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Dopo sei anni forse è cominciata una nuova “Primavera araba”. Ma questa volta l’epicentro della rivolta è il Marocco, quello che sembrava il più stabile fra i Paesi arabi ed era stato appena sfiorato dalle rivoluzione che nel 2011 avevano spazzato via uno dopo l’altro i raiss del Nordafrica.

Il punto di crisi è Al-Hoceima, il capoluogo del Rif, la regione più a nord del Marocco. È regione montuosa, delimitata dalla catena che le dà il nome e dove abita la popolazione di origine berbera. Le manifestazioni si susseguono giorno dopo giorno, sempre più tese, e i lanci di lacrimogeni non bastano più a disperdere i manifestanti in marcia contro il governo. 

Contro l’Hogra

I disordini sono cominciati ad Al-Hoceima nello scorso ottobre, quando il giovane pescivendolo Mohcine Fikri è stato arrestato, picchiato dalla polizie, ed è morto schiacciato in un camion di rifiuti, mentre cercava di recuperare i pescespada confiscati dagli agenti, perché catturati fuori stagione. Un episodio che ricorda quello del venditore ambulante che si diede fuoco nel dicembre del 2010 in Tunisia, innescando la rivoluzione dei gelsomini.

Le manifestazioni in ricordo di Mohcine Fikri si sono trasformate in proteste di massa contro l’”Hogra”, una parola locale che significa “abuso di potere”, “arroganza di chi comanda”. A capo della rivolta sono i membri del movimento al-Hirak al-Shaabi, che chiedono la fine della “repressione” del governo e gli abusi della polizia.

Il governo ha sottovalutato all’inizio la portata delle proteste e ora fatica e riprendere il controllo della situazione. Lo stesso re Mohammed VI ha criticato i suoi ministri, soprattutto per i mancati investimenti, pure decisi e finanziati, ma divorati dalla corruzione. Il Rif resta la più povera delle regioni marocchine, e i berberi si sentono trascurati, emarginati dalla maggioranza araba che ha tutto il potere.

“Lunga vita a Zefzafi”

Ma le proteste stanno mobilitando i giovani di tutto il Paese, anche arabi. Ali, un ricercatore di scienze politiche di al-Hoceima che vive in Canada, ha dichiarato ad Al-Jazeera di essere tornato in città per mostrare il suo sostegno al movimento Hirak. La polizia ha arrestato in questi giorni circa 12 attivisti, tra cui il capo di un sito web, Hamid El Mahdaoui.

La maggior parte dei negozi della città durante le manifestazioni è rimasta chiusa, e sia internet che i cellulari sono stati inutilizzabili. Nel quartiere di Sidi Abed, negli scontri con la polizia i dimostranti hanno cantato “Lunga vita al Rif” e “Lunga vita a Zefzafi”, in riferimento al leader della rivolta, Hirak Nasser Zefzafi, messo in prigione perché accusato di “attentato alla sicurezza dello stato”. L’arresto di Zefzafi, insieme a 150 suoi colleghi attivisti, ha portato alla marcia di solidarietà di giugno scorso a Rabat, con più di 100.000 manifestanti, e a scontri in tutto il Paese.

Giustizia per Mohcine Fikri

Nonostante ciò le posizioni del primo ministro Saadeddine El-Othmani sono concilianti. E anche il re Muhammad VI ha espresso “dispiacere e preoccupazione” per la situazione. Il sovrano nonostante le rivolte è ancora popolare tra i manifestanti. A differenza di suo padre, Hassan II, che schiacciò una rivolta negli anni 50, represse la cultura berbera e chiamò i suoi esponenti “selvaggi”, Muhammad invece riconosce le tradizioni berbere e ha in progetto di trasformare il Rif e la zona attorno a Tangeri, di fronte alle coste della Spagna, e dell’Europa, in un centro economico importante per la manifattura e il commercio.

I dimostranti però continuano a richiedere indagini sulla morte di Mohcine Fikri, il venditore di pesce, la liberazione dei prigionieri politici, la costruzione di università, ospedali e biblioteche nel Rif, meno corruzione e meno inefficienza da parte del governo. Anche se la povertà in Marocco è diminuita, la disoccupazione è vicina all’11%, anche più alta nelle zone interne.

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