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Il disastro aereo che ha colpito l’Algeria segna una delle peggiori tragedie della storia dell’aviazione militare internazionale. Il bilancio dei morti dell’incidente di Boufarik è salito costantemente. L’ultimo rilanciato dalla tv di Stato parlava di 257 vittime: 247 passeggeri, 10 membri dell’equipaggio. L’aereo era decollato da Boufarik, a circa 30 chilometri a sudovest di Algeri, ed era diretto verso la base militare di Bechar, a sudovest. Uno scalo tecnico, per poi decollare alla volta di Tinduf, al confine con il Marocco. Secondo testimoni oculari, l’aereo ha preso fuoco dopo il decollo, precipitando vicino l’autostrada Blida-Algeri.

Non è la prima volta che un disastro aereo colpisce l’aviazione algerina. Nel 2014 morirono 77 persone nello schianto di un Hercules C-130 nella regione montuosa di Oum el-Bouaghi, a circa 500 chilometri a Est di Algeri. Nel 2016, 12 soldati algerini sono morto dopo che l’ elicottero su cui volavano è precipitato a causa di un guasto tecnico.

Ma questa volta, tra i morti c’è qualcuno di particolarmente importante. E la destinazione finale del volo aiuta a comprendere la protatae. Tinduf si trova nella parte sudoccidentale del Paese. Nella zona sono presenti i campi che ospitano moltissimi rifugiati del popolo saharawi, provenienti dal vicino Sahara Occidentale. Sono lì da molti anni per sfuggire alla guerra con il Marocco e per combattere, in esilio, la guerra per l’indipendenza.  In quella guerra di liberazione, un ruolo di fondamentale importanza lo ha il Fronte Polisario, abbreviazione di Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro.

Secondo le fonti ufficiali, nello schianto dell’aereo sono morti almeno 26 combattenti del Fronte Polisario. Ospitati dall’Algeria, con cui sono in ottimi rapporti, i membri del Polisario ed i loro familiari sembra fossero curati presso un ospedale militare delle forze armate di Algeri. C’è chi parla di 26 dirigenti saharawi. Non membri qualsiasi dunque, ma persone che avevano un certo peso all’interno dell’organizzazione. E l’incidente potrebbe pesare sulle prossime mosse del Frente.

Il Marocco pronto alla guerra

C’è un tempismo perfetto fra questo incidente e quanto sta avvenendo nella guerra fra Marocco e Frente Polisario. Come scrive il quotidiano spagnolo La Vanguardia, in queste ore il regno del Marocco è in “stato di allerta e mobilitazione nazionale”. Il motivo è da ricercare in presunte “violazioni molto gravi” da parte del Fronte Polisario delle condizioni dell’accordo di cessate il fuoco del 6 settembre 1991. Il portavoce del governo, Mustafa al-Khalfi, ha giustificato questa situazione “a causa delle flagranti violazioni delle risoluzioni delle Nazioni Unite da parte dei separatisti”.

Sono ormai due settimane che il governo di Rabat accusa il Polisario di ripetute incursioni ad est del muro, vicino al confine con l’Algeria. Le Nazioni unite matengono un atteggiamento di prudenza e non confermano le accuse marocchine, mentre per il Fronte Polisario “il Marocco sta cercando di far deragliare il processo di pace con la sua tradizionale retorica aggressiva”.

All’inizio di questo mese il ministro marocchino degli Affari Esteri Nasser Bourita è andato a New York per mostrare al segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, le prove che il Polisario stesse infrangendo gli accordi di pace. Il ministro ha poi inoltrato un messaggio del re Mohammed VI, in cui accusava l’Algeria di “finanziare, proteggere, armare e sostenere diplomaticamente il Polisario”. “Se l’Onu non fa nulla, il Marocco considererà la situazione come un casus belli con tutte le conseguenze possibile”, ha concluso Bourita.

Qualcosa, a livello militare si muove. Dal Marocco, giungono notizie dell’arrivo a Casablanca di 48 mezzi americani Abrams M1 A1, che si uniranno alle 42 già nelle mani delle forze armate del regno . In totale, gli Stati Uniti forniranno al Marocco 384 auto di questo tipo nei prossimi anni. Inoltre, è stata segnalata l’entrata in funzione di batterie di missili di fabbricazione cinese in grado di trasportare testate da 200 chili de molti testimoni parlano di spostamenti di convoglio militari verso sud e verso est: i fronti caldi della guerra al popolo saharawi.

Domenica scorsa i leader politici marocchini hanno firmato la dichiarazione di El Aaiún in cui invoca il governo a usare “tutti i mezzi necessari per ripristinare l’integrità territoriale marocchina”. Il primo ministro, Sadedin al-Othmani, ha affermato che “la gravità della situazione richiede una ferma reazione che deve essere avvertita a tutti i livelli”. Il leader del partito nazionalista National association of independent, Aziz Akanush, ha detto:”Il regno finora non ha fatto ricorso a misure coercitive, ma farlo è nel suo pieno diritto. Possiamo adottare qualsiasi soluzione, non importa quanto sia difficile”.