento dei sei pescatori, scoppiano proteste e rimostranze contro l’Italia. Secondo l’accusa i pescatori avrebbero aiutato i migranti a sbarcare, trainandoli fin dentro le acque italiane. Dalla Tunisia invece si sostiene che i sei avrebbero invece semplicemente aiutato un natante in difficoltà. Alla fine i pescatori vengono scarcerati dopo un mese, ma il nodo diplomatico resta. Nel frattempo, sull’asse Tunisi – Roma arriva un’altra grana. Questa volta è il destino di 184 migranti sbarcati a Lampedusa a mettere in disaccordo i due governi. L’Italia sostiene che devono essere immediatamente rimpatriati in Tunisia, dal canto suo il governo del paese africano rallenta le procedure. Da Tunisi infatti si sostiene che, secondo l’accordo tra i due paesi, devono essere rimpatriati soltanto coloro che sbarcano sulle coste siciliane. Chi infatti approda sull’isola più grande del Mediterraneo, può essere subito trasferito a Palermo ed essere interrogato dal console e quindi, successivamente, arriva l’imbarco nei voli charter che dal capoluogo siciliano riportano i migranti in patria. 

Questo, per l’appunto, non varrebbe per chi approda a Lampedusa. Tunisi insiste per far seguire le procedure ordinarie, i 184 vengono portati in Sicilia e soltanto dopo pochi giorni arriva il via libera per il rimpatrio. Proprio lunedì dovevano iniziare le procedure, ma per via di un’alluvione occorsa nel paese nordafricano gli aerei per Tunisi sono rimasti a terra a Palermo. Come se non bastasse, tra fine agosto ed inizio settembre torna il fenomeno degli sbarchi fantasma. Approdi diventati quotidiani nell’estate del 2017, nella bella stagione appena trascorsa sono invece stati molto rari. Pur tuttavia, soprattutto a Lampedusa, si inizia a registrare una pericolosa inversione di tendenza.

Ecco dunque i motivi che rendono delicato il viaggio di Salvini a Tunisi. Tra i due governi non sono mancate accuse reciproche e polemiche, con Roma che adesso però spera di portare a casa due importanti risultati: maggiori controlli delle coste e snellimento delle procedure di rimpatrio. La Tunisia infatti, a differenza della Libia, appare come uno Stato unitario e dove, nonostante difficoltà economiche e sociali, le autorità hanno comunque il controllo della situazione. In virtù di questi elementi, l’Italia chiederà alla Tunisia di impegnarsi maggiormente nel contrasto ai sodalizi criminali che investono sul traffico di esseri umani. Salvini, nel suo incontro con l’omologo tunisino, sa dunque di poter chiedere e pretendere una più efficace attività di contrasto che riguardi sia il pattugliamento delle cose che la repressione delle attività malavitose. Il ministro dell’interno italiano però sarebbe intenzionato a puntare di più sulla possibilità di ottenere semplificazioni per i rimpatri. Un risultato non proprio alla portata, ma che garantirebbe un forte deterrente nel contrasto agli sbarchi fantasma, problema quest’ultimo molto avvertito tra le popolazioni costiere della Sicilia meridionale. 

Dalla Tunisia all’Algeria

Simile alla situazione tunisina è quella algerina. Anche qui esiste uno Stato, anche da qui però si parte sempre in gran numero. Lo scorso anno dalle coste del più grande paese arabo in migliaia sono partiti alla volta del Sulcis, la regione sarda letteralmente “assediata” dal fenomeno degli sbarchi fantasma. Ed anche in questo 2018 gli approdi non sono mancati, forse anche in numero maggiore rispetto alla Sicilia. A fare scalpore, per quanto riguarda le partenze dall’Algeria, è la pagina Facebook “Haraga Dz”: qui i migranti postano selfie e video delle traversate, mostrando come riescono ad approdare senza molti controlli in Europa. Lo scorso anno ad essere immortalati sono stati maggiormente gli approdi in Sardegna, quest’anno invece vengono diffusi di più i viaggi che portano i migranti in Spagna. 

