Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

Oltre un secolo è passato da quando schiere di disperati, inquilini di quella parte del mondo consegnata all’oblio e alla miseria, decisero di provare a cambiare la propria vita affidando se stessi alla sorte e agli ultimi rimasugli di speranza che la parola oro riusciva a infondere in loro. Da tutti gli Stati Uniti emigrarono giovani e meno giovani per raggiungere il Klondike. Fu una corsa cieca, a oltranza, ostinata, verso l’abbaglio. La fortuna arrise a pochi mentre per i più si trattò di un un viaggio terminato con l’accettazione inaggirabile che la vita ormai fosse perduta tra le pieghe di un abisso di miseria e fame, che non concedeva sconti di pena e neppure possibilità di fuga.

La storia a volte, però, sembra ritornare sui suoi passi e, come in preda a un corto circuito, ecco che nel ventunesimo secolo ha voluto di nuovo proporci quelle immagini. Oggi infatti un popolo di fuggitivi, di rifugiati, di profughi ha ritrovato nell’oro l’estrema illusione a cui aggrapparsi per cercare di sovvertire il vivere da prigionieri in una terra dove tutto ha i connotati dell’eternità: la tragedia, la disperazione e dove le parole vita e dolore non hanno frontiere ma si uniscono in un unico contingente di sofferenza perpetua.





È nei campi profughi del Ciad infatti che sta consumandosi la corsa all’oro contemporanea. A pochi chilometri dalle tendopoli che puntellano la regione che confina con il Sudan, e dove vivono 320mila sfollati in fuga dal Darfur, sono stati scoperti alcuni giacimenti auriferi ed è iniziata una vera e propria ricerca disperata di pepite. Uomini e donne scavano senza sosta e setacciano con lo sguardo, fino a consumarsi gli occhi, ogni millimetro di roccia nella speranza di trovare qualche grammo di polvere dorata valido per pagarsi un trafficante che li porti in Libia e poi da lì, oltre il Mediterraneo.

È questo il motivo per cui oggi nelle miniere di Tibesti, scoperte nel 2012 nel nord del Ciad, sotto un sole che consuma le vite, in una terra di rocce e sabbie che oltrepassano l’orizzonte, infinite, come le pene che travolgono le anime qua imprigionate, centinaia di uomini si calano senza attrezzatura sino a 50 metri di profondità. Nel buio assoluto, per ore, legati con corde precarie e armati solo di piccole torce e vecchi attrezzi cercano l’oro. Ma oltre a ciò combattono a colpi di piccone, di badile e anche a mani nude una guerra personale contro il proprio destino di condannati. Sono mossi da una forza interiore che, per comprenderla, occorre ritornare alle angosce primigenie del male: la fame, la sete, l’assenza di un domani, l’incombenza della morte appunto. È contro questo che si consumano, è contro tutto questo che scavano. I rischi sono noti a tutti e decine di persone sono morte nei crolli, ma la ricerca di quel pezzo d’oro, abbastanza grande per valere un’utopia d’avvenire da comprare a un trafficante di vite, non conosce soste e paure.

”Non mi importava in quale Paese andassi. A me interessava solo andare in Europa e vivere in una nazione in pace”. A parlare al The Guardian è Bahar, che ha 27 anni ed è ritratto in un letto immobilizzato dal bacino in giù perché durante uno scavo sono crollati dei massi, ed e rimasto schiacciato e ora vive paralizzato nella sua tenda.

”La vita nel campo non è facile ed è per questo che decisi di unirmi a un gruppo di profughi per andare a fare il minatore, ma poi le cose non sono andate come dovevano. Sognavo di trovare l’oro per andare in Europa e invece ora sono qua”. La sua storia è analoga a quella di molti altri profughi sudanesi. Sono scappati dal loro Paese nel 2003 con l’esplosione del conflitto in Darfur. Raccontano le incursioni dei miliziani Janjaweed, i demoni a cavallo, nei loro villaggi. Parlano delle scorrerie delle soldataglie arabe, ricordi di tukul dati alle fiamme, di donne stuprate, di esecuzioni sommarie e saccheggi indiscriminati. L’attenzione mediatica verso la crisi sudanese dopo il 2005 è scemata, ma la vita dei rifugiati in Ciad è rimasta invece ancorata a una sofferenza immutevole e ciclica. Ed è così che quando sono venute alla luce le vene d’oro è iniziata una febbricitante, compulsiva e disperata corsa dei profughi verso i giacimenti.

Mohamed Jouma Ahamed, 41 anni, ispettore delle scuole nel campo di Djabal, ha raccontato, sempre al quotidiano britannico che suo fratello Ahamed si è unito alla corsa all’oro nella speranza di trovarne a sufficienza per comprarsi il suo passaggio in Europa. “Stare qui, nei campi, non è facile, tutti preferiremmo andare in Europa e sono molti i giovani ragazzi che tentano di andarci. Vanno nella regione dell’estremo nord del Ciad, cercano l’oro, e se lo trovano pagano i contrabbandieri per portarli in Libia. Mio fratello Ahamed è andato a Tibesti per cercare l’oro e ne ha trovato, e i contrabbandieri l’ hanno portato in macchina in Libia”.

Quindi oggi la rotta per raggiungere l’Europa non passa più soltanto dal mare e dal deserto, adesso corre anche attraverso le viscere della terra. Ecco quindi migliaia di profughi scendere negli inferi per comprarsi il biglietto di un viaggio senza certezze, incendiati però da quel carburante, che non ci è dato sapere, se fatto dell’ultimo fremito di speranza o dall’estrema reazione all’eterna disperazione.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto