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Adesso a Ceuta tutto tace. Soltanto la presenza indiscreta di alcuni militari lungo la frontiera ricorda ai cittadini quanto accaduto nei giorni scorsi. Ma attorno all’enclave spagnola la bomba ad orologeria è sempre pronta ad esplodere. Migliaia di migranti sono sempre assiepati sulle colline che si affacciano sulla città in attesa del primo momento utile per entrare in Europa. C’è chi forse rimarrà qui per lungo tempo ma c’è anche chi spera di arrivare in Libia per raggiungere l’Italia.

Cosa è successo a Ceuta

Era la notte tra il 16 e il 17 maggio scorso. Dalla parte spagnola del confine tutto sembrava tranquillo. Dall’altra parte invece, era già scattato un passaparola: “La frontiera è aperta, possiamo andare”. E così in poche ore migliaia di migranti hanno assaltato le recinzioni che dividono il territorio marocchino da quello di Ceuta, enclave spagnola in mano a Madrid dal 1668. Assieme alla “gemella” Melilla, situata poco più ad est, viene definita la “Lampedusa spagnola”. Ma qui, a differenza che nell’isola delle Pelagie, non c’è il mare a dividere l’Africa dall’Europa. Basta oltrepassare di un metro le barriere, innalzate dal governo spagnolo negli ultimi anni, per mettere piede sul suolo politicamente europeo.

Quella notte il passaparola è scattato proprio tra i migranti. Secondo le autorità spagnole, nel giro di 48 ore in circa, in ottomila hanno scavalcato le frontiere oppure a nuoto hanno raggiunto le spiagge di Ceuta. Madrid inizialmente si è trovata impreparata, da anni non accadeva nulla del genere. Poi però il premier, il socialista Pedro Sanchez, ha dato l’ordine di schierare l’esercito. Il peggio dovrebbe essere passato. Negli ultimi dieci giorni, come confermato dai dati del ministero dell’Interno spagnolo, sono stati segnalati pochi sporadici tentativi di attraversamento. La frattura tra Marocco e Spagna, indicata come principale causa della crisi migratoria e scoppiata a seguito del ricovero del leader del Polisario in un clinica di Saragozza, non è stata sanata. Ma i trattati tra i due Paesi sono rimasti in vigore. In tal modo più della metà dei migranti arrivati a Ceuta è stata fatta tornare indietro. Adesso il passaparola è un altro: da qui non si passa.

Chi sono i migranti che hanno assaltato Ceuta

Ma quanto accaduto nell’enclave spagnola è soltanto un affare tra Rabat e Madrid? “Assolutamente no – ha risposto su InsideOver una fonte dell’Oim, l’Organizzazione Internazionale per i Migranti – i risvolti riguardano un po’ tutti nel Mediterraneo”. Questo in primis per la natura della cosiddetta rotta marocchina. A premere lungo le frontiere di Ceuta non erano soltanto cittadini del Marocco. Al contrario, buona parte di loro proveniva dai Paesi dell’Africa subsahariana. Dal Mali, dal Burkina Faso, dal Senegal, dal Gambia e da altre nazioni dell’area, da anni in migliaia attraversano il deserto per giungere in Marocco. Qui poi si aspetta il momento giusto per andare in Spagna. Via mare in alcuni casi, salpando dalle spiagge dirimpettaie all’Andalusia, oppure via terra nel caso di Ceuta e Melilla.

Attorno le due enclavi i migranti subsahariani vivono in rifugi di fortuna, spesso ricavati nelle foreste. Ce n’è una in particolare situata nelle alture non lontane dalla periferia di Tangeri, la città più grande del nord del Marocco. In migliaia sono costantemente assiepati tra alberi e sentieri, nella speranza sia di sfuggire ai periodici controlli della polizia marocchina e sia di ricevere un segnale dai trafficanti per capire in che modo arrivare in Europa: “Sono veri e propri migranti fantasma – ha sottolineato la fonte dell’Oim – sono persone che vivono in mezzo al nulla e non hanno nulla, aspettano solo la chiamata”. Il 16 maggio il passaparola si è diffuso anche da queste parti. In migliaia sono scesi dalle colline per raggiungere Ceuta. Molti di loro adesso sono tornati a dormire nelle foreste.

