Una delle esclusioni più clamorose dai Mondiali di calcio del 2026, dopo quella dell’Italia senza talenti dei Gattuso e dei Gravina, è quella della nazionale della Nigeria, conosciuta storicamente come le Super Eagles. Eppure il dna del Paese africano è si trova un po’ ovunque nelle rose delle squadre che si contendono la coppa: anzi si può dire che la Nigeria sia una delle nazioni più rappresentate in assoluto. È il fenomeno della diaspora nel calcio globale, che sta ridefinendo i rapporti di forza tra le nazionali calcistiche e alimentando un acceso dibattito sull’estrazione del talento sportivo, mostrando forti analogie con quanto accade in altre parti del mondo, come nella più famosa diaspora calcistica dei paesi balcanici.
Nelle sole liste dei convocati del torneo si contano moltissimi calciatori di primissimo livello che avrebbero potuto rappresentare la Nigeria per nascita o per discendenza diretta, ma che hanno scelto di indossare la maglia di una federazione europea o nordamericana. Si pensi a Bukayo Saka, ala dell’Arsenal e punto fermo della nazionale inglese, nato a Londra da genitori nigeriani. O a Jamal Musiala, trequartista del Bayern Monaco e della Germania, figlio di padre anglo-nigeriano, e a Manuel Akanji, difensore del Manchester City e pilastro della Svizzera, che ha origini nigeriane da parte di padre e ha persino tatuato il simbolo delle Super Eagles sul corpo. Discorso simile vale per l’attaccante francese Michael Olise, che poteva scegliere tra quattro diverse nazionali, i giocatori inglesi Noni Madueke ed Eberechi Eze, lo statunitense Folarin Balogun, lo svizzero Noah Okafor e il veterano David Alaba, storico capitano dell’Austria.
Questa presenza massiccia di giocatori di origine africana nelle nazionali occidentali non è casuale, ma è il risultato di precise dinamiche storiche ed economiche. Le grandi nazioni calcistiche europee beneficiano da decenni dei flussi migratori e soprattutto dei settori giovanili dei club più ricchi, che scoprono talenti quando sono quasi in fasce. Esiste però anche uncanale diretto di che parte dal continente africano, e che porta i giganti europei e i loro investitori a finanziare accademie calcistiche in Nigeria o Ghana per scovare i migliori ragazzi all’età di 12 o 13 anni, crescerli sul posto e trasferirli in Europa non appena compiono 18 anni. Inevitabilmente, dei miliardi di dollari mossi ogni anno dal calciomercato mondiale, solo una frazione infinitesimale ritorna effettivamente ai club africani. Le accademie finiscono così per funzionare come una sorta di startup a forte squilibrio geografico. A questo si aggiunge il fatto che la crisi delle infrastrutture locali e i problemi di governance della federazione nigeriana spingono i giovani nati all’estero a preferire le federazioni in cui sono cresciuti, ritenute più serie e capaci di garantire carriere ad alti livelli.
Come dicevamo all’inizio, questa dinamica non è affatto un’esclusiva del calcio africano, ma ricorda molto da vicino il dibattito che da anni infiamma i tifosi dell’Europa dell’Est, in particolare quelli della Serbia. Se tutti i giocatori della diaspora serba avessero scelto di rappresentare la propria nazionale di origine, la Serbia possiederebbe oggi una delle squadre più profonde e di maggior talento del pianeta. Se Lazar Samardžić, nato in Germania da genitori serbi, ha deciso di sposare la causa della nazionale serba, altri hanno fatto scelte opposte, come Miloš Degenek, nato in Croazia e fuggito con la famiglia durante le guerre jugoslave per poi stabilirsi in Australia e diventarne un titolare, o Marko Arnautović, nato in Austria da padre serbo e diventato capitano e simbolo della nazionale austriaca. Ci sono poi stati i casi di Neven Subotić, cresciuto tra Germania e Stati Uniti, che scelse la Serbia per poi ritirarsi precocemente dal calcio internazionale, e persino di Zlatan Ibrahimović, nato in Svezia da madre serbo-bosniaca e padre musulmano-bosniaco, che ha legato il suo nome alla storia della nazionale svedese.
Questo intreccio diasporico tocca anche vette di forte rivalità sportiva, come accaduto con Xherdan Shaqiri e Granit Xhaka, nati nell’ex Jugoslavia da famiglie albanesi del Kosovo e cresciuti fino a diventare i leader della Svizzera, accendendo storici e tesi confronti sul campo proprio contro la Serbia. Invece, a causa delle doppie cittadinanze, dei luoghi di nascita all’estero o di precise scelte personali, molte stelle giocano per altri Paesi.
Tornando al contesto africano, questa fuga di talenti genera non pochi malumori. L’ex centrocampista del Chelsea e della nazionale nigeriana, Mikel John Obi, ha criticato duramente i calciatori della diaspora che crescono in Inghilterra o in Francia, aspettando una chiamata dalle nazionali europee e poi, verso i 25 o 26 anni, quando capiscono che non c’è spazio, decidono di accettare la convocazione della Nigeria. Per l’ex capitano la federazione nigeriana non dovrebbe essere trattata come una seconda scelta, poiché i giocatori dovrebbero decidere prima ed essere fieri delle proprie radici. I calciatori, dal canto loro, si trovano spesso a fare i conti con un forte senso di appartenenza al Paese in cui sono nati. Giocatori come Kobbie Mainoo, un altro giovane talento di origini ghanesi che ha scelto l’Inghilterra, hanno spiegato che giocare per la nazionale del Paese in cui si è cresciuti e in cui si è stati formati è semplicemente il coronamento di un sogno d’infanzia.
Non tutti i Paesi europei si regolano allo stesso modo. Se Francia e la Germania hanno costruito i propri successi sportivi recenti integrando perfettamente i figli degli immigrati di prima e seconda generazione. l’Italia mostra il volto opposto della medaglia, con rigidissime leggi sulla cittadinanza italiana che rendono molto complicato per i figli di immigrati nati nel Paese ottenere il passaporto prima dei 18 anni. Questo muro burocratico ha di fatto escluso per anni potenziali talenti dai circuiti delle nazionali giovanili. Il caso più celebre? Quello di Mario Balotelli, nato a Palermo da genitori ghanesi ma impossibilitato a giocare per le nazionali azzurre fino alla maggiore età.