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Soprattutto in seguito alle elezioni presidenziali americane e alla rielezione di Donald Trump, le carovane migratorie dal Messico verso gli Usa sono tornate ad aumentare e migliaia di persone hanno tentato di attraversare il confine verso il nord. 



Il fenomeno delle carovane è esploso a partire dal 2018 e rappresenta una strategia collettiva adottata da migliaia di migranti per sfuggire ai rischi e alle difficoltà che accompagnano i viaggi individuali. Muoversi in gruppo offre una maggiore protezione contro i controlli delle autorità locali, le deportazioni e le violenze della criminalità organizzata. Questo approccio consente sì di ridurre la vulnerabilità individuale, ma anche aumentare la visibilità mediatica e attirare il sostegno delle organizzazioni umanitarie. 

L’aumento dei flussi nelle ultime settimane è in parte una risposta alle politiche anti-immigrazione promesse da Trump, che intende riportare in vigore misure severe contro l’immigrazione illegale. Nonostante le difficoltà e le repressioni, i migranti continuano a percorrere la rotta verso il nord, sperando di arrivare il più vicino possibile al confine con gli Stati Uniti prima che Trump si insedi ufficialmente alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio.

Le sfide delle carovane in marcia

Il 1° dicembre, alcuni gruppi di attivisti hanno rivelato che le autorità messicane avevano disperso due carovane di migranti dirette verso nord. Probabilmente si tratta di una conseguenza di accordi tra il presidente degli Stati Uniti e la presidente del Messico.

Il primo gruppo, partito il 5 novembre da Tapachula, nella parte meridionale del Messico, era formato da circa 2.500 persone. Dopo aver camminato per oltre 430 chilometri in quasi un mese, i migranti sono giunti a Tehuantepec, nello stato di Oaxaca. Lì, molti sono stati trasferiti su autobus diretti verso sud o in altre città, dove avrebbero potuto ricevere assistenza medica e vedere esaminato il loro status migratorio.

Un secondo gruppo, con 1.500 migranti, era partito il 20 novembre, ma anch’esso è stato disperso dalle autorità a Tonalá, sempre nel Chiapas. A queste persone è stato offerto un visto provvisorio che consente loro di muoversi per il Messico per venti giorni. Sebbene queste operazioni possano sembrare un tentativo di fermare il flusso migratorio, è evidente che le carovane continuano a formarsi e a cercare di avanzare verso il confine statunitense.

Il timore della politica di Trump

Il principale motore del recente aumento delle partenze è il timore che, una volta insediato, Trump manterrà le sue promesse di chiudere il confine e respingere i migranti irregolari. La paura di una maggiore durezza nelle politiche migratorie, unite alle minacce di azioni drastiche come il rafforzamento del muro al confine, finora ha ottenuto solo il risultato opposto, spingendo molte più persone a cercare di arrivare il più velocemente possibile negli Stati Uniti, prima che diventi troppo difficile. Chi si mette in viaggio affronta inoltre condizioni estreme e difficili come il caldo intenso, ma anche la stanchezza e la fame.

La maggior parte dei migranti è determinata, nonostante le avversità, a proseguire fino a Città del Messico, da dove tenterà di proseguire il viaggio verso il nord. Le autorità messicane, per quanto possano cercare di fermare le carovane, si trovano a dover gestire un flusso migratorio ingente e in crescita, anche a fronte di pressioni internazionali.

Le relazioni tra Messico e Stati Uniti: un accordo sotto pressione

A complicare ulteriormente la situazione ci sono le relazioni tra il Messico e gli Stati Uniti, inasprite proprio a causa delle politiche migratorie. Il 3 dicembre, la presidente messicana Claudia Sheinbaum ha dichiarato che il Messico è pronto ad affrontare un’eventuale espulsione di migranti, inclusi i propri cittadini, se ciò dovesse effettivamente accadere a seguito delle politiche di Trump. La situazione ha preso una piega delicata dopo che Sheinbaum e Trump avevano discusso telefonicamente in merito alla gestione dei flussi migratori. Durante quella conversazione, Sheinbaum ha sottolineato che l’amministrazione di López Obrador aveva già ridotto del 75% l’arrivo di migranti al confine con gli Stati Uniti nel corso dell’ultimo anno in risposta alla minaccia di Washington di aumentare i dazi su tutti i prodotti messicani se il flusso di migranti non fosse stato fermato.

Nonostante gli sforzi per contenere i flussi, la situazione rimane critica. Tra gennaio e agosto del 2024, oltre 925.000 persone sono entrate irregolarmente in Messico attraverso il suo confine meridionale. Molte di queste persone si trovano in città come Tapachula, divenuta una sorta di terra di mezzo per i migranti in attesa che le loro richieste vengano esaminate. 

Anche il Messico ha però il suo ruolo attivo in questa situazione. Da anni, il Paese è infatti un attore chiave nella gestione dei flussi migratori diretti verso gli Stati Uniti. Quando i migranti attraversano i paesi dell’America Centrale, possono ottenere un documento che consente loro di proseguire il viaggio. Tuttavia, una volta in Messico, sono sottoposti a una burocrazia complessa e a severi controlli, oltre a essere vulnerabili alle violenze e alle estorsioni da parte della criminalità organizzata. 

In questo scenario, le richieste di Trump di intensificare i controlli al confine rischiano di aggravare ulteriormente la crisi umanitaria, aumentando il potere dei narcotrafficanti e spingendo più persone a partire, in cerca di una speranza di una vita migliore.

Mentre il Messico cerca di affrontare questa crisi, le pressioni per fermare il flusso di migranti diventano sempre più forti. L’esito di questa situazione dipenderà non solo dalle politiche interne dei due paesi, ma anche dalle risposte che la comunità internazionale sarà in grado di dare a una delle più grandi sfide umanitarie dei nostri tempi.

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