Perché le rotte potrebbero coinvolgere Lampedusa

Quello che si vive a Ceuta in questi ultimi giorni è come la quiete, almeno apparente, dopo la tempesta. La presenza dell’esercito lungo la frontiera funge da deterrente che scoraggia ogni iniziativa, qualora vi fosse, di seguire la rotta marocchina per raggiungere l’Europa. Le misure coercitive però non stanno scoraggiando chi vuole approdare dall’altra parte del Mediterraneo. Le alternative ci sono. Esse potrebbero essere rappresentate da un tragitto più tortuoso da seguire, con rischi di natura diversa da affrontare, ma l’obiettivo potrebbe considerarsi sempre alla portata. In che modo? Attraverso la Libia. I cittadini subsahariani infatti non raggiungono l’Europa solo attraverso la rotta marocchina ma anche tramite quella libica che ha come destinazione l’Italia attraverso Lampedusa.

La Libia rappresenta solo il Paese di transito e il punto di partenza, per chi, confluendo da diverse aree dell’Africa, intende raggiungere il territorio italiano. Storie di povertà, di torture e di guerre, strumentalizzate da scafisti e trafficanti senza scrupoli, accomunano diverse migliaia di persone che decidono di abbandonare il continente africano per indirizzarsi su quello europeo. E Lampedusa rappresenta il primo punto di approdo e il primo passo per il raggiungimento di questo obiettivo. Gli sbarchi di migranti in questa prima parte del 2021 lungo le coste dell’Isola maggiore delle Pelagie sono stati molto imponenti. A seguito di quanto accaduto a Ceuta, i prossimi flussi migratori verso l’Italia potrebbero aumentare prepotentemente. Per una rotta che si chiude, un’altra è pronta ad aprirsi. Se gli stranieri che fino a poco tempo fa seguivano la rotta marocchina verranno dirottati su quella libica, ben presto l’emergenza immigrazione potrebbe portare al collasso il sistema di accoglienza italiano.

L’allarme per l’Italia

Dall’inizio del 2021 il territorio italiano è stato preso d’assalto da numerosi sbarchi i quali, in alcuni momenti, non hanno lasciato tregua a chi, in prima linea, fosse occupato a mettere in moto il sistema di accoglienza. Un’emergenza nell’emergenza dal momento che i flussi migratori hanno avuto una spinta proprio nel periodo più difficile della pandemia. Ultimo maxi sbarco è stato quello avvenuto nella prima decade di maggio con più di 2mila migranti giunti a Lampedusa. Un contesto che ha rappresentato in un certo senso la prova del nove per il governo di Roma chiamato a gestire l’emergenza. Il risultato ha messo in evidenza grandi difficoltà e continue richieste di aiuto all’Europa. Quest’ultima si è mostrata però alquanto indifferente. L’Italia ha richiesto un sostegno in materia di ricollocamenti, Bruxelles però ha risposto con meccanismi attuati solo su base volontaria e mai vincolante.

E così che di fronte al silenzio dell’Ue, il presidente del consiglio Mario Draghi, il 24 e 25 maggio scorsi, nell’ambito del Consiglio europeo ha sollevato la questione. Quest’ultima però, contro ogni aspettativa, è stata trattata solo per una quindicina di minuti e senza alcun dibattito. L’unica nota positiva è che il tema è stato inserito nell’agenda del summit di giugno, anche se, secondo il presidente francese Emmanuel Macron, la strada è ancora tutta in salita. Cosa aspettarsi dunque per la stagione estiva? All’orizzonte nulla di buono: “In vista delle prossime settimane la situazione ci preoccupa” hanno fatto sapere ancora dall’Oim. Il caso di Ceuta è lì a ricordarlo.

 

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