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I flussi migratori sono alimentati dalle attività criminali di chi lucra sulla necessità e sulla disperazione di molti. Dal Mediterraneo alle Americhe, ecco quali sono i gruppi più pericolosi che guadagnano sui viaggi della speranza.

I viaggi della speranza che si originano in Libia

Sabratha e Gasr Garabulli a molti non dicono nulla. In realtà questi sono i nomi di due delle più importanti città libiche coinvolte nel traffico dei migranti verso l’Italia. Poste rispettivamente a ovest ed est di Tripoli, le economie di questi territori sembrano fondarsi proprio sullo sfruttamento del fenomeno migratorio. Proprio per questo motivo si assiste da anni ad una spietata concorrenza tra i trafficanti, fatta di faide fra le diverse fazioni che nel dopo Gheddafi si sono spartite il controllo delle rispettive zone. Complice il caso imperante in Libia dal 2011, in migliaia vivono grazie all’indotto prodotto dal macabro mercato di esseri umani.

I migranti, prima di arrivare in queste città costiere, trascorrono diverso tempo di detenzione più a sud. Qatrun, Awbari, Sebha e Murzuq sono soltanto alcune delle località in cui per mesi molti di loro vengono detenuti dai loro aguzzini. Veri e propri strozzini che usano anche torture e abusi per estorcere quanti più soldi possibili alle vittime. Soltanto in un secondo momento i migranti, in gran parte di origine subsahariana, vengono condotti lungo la costa per essere imbarcati verso l’Italia. A Sabratha come a Gasr Garabulli e in altri centri della Tripolitania, sono diversi i centri di detenzione per i migranti. In molti casi però le autorità locali e quelle dell’Onu riescono ad avere pieno accesso alle strutture.

I trafficanti che operano in Libia

Nelle città costiere protagoniste delle partenze verso l’Italia, a monopolizzare il mercato sono le famiglie capaci di prendere le redini del controllo del territorio dopo la fine di Gheddafi. A Sabratha ad esempio il mercato dell’immigrazione è in mano al clan Al Dabbashi. Si tratta di un cognome ricorrente anche in alcune indagini condotte nel 2017 dalla procura di Trapani. Il capo di questo gruppo, Ahmed Al Dabbashi soprannominato “Lo zio”, nell’aprile 2020 è stato rivisto a Sabratha dopo il ritorno in città delle milizie ricollegabili all’allora governo di Fayez Al Sarraj. Da qui, assieme ai fedelissimi, gestisce le partenze di centinaia di barconi.

Poco più ad est c’è la città di Zawiya, feudo di un’altra brigata importante, quella denominata “Al Nasr”. Un gruppo che controlla anche alcuni centri di detenzione di migranti. Zawiya è anche la città di Abdou Rahman, meglio noto come Bija. Si tratta di uno dei trafficanti più temuti, ma al tempo stesso in passato ha vestito anche la divisa della Guardia Costiera libica. Anzi nel maggio 2017 era nella delegazione invitata al Cara di Mineo per discutere di immigrazione. Oggi risulta a piede libero dopo alcuni mesi di detenzione. In Libia però il mercato degli esseri umani non coinvolge soltanto i criminali delle città costiere. Nel Fezzan tribù legate ai Tebu o ai Tuareg garantiscono l’accesso delle carovane dal Niger o dal deserto algerino, in cambio ovviamente di importanti profitti. Anche loro fanno parte di quelle reti che aiutano i trafficanti a spedire i gommoni in mare.

Le partenze dal Sahel

Quando si parla di sbarchi di cittadini che provengono dal Sahel o dal Corno d’Africa, il primo pensiero va al Niger. Il Paese si trova in una zona strategica per il traffico di migranti per due principali caratteristiche: confina con la Libia e aderisce alla Cedeao. Questo fa sì che in migliaia risalgono senza particolari problemi dall’Africa occidentale e, una volta giunti ad Agadez, si servono dei carovanieri e dei “passeur” per provare ad accedere in territorio libico. Ha quindi qui sede la vera genesi del flusso migratorio verso