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Nell’immaginario collettivo il Mediterraneo è visto come un luogo di morte. Le immagini di barchini e gommoni ribaltati in balia delle onde arrivano con una certa costanza nelle case degli spettatori. Anche Papa Francesco durante uno degli ultimi Angelus, ha parlato in piazza San Pietro di Mediterraneo come più grande cimitero al mondo. In realtà, il Mare Nostrum, come lo chiamavano i latini, rappresenta una delle realtà più complesse al mondo non riconducibile soltanto ai più recenti eventi luttuosi.

Com’è visto il Mediterraneo

Il Mediterraneo da più di 30 anni almeno funge da ponte ai migranti che partono dall’Africa per accedere ai Paesi europei. Barchini di fortuna o barconi con a bordo diverse centinaia di persone, sono i mezzi più usati per solcare le sue acque. E negli anni questo ha contribuito a riempire le pagine di cronaca con notizie di naufragi e immagini forti. Da qui lo spesso spontaneo e abusato connubio dei termini Mediterraneo e morte.

Un’associazione pericolosa che rischia di far dimenticare la vera importanza di questo spazio marittimo e di tutte le sue risorse. Definito anche come “traversata più pericolosa al mondo” dal Capo missione dell’Oim in Tunisia, Azzouz Samri, l’accezione negativa che il suo nome ha assunto nel tempo è divenuta una costante. Le Ong l’hanno usata specialmente dal 2017 in poi per giustificare il proprio operato e la propria presenza nelle acque solcate dalla rotta centrale e orientale dell’immigrazione. Nel Mediterraneo si muore, è il loro ragionamento più diffuso, e dunque è essenziale stare anche a ridosso della Libia per portare i migranti in Italia.

Com’è il Mediterraneo

Il Mare Nostrum è però tutt’altro che sinonimo di morte. Si tratta infatti di una grande area capace di produrre tanta ricchezza. Ci sono dei dati che non lasciano spazio a dubbi e interpretazioni in tal senso. Si parta ad esempio dalle cifre fornite dal Wwf a proposito del mercato più rappresentativo dell’area, ossia quello ittico. Nonostante il Mediterraneo ricopre solo l’1% della superficie degli Oceani del mondo, tanto da essere considerato spesso alla stregua di un semplice lago, fornisce il 20% del prodotto marino mondiale lordo. È vero, specialmente ultimamente, che la pesca non genera molta ricchezza e che anzi il settore è in profonda crisi. Ma il dato rimane comunque non indifferente, soprattutto se rapportato alla quantità di forza lavoro che riesce a impiegare: sono più di 150 milioni le persone che vivono grazie alle immense risorse date dal pescato.

Per comprendere meglio il suo valore, alcuni studiosi hanno rappresentato questo mercato come un’economia a sé stante. Se cioè il Mediterraneo fosse un Paese indipendente, soltanto con il Pil prodotto dall’indotto ittico rappresenterebbe la quinta economia più importante dell’area, dopo Francia, Italia, Spagna e Turchia. Non solo: il valore del mercato ittico sarebbe pari a quello del Pil di Grecia, Algeria e Marocco messi assieme. Nel 2015 Il Sole24Ore ha invece messo assieme i dati delle economie di tutti i Paesi del Mediterraneo e il risultato è stato sorprendente: se l’area fosse un’economia integrata e comune, rappresenterebbe la seconda potenza economica al mondo dietro gli Usa e davanti addirittura alla Cina.

Il contrasto all’immigrazione parte dalle potenzialità del Mediterraneo

È anche vero però che un calcolo del genere non dice tutta la verità. Sommare il valore delle economie è un conto, ma occorre anche leggere cosa si nasconde dietro i numeri. La ricchezza nel Mediterraneo non è infatti equamente suddivisa. Il divario tra il nord e il sud dell’area è ancora molto accentuato. Non solo. C’è un altro dato che deve far riflettere: entro il 2030 la regione mediterranea avrà 650 milioni di abitanti. La distribuzione sarà molto differente, se è vero che già adesso lungo la sponda nord si sta lottando contro il decremento demografico mentre a sud i giovani rappresentano più della metà dei cittadini. Vuol dire quindi che, se le potenzialità economiche della regione non verranno sfruttate e continuerà ad esserci l’attuale disuguaglianza, la pressione migratoria dall’Africa all’Europa è destinata drammaticamente ad aumentare. Il contrasto all’immigrazione deve partire da qui. Diversamente i problemi relativi agli sbarchi saranno sempre più cronici.

