“Vi prego, aiutateci! Qui la popolazione sta soffrendo!” La conversazione con Mansour Khawad è terminata con questo appello, un grido di aiuto che ha voluto lanciare tramite la nostra testata per far comprendere la gravità della situazione sanitaria in Libia. Mansour è un ragazzo che viene da Ghat, nel profondo sud del Paese. È innamorato della sua terra, tanto che qualche anno fa ha lanciato diverse iniziative per dotare i più remoti villaggi di acqua potabile. Sì perché nella Libia post Gheddafi manca anche questo, a volte non si ha a disposizione nemmeno il bene più prezioso. Adesso il vero nemico da battere è il coronavirus. Lui stesso è rimasto contagiato e vuol far conoscere la sua storia per far capire quanto sta accadendo attorno a sé.

“La situazione è catastrofica”

Tramite i suoi canali social Mansour ha aggiornato costantemente amici e conoscenti sul suo stato di salute. Martedì a telefono ad InsideOver ha spiegato che oramai sono passate più di due settimane da quando ha ricevuto la notizia della positività al coronavirus: “Grazie a Dio adesso sto meglio – ha dichiarato Mansour – Ma qui manca di tutto. La situazione in Libia è catastrofica, ci sono pochi mezzi a disposizione per la nostra sanità. Il Paese non è affatto pronto a gestire una pandemia di queste dimensioni”. Più volte il ragazzo ha denunciato di non aver avuto alcuna assistenza medica: “Dopo più di 20 giorni dal momento in cui ho manifestato i primi sintomi – ha spiegato – a Ghat nessuno mi ha controllato, io stesso non conosco il mio stato di salute, non so i dati che riguardano i miei parametri vitali”.

Non avendo altro modo per raggiungere medici e personale sanitario, Mansour si è affidato a Facebook per cercare aiuto. Non solo per sé, ma anche per gli altri. Molti suoi concittadini stanno assistendo impotenti alla morte dei propri cari all’interno delle case, senza alcun conforto o supporto medico: “Stiamo toccando adesso il picco dell’epidemia – ha dichiarato ancora il ragazzo – Ma il sistema sanitario è già in crisi, ci sono importanti sforzi da parte delle autorità ma non bastano”. In molte parti è stato imposto il coprifuoco, sia nelle zone controllate dal Gna e quindi dal governo di Al Sarraj e sia in quelle sotto il controllo del generale Haftar. Ma le misure non stanno impedendo la diffusione dell’epidemia.

I pericoli per l’Italia

Il coronavirus si è diffuso in tutte le regioni della Libia, compreso a Tripoli e a Bengasi. Ma è soprattutto il sud a dover fare i conti con l’epidemia: “Questo per tanti fattori – ha specificato Mansour – C’è il discorso relativo ai tanti movimenti che qui avvengono tra una città e un’altra, ma anche il basso livello di consapevolezza da parte dei cittadini ha fatto la sua parte”. Il sud della Libia è caratterizzato dal deserto, da qui passano le carovane provenienti dall’Africa sub sahariana e dirette verso la costa. Da Ghat, così come da Sebha, transitano anche tutti quei migranti diretti poi verso la Tripolitania da cui poi proveranno a salpare con destinazione l’Italia. È proprio tra le piste del deserto che i trafficanti di esseri umani introducono i migranti in Libia. Dunque, il fatto che l’epidemia sia diffusa nel sud è una circostanza che potrebbe interessare anche il nostro Paese.

“A questo punto nessuno è al sicuro in Libia – ha dichiarato ancora Mansour – Nessuno può dirsi al riparo dal Covid. E questo discorso vale anche per i migranti. Senza dimenticare che tra di loro ci potrebbero essere asintomatici, che non sanno di avere il virus e che potrebbero trasmetterlo agli altri. Per questo dico che la minaccia è reale e vale per la Libia, così come anche per tutti i Paesi che accolgono i migranti partiti dalla Libia, Italia inclusa”.

Quel virus che segue la rotta libica e ci minaccia

Dalla Libia le partenze verso l’Italia non accennano ad arrestarsi, anzi, aumentano sempre di più con numeri che destano preoccupazione. L’allerta non deriva semplicemente per i dati che tendono a salire, quanto per il rischio di carattere sanitario legato agli arrivi. Come testimoniato dalle parole del giovane libico, la situazione è catastrofica e questo può avere riflessi pericolosi sul nostro territorio nazionale. La Libia è il punto in cui i migranti provenienti dai Paesi vicini, vi fanno tappa prima di mettersi in viaggio sui barconi. In questo contesto caratterizzato da spostamenti, contatti e mancato rispetto del distanziamento tra una persona e un’altra, il contagio avviene in modo veloce e il focolaio si mette in viaggio arrivando poi nelle coste italiane. La maggior parte delle partenze dal territorio libico sono quelle hanno come base le coste della Tripolitania dove gli scafisti e i trafficanti organizzano i viaggi della speranza. Si parte soprattutto da Khoms e Garabulli. Lì le organizzazioni criminali sono abbastanza radicate e potrebbero adesso anche contribuire al veicolare del virus. Quest’ultimo, unitamente alla guerra, sta mettendo in fuga anche gli stessi libici che si imbarcano nei viaggi della speranza verso l’Italia.

L’Oms lancia allarme

Dall’Organizzazione Mondiale della Sanità gli scorsi giorni è stato lanciato un allarme sulla crescita dei casi di coronavirus: “Nelle ultime due settimane- si legge nel rapporto dell’Oms – i casi di Covid in Libia sono raddoppiati, il sistema sanitario nel paese è stato gravemente danneggiato e circa il 50% dei principali ospedali è chiuso”. Non solo ospedali chiusi, in molti di quelli rimasti aperti mancano le attrezzature basilari per aiutare a guarire le persone affette dalla malattia.

La situazione diventa ancora più delicata dal momento che sul territorio nazionale è in corso da anni la guerra che rende più difficoltoso l’accesso ai servizi base. Le strutture sanitarie sono stracolme di feriti da guerra e, a Tripoli ad esempio, si susseguono blackout che mandano in tilt l’erogazione di energia elettrica e di acqua. Pochi i dispositivi per processare i tamponi e ancora meno i reagenti. Fattori questi che contribuiscono ad esporre la nazione a maggiori pericoli di carattere sanitario. I casi di coronavirus stanno aumentando anche per effetto del rientro in patria dei libici provenienti dai paesi vicini come ad esempio Tunisia, Egitto e Turchia. E questo è solo l’inizio della fase clou.

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