L’esodo era iniziato già nel mese di marzo, quando dalla Turchia centinaia di persone iniziavano ad incamminarsi, zaino in spalla, verso la loro nuova terra promessa. La Germania. Col passare dei mesi quel flusso esiguo ma costante di persone diventò un fiume in piena. In migliaia si riversarono sul confine serbo-ungherese: afghani, pakistani, maliani, eritrei, iracheni e siriani in fuga dallo Stato islamico. La stazione Keleti di Budapest si trasformò ben presto in un enorme campo profughi. In migliaia rimasero accampati davanti all’ingresso gridando “Germania” e “libertà”.

Era la fine di agosto. Negli stessi giorni la cancelliera Angela Merkel decise di spalancare le porte del Paese a circa un milione e mezzo di disperati. Tanti sono stati quelli che tra il 2015 e il 2019 hanno chiesto asilo all’interno dei confini tedeschi, trasformando la Germania nel Paese con la più alta popolazione di rifugiati in Europa. “Ce la possiamo fare”, è stato il mantra ripetuto in più di un’occasione dalla cancelliera. Oggi, a cinque anni dalla prima volta in cui Angela Merkel pronunciò quella storica frase c’è chi si chiede se la Germania ce l’abbia veramente fatta.

Il bilancio è in chiaroscuro. Un report dell’Istituto federale per la ricerca del lavoro stima che solo il 49 per cento dei rifugiati arrivati nel 2015 oggi ha ottenuto un impiego. La percentuale sale se si contano tutti quelli, il 60 per cento, che hanno trovato almeno un’occupazione da quando sono approdati nel Paese. Secondo i dati pubblicati da Il Post, il 75 per cento oggi può permettersi un appartamento e quasi tutti i figli dei migranti che si sono trasferiti in Germania nel 2015 frequentano le scuole tedesche.

Numeri che mostrano come il processo di integrazione nella società sia andato avanti in questi anni, ma che ancora non convincono un tedesco su due. Secondo quanto rivela un sondaggio di Civey per il quotidiano Augsburger Allgemeine su 5mila intervistati oltre il 50 per cento oggi ritiene che quella pronunciata dalla Merkel fosse una frase approssimativa. In effetti, il cammino verso l’inclusione nella società tedesca di quasi un milione e mezzo di rifugiati non è stato sempre in discesa.

Il primo ostacolo arriva quasi subito: il 31 dicembre del 2015 un gruppo di stranieri deruba e assalta sessualmente decine di donne alla stazione di Colonia. Nei giorni successivi si accumuleranno migliaia di denunce per molestie. Centinaia sono gli indagati, quasi tutti migranti: marocchini, algerini, iracheni, siriani. L’episodio segnò a tal punto la popolazione che due anni dopo l’AfD, il partito sovranista e anti-immigrazione tedesco, ottenne il record di consensi diventando il principale partito di opposizione al Bundestag.

Nel 2016 va anche peggio. È l’anno degli attentati: il 18 luglio un rifugiato afghano entra in azione su un treno a Wuerzburg ferendo quattro persone. L’attacco viene rivendicato dall’Isis. Quattro giorni dopo a Monaco un altro ragazzo di origine iraniana, David Sonbody, fa strage in un centro commerciale. Ancora in Baviera, ad Ansbach, è un profugo siriano radicalizzato, Abu Mohammad Daleel, a farsi esplodere davanti ad un ristorante, non lontano da un festival musicale, vero obiettivo dell’attacco. Il bilancio fu di 15 feriti. Lo stesso giorno, un altro rifugiato siriano a Reutlingen, nel Baden-Württemberg, accoltellò a morte una donna polacca. Poi fu la volta del 12enne iracheno, fomentato da un predicatore dell’Isis, che provò a farsi saltare in aria nel mercatino di Natale di Ludwigshafen, fino al tragico epilogo di Berlino dove il jihadista tunisino Anis Amri uccise 12 persone tra cui la nostra connazionale, Fabrizia Di Lorenzo, a Breitscheidplatz.

La scia di sangue prosegue anche nel 2017 con l’attacco di un giovane palestinese in un supermarket di Amburgo e la sparatoria in un night club a Costanza. “Gli attentati compiuti da rifugiati in Germania non cambiano la politica tedesca sull’asilo”, dice la Merkel. Ma il Paese è sempre più diviso. Per dirla con le parole di Herfried Münkler, politologo tedesco e professore di teoria politica all’università Humboldt di Berlino, il 2015 ha “spaccato la società tedesca” e radicalizzato la politica. Lo dimostrano i disordini di un anno dopo a Chemnitz, in Sassonia: manifestazioni, disordini e scontri di piazza vanno avanti per giorni dopo l’uccisione in una rissa da parte di due rifugiati provenienti da Siria e Iraq di un 35enne tedesco.

È un dato di fatto, come riferisce la Deutsche Welle, che in questi anni la difficoltà a trovare un impiego ha fatto sì che molti migranti venissero risucchiati nel vortice della criminalità. I disordini che si sono verificati a fine luglio a Francoforte e Stoccarda, con gruppi di ragazzini di età compresa tra i 17 e i 21 anni, tutti stranieri e di fede musulmana che hanno ingaggiato uno scontro senza precedenti con le forze dell’ordine, ne sono la prova e hanno riaperto il dibattito sul livello di integrazione raggiunto dopo l’ondata migratoria del 2015.

Il risultato è quello di un Paese che continua a dividersi sulla politica delle “braccia aperte” inaugurata dalla cancelliera. Dopo cinque anni è ancora il 40 per cento dei tedeschi a pensare che il Paese non sia riuscito a gestire il fenomeno.

Ridai il sorriso ai sopravvissuti agli islamisti
DONA ORA