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Migrazioni

Com’è cambiata la lotta internazionale ai trafficanti di esseri umani

Nell'ultimo anno sono emersi segnali di un incremento di arresti e operazioni a danno dei trafficanti in Nord Africa e nel Bangladesh

Anche nel corso del recente vertice di Roma dedicato all’immigrazione e allo sviluppo dell’area mediorientale si è parlato, a proposito del flusso migratorio, dell’importanza di contrastare i trafficanti di esseri umani. Del resto, è proprio l’immigrazione irregolare a creare i maggiori grattacapi per chi deve gestire l’accoglienza e, soprattutto, i più gravi pericoli per i migranti che cadono nella rete dei gruppi criminali.

Negli ultimi anni il tema della lotta ai trafficanti è stato solo accennato. Soltanto di recente, lungo le due sponde del Mediterraneo, si è iniziato a fare maggior riferimento all’importanza di stanare le reti criminali. Quelle cioè organizzate a livello transnazionale e ramificate tanto nei Paesi di origine quanto in quelli di arrivo dei migranti.

Un clima politico mutato

In Europa negli ultimi mesi il discorso relativo ai trafficanti è stato sempre più al centro delle discussioni. A Bruxelles più volte, sia all’interno della commissione europea che del Consiglio Europeo, si è fatta strada l’idea che lottare contro le rete di trafficanti appaia oggi prioritario. Un discorso sostenuto anche da diversi governi europei, a partire da quello italiano. Nella presentazione del nuovo piano sulla gestione dei flussi migratori, Ursula Von Der Leyen ha fatto ampio riferimento alla lotta contro le reti criminali. Quest’ultima rappresenta uno degli obiettivi dell’accordo concluso con la Tunisia la scorsa domenica, alla presenza della stessa Von Der Leyen, di Giorgia Meloni e del premier olandese Mark Rutte.

In poche parole, il clima politico è mutato. Se prima la lotta ai trafficanti veniva considerata marginale, adesso sta acquisendo sempre maggior importanza. E fa parte di una delle strategie della cosiddetta “dimensione esterna” della politiche europee sull’immigrazione. Controllare quanto accade dall’altra parte del Mediterraneo, vuol dire attuare azioni di contrasto contro i trafficanti. O comunque chiedere ai Paesi di origine dei flussi migratori di iniziare a premere contro i criminali.

Il caso libico

Il clima sta lentamente cambiando anche dall’altra parte del Mediterraneo. Diversi governi hanno avviato piani di contrasto ai trafficanti o almeno di contenimento delle reti criminali. Il primo esempio significativo arriva dalla Libia. Nei mesi scorsi il governo di Tripoli ha usato la forza contro i trafficanti impegnati nelle loro criminali attività a ovest della capitale. Il premier Abdul Hamid Ddeibah ha impiegato anche i droni girati dai turchi per bersagliare le basi dei contrabbandieri. Il piano del capo del governo libico non è esclusivamente rivolto ai trafficanti di esseri umani.

Al contrario, si tratta della volontà di Tripoli di mostrare la propria presa su territori da anni dominati dalle milizie locali e in cui ogni istituzione statale di fatto è tagliata fuori. Ddeibah, colpendo i trafficanti e i contrabbandieri di droga, ha quindi voluto lanciare un segnale importante ai propri avversari e a tutti i capi milizia della Tripolitania. Ad ogni modo, a prescindere dalle intenzioni del premier libico, occorre sottolineare come per la prima volta in Libia siano stati colpiti e distrutti nascondigli di trafficanti, fabbriche di barconi e magazzini in cui vengono custoditi i mezzi per effettuare le traversate.

L’ultimo arresto eccellente, così come sottolineato su AgenziaNova, riguarda Abdo al Kabo, giovane miliziano accusato di essere un potente trafficante di droga e impegnato anche nella criminale tratta di esseri umani. Il suo è soltanto l’ultimo di una serie di nomi eccellenti coinvolti in arresti e operazioni da parte delle autorità di Tripoli.

Cosa avviene nel Bangladesh

Importante anche sottolineare come da anni una guerra senza quartiere al traffico di esseri umani viene condotta in uno dei Paesi più coinvolti dal fenomeno, ossia il Bangladesh. Da qui si parte dai primi anni 2000, con diverse organizzazioni criminali impegnate nella gestione delle tratte migratorie verso il sud est asiatico e verso il Golfo Persico. Il Bangladesh è molto vulnerabile sotto il profilo sociale: il suo è uno dei territori più popolati al mondo, con importanti tassi di crescita ma con delle disuguaglianze che da almeno un ventennio alimentano emigrazioni in varie parti del globo. Da alcuni anni a questa parte anche verso l’Europa e quindi l’Italia.

Le forze di sicurezza bengalesi nell’ultimo decennio hanno scoperto decine di reti criminali operanti nel traffico di esseri umani. Ma il fenomeno è talmente vasto che nonostante le varie operazioni di polizia, la piaga dei flussi irregolari è ben lontana dall’essere risolta. Qualche risultato però è arrivato. Proprio seguendo le operazioni nel Bangladesh è stato possibile scoprire il modus operandi delle organizzazioni, sempre più transnazionali e legate a doppio filo con i Paesi di transito dei migranti. Nei giorni scorsi, a Dacca è stato arresto uno dei più importanti trafficanti e la polizia ha accertato i suoi collegamenti con diversi criminali stanziati in Libia.

I recenti arresti tra Tunisia e Algeria

La Tunisia è il Paese da cui sono partiti più migranti verso l’Italia nel 2023. A differenza degli altri anni, la rotta tunisina ha ospitato soprattutto persone di origine sub sahariana, prima ancora che tunisini. Segno di come adesso le organizzazioni criminali transnazionali operino anche da qui e non soltanto dalla Libia. Il governo di Tunisi ha premuto sul fatto che la crisi migratoria è originata dalla crisi economica interna e che il Paese ha bisogno di aiuti, a partire dai due miliardi di Euro previsti da un accordo dello scorso ottobre con l’Fmi. Ma è chiaro che dalle autorità tunisine ci si aspetta anche un maggior contrasto ai trafficanti, indipendentemente dalla crisi economica in atto. Qualcosa si è mossa tra aprile e maggio, con l’arresto da parte delle autorità di decine di persone sospettate di far parte della rete ci contrabbandieri. Il 26 maggio scorso un trafficante è stato anche condannato alla pensa esemplare di 79 anni di carcere.

Le recenti operazioni non hanno cambiato di molto la situazione, ma hanno acceso un faro sulle attività criminali in Tunisia legate all’immigrazione. Forse anche a Tunisi si è compreso come, da parte europea, ci si attende molto in termini di sicurezza e persecuzioni dei più pericolosi trafficanti. Discorso analogo può essere fatto sull’Algeria. Da qui partono pochi barchini, in gran parte destinati a sbarcare in Sardegna. Negli anni precedenti però la rotta appariva più trafficata. Il governo di Algeri è intervenuto con alcune operazioni dirette a sgominare diverse bande di trafficanti. Il 14 luglio ad esempio, 32 persone sono state arrestate a Orano. Tra queste, 28 erano di nazionalità marocchina. In quell’occasione, è stata confermata quindi la natura transnazionale delle varie organizzazioni.

Ancora forse è poco per parlare di contrasto a tutto tondo nei confronti dei trafficanti. Ma qualcosa, su entrambi i lati del Mediterraneo, si sta muovendo. La strada potrebbe essere stata tracciata: per poter ridimensionare i flussi regolari, occorre interrompere il flusso di affari illeciti gestiti da uomini senza scrupoli.

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