Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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Alla fine una vera e propria riforma su Schengen, dopo vari anni di discussione, è alle porte. Il trattato, le cui norme sono state siglate a partire dalla fine degli anni ’80, determina la libera circolazione di persone e merci tra i Paesi dell’Ue. Si tratta forse del più importante corpo normativo in relazione alla sicurezza interna e all’integrazione del mercato interno. La commissione europea ha ufficialmente proposto una corposa modifica in cui, tra le altre cose, sono previsti interventi in materia di immigrazione e controllo delle frontiere. A giudicare però dall’impianto reso noto nelle scorse ore da Bruxelles, per l’Italia non arrivano buone notizie.

Cosa prevede la riforma

La parte più interessante ha a che fare con il fenomeno migratorio. La riforma di Schengen prevede infatti un giro di vite volto a limitare i movimenti secondari. Questi ultimi sono i movimenti dei migranti dal Paese di primo approdo a un altro Paese Ue. Si tratta di flussi vietati dal trattato di Dublino, il quale prevede come sia soltanto lo Stato di primo approdo a farsi carico delle richieste di asilo e dell’accoglienza. Le nuove norme danno la possibilità ai governi di sospendere la libera circolazione con un Paese Ue confinante in caso di incrementi dei movimenti secondari. Fino ad oggi la sospensione del il trattato di Schengen è stata prevista soltanto per motivi straordinari o legati alla sicurezza nazionale. In 25 anni solo una volta la libera circolazione all’interno dell’intero territorio comunitario è stato bloccato e ha riguardato l’emergenza Covid. Altre volte sono stati singoli governi nazionali a sospendere Schengen. La Francia ad esempio lo ha fatto in occasione degli attentati del novembre 2015, l’Italia quando ha ospitato i vertici del G8 e del G7. Con il nuovo impianto, un determinato governo può introdurre anche controlli più stringenti e può rimandare indietro più facilmente i migranti entrati tramite i movimenti secondari.

Sempre a proposito di immigrazione, è stata introdotta una riforma figlia della recente crisi bielorussa. In particolare, i Paesi di primo approdo che si trovano alle prese con un cosiddetto “ricatto migratorio” possono introdurre da subito controlli più stringenti alle frontiere e ridimensionare il numero dei valichi di confine operativi. Una norma che non riguarda l’Italia, non avendo confini terrestri con Paesi terzi se non via mare. La riforma è stata pensata per rispondere alle aspettative della Polonia e dei Paesi baltici, alle prese con il massiccio afflusso di migranti dalla Bielorussia durante la stagione autunnale. Viene comunque specificato come con le nuove normative è salvaguardato il diritto di presentare domanda di asilo ai migranti. Domande peraltro che, stando alle modifiche della commissione, potrebbero essere presentate direttamente alla frontiera ad accezione dei casi medici. Previsto inoltre un meccanismo di “rimpatrio di emergenza” che gli Stati membri possono utilizzare in caso di necessità.

Un altro importante capitolo riguarda la sanità. Sono previste infatti restrizioni temporanee ai viaggi alle frontiere esterne in caso di minaccia per la salute pubblica. Così come le nuove norme vanno a incidere su nuovi meccanismi di protezione interna in caso di minacce alla sicurezza. In particolare, possono essere approvati i controlli alle frontiere interne nella maggioranza degli Stati membri in caso di minaccia condivisa.

Il principio della riforma, in generale. è semplice: dare vita a un corpo di misure alternative al controllo delle frontiere a cui gli Stati membri possono fare ricorso. Piuttosto che sospendere Schengen, con le novità normative possono essere prese decisioni in grado di stringere i controlli senza per questo introdurre pesanti limitazioni alla libertà di circolazione. La chiusura totale delle frontiere è vista quindi come extrema ratio. Un altro principio introdotto è quello della “responsabilità regionale”: ogni governo, prima di prendere in considerazione nuove restrizioni, deve tenere conto dell’effetto delle misure sugli Stati confinanti e sulla regione circostante.

Perché l’Italia è penalizzata

Per l’Italia si intravede all’orizzonte una sconfitta di natura politica, specialmente sul fronte migratorio. Da anni Roma chiede una riforma di un altro trattato, quello di Dublino. Cioè del documento che impone ai Paesi di primo approdo l’onere dell’accoglienza dei migranti. Nel settembre 2019 il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, da poco insediata al Viminale, aveva salutato trionfalmente il cosiddetto accordo di Malta. In quell’occasione Francia e Germania si erano impegnate a farsi carico di alcune quote di migranti arrivati nei Paesi di primo approdo. Ma l’intesa era tutt’altro che vincolante e, nonostante nuove pressioni del passato governo giallorosso, non si è arrivato a un accordo definitivo. L’attuale esecutivo guidato da Mario Draghi ha puntato molto invece su piani di rimpatrio più celeri da gestire assieme all’Ue e su investimenti nei Paesi di origine dei migranti. Ma una riforma organica sull’immigrazione è rimasta nel cassetto.

Le priorità dell’Europa sono altre. E riguardano in primis la limitazione dei movimenti secondari. Una preoccupazione quest’ultima soprattutto di Berlino e Parigi. L’Italia, in questo contesto, è destinata a rimanere ulteriormente isolata. La riforma di Schengen comunque è ben lungi dall’essere operativa. La commissione ha formulato la sua proposta, la palla adesso passa al consiglio europeo e al parlamento di Strasburgo. Un dedalo politico-burocratico in grado di far trascorrere ancora diversi mesi, se non anni.

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