Il viaggio di Salvini ad Algeri è programmato ma ancora non ufficialmente pianificato. Il ministro potrebbe recarsi nel paese nordafricano dopo la missione in Tunisia, oppure nelle prossime settimane. Ma più volte è lo stesso Salvini ad aver specificato l’importanza di un viaggio in Algeria, specie per i cittadini del Sulcis. L’approccio con l’Algeria dovrebbe essere simile a quello con la Tunisia. Esistendo qui istituzioni statali ed amministrative in grado di controllare la situazione, Roma può pretendere l’aumento dei controlli lungo le coste e contro le associazioni criminali. Allo stesso modo, Salvini potrebbe strappare un accordo per facilitare i rimpatri verso l’Algeria. 

Roma quindi potrebbe far pesare le sue ragioni e può chiedere uno sforzo ben maggiore alle istituzioni di questi due paesi. Anche perchè vi è un importante spauracchio che riguarda l’immigrazione da queste due nazioni: il pericolo terrorismo. L’arrivo di immigrati che spesso poi riescono a fuggire in Sicilia come in Sardegna, potrebbe celare l’approdo di personaggi ricercati anche in Tunisia ed Algeria e legati a doppio filo ad ambienti jihadisti. 

Il viaggio di Salvini in Nigeria

Come detto, il ministro dell’interno dopo il nord Africa potrebbe toccare anche la Nigeria. Qui il discorso, sul fronte migratorio, appare diametralmente diverso rispetto alla situazione tunisina ed algerina. Il problema in questo caso non riguarda il pattugliamento delle coste od il rafforzamento dei sistemi di sicurezza. Le vera questione è invece la partenza di migliaia di nigeriani verso il Niger, da cui poi giungono in Libia. Salvini, negli incontri con le autorità nigeriane, potrebbe provare a strappare due accordi: il primo inerente rimpatri più facili, il secondo invece riguarda una proposta da lui stesso avanzata nei giorni scorsi, ossia una cooperazione in grado di fornire aiuti economici alla Nigeria. In questo piano rientrerebbe la volontà di erogare una media di 8.5 Euro al giorno per i ragazzi in difficoltà in Nigeria, paese da cui partono interi gruppi alla volta della Libia e quindi dell’Italia. 

La scelta di partire con la Nigeria, per quanto concerne il Sahel e l’area sub sahariana, non è casuale: sia per il suo numero di abitanti che per il radicamento che la criminalità organizzata nigeriana ha in alcune metropoli italiane, il paese africano ha un’alta percentuale di emigrazione verso l’Italia. Ma il discorso che si potrebbe aprire con la Nigeria, andrebbe esteso in realtà anche agli altri paesi della regione. La Nigeria infatti fa parte dell’Ecowas (o Cedeao, se si sceglie l’acronimo francese), un’area di libero scambio al cui interno ci sono molte nazioni dell’Africa occidentale, Niger compreso. Da questi paesi si può raggiungere il territorio nigerino senza grosse difficoltà visto l’abbattimento di frontiere e dogane tra i membri dell’Ecowas. E questo senza dubbio alimenta la pressione sui confini libici, i quali nel frattempo rimangono non presidiati e non messi al sicuro per via della situazione che da anni imperversa all’interno della nostra ex colonia. 

Oltre quindi ad accordi di cooperazione e di facilitazione dei rimpatri con i singoli paesi dell’area, servirebbe forse anche un complessivo coinvolgimento dell’Ecowas. Appare importante lanciare verso questi paesi, tra cui Senegal, Ghana, Costa d’Avorio e Burkina Faso, oltre ovviamente alla stessa Nigeria, importanti segnali politici. A partire, ad esempio, da una maggiore responsabilizzazione nel controllo dei viaggi che i cittadini intraprendono all’interno dell’area Ecowas. In particolare, verificare che coloro che sono diretti verso il Niger non risultino potenziali migranti in cerca di approdo, tramite le carovane effettuate dalle organizzazioni malavitose, in Libia. Oppure ancora, potenziare i programmi di rimpatrio del paesi dell’area. In tal senso, ad esempio, sembra muoversi nella giusta direzione il Burkina Faso, il cui governo riesce a rintracciare i propri cittadini trattenuti in Libia ed a riportarli a casa. 

Da sole queste nazioni sembrano avere un limitato raggio d’azione, ecco il motivo per il quale converrebbe il coinvolgimento dell’Ecowas ed un approccio volto a creare accordi valevoli con tutti i paesi dell’area. Del resto proprio i rimpatri dalla Libia dimostrano di avere un importante impatto mediatico: chi torna racconta l’inferno patito in Libia e contribuisce a dimostrare la sconvenienza insita nell’intraprendere i viaggi della speranza.