Le vie a livello politico tracciate fino ad oggi non sono state sufficienti. L’Europa in alcune occasioni ha incentivato, con specifici accordi, l’immissione nel mercato comunitario di prodotti provenienti dal nord Africa. Circostanza che non ha favorito la ripresa economica dall’altra parte del Mediterraneo e ha portato a non poche tensioni tra i produttori della sponda nord, soprattutto in campo alimentare. In altri casi invece si è intervenuto finanziando specifici progetti di sviluppo, cattedrali nel deserto che non hanno inciso nel quadro generale della situazione: “Il vero problema dei Paesi nordafricani – ha spiegato su InsideOver una fonte dell’Ong Cisv – è la mancanza di prospettive. La frustrazione incentiva molto le partenze”.

Il Mediterraneo: quel problema politico

L’area del Mediterraneo è “chiusa”, ma se fosse integrata sarebbe davvero una potenza economica per come ipotizzato da Il Sole24Ore? “Se si pensasse a un’area di libero mercato – afferma su InsideOver l’analista Paolo Quercia, autore con Michela Mercuri di “Naufragio mediterraneo” – il discorso sostanzialmente non cambierebbe più di tanto”. C’è poi un altro punto da evidenziare. E cioè che nei Paesi del Nord Africa, così come in quelli dell’area subsahariana, dopo gli anni 2000 vi è stato un grande sviluppo economico. Le loro economie, contrariamente a quanto potrebbe sembrare, sono cresciute in modo importante e il gap con il Vecchio Continente si è ridotto. “ Per cui – spiega Quercia – non si può parlare di grandi differenze economiche fra i Paesi africani e quelli europei. Legittimamente però ci si chiede il perché dell’instabilità in Africa. Il problema in questione – spiega l’analista – non è di carattere economico bensì politico. In alcuni casi è un problema di cattiva sovranità, in altri di erosione della statualità, in altri di insostenibilità della globalizzazione rispetto ai valori culturali autoctoni. Per non parlare di guerre e conflitti”.

Più le economie crescono e più i migranti partono

Il connubio economia/immigrazione è stato messo in evidenza di recente tra i vari partner europei. L’Italia in particolare ha cambiato linea: da Roma non si chiedono più ricollocamenti automatici, bensì investimenti nei Paesi da cui si originano i flussi migratori. La linea di principio è chiara: più crescono le economie e più si attenuano le partenze. Ma in realtà potrebbe essere il contrario: “La mia sensazione di analista – ha chiarito Paolo Quercia – confermata anche da alcuni dati, è che il rapporto sia direttamente proporzionale e non inversamente. Ossia più crescono le economie del Sud più aumentano i flussi migratori. Altrimenti, non si chiamerebbe globalizzazione che, ricordiamolo, non nasce per separare, ma per integrare”. È un po’ quello che è già accaduto nell’est Europa dopo il crollo del comunismo: nonostante il gap con l’occidente sia negli anni diminuito, anche da qui si è continuato a partire.

L’intervento economico nei Paesi sottosviluppati dunque potrebbe incontrare dei limiti pratici: “In linea molto teorica e nel lunghissimo termine gli investimenti forse potrebbero servire. In pratica, e nella prospettiva temporale che ci interessa credo proprio di no”, ha proseguito Quercia. Anche perché ci sono altre variabili da prendere in considerazione: “Le economie non crescono a comando – ha aggiunto l’analista – e la strutturale ciclicità alterna crescita e recessione”.

Perché allora dall’Africa si parte?

Il Mediterraneo, in conclusione, è un’area complicata ma dalle dinamiche molto controverse. Da un lato è quel lago di morte documentato nel corso degli anni, dall’altro una regione in grado di esprimere importanti potenzialità sul fronte economico. Un nodo peraltro anch’esso piuttosto complicato: è vero che tra le due sponde del mare le differenze economiche sono marcate, ma è anche vero che il gap si sta riducendo. Perché dunque milioni di persone continuano a provare ad attraversarlo? Forse la vera questione in grado di sintetizzare l’enigma Mediterraneo ha a che fare con la politica. Fino a quando la regione resterà instabile, gli investimenti sull’economia potranno solo tappare qualche falla. Per l’Italia e per l’Europa, dopo anni di negligenze, è arrivato il momento di mettere in piedi una vera e propria agenda. Puntare sull’economia è possibile ma, assieme a questo punto, è impensabile non guardare organicamente all’aspetto prettamente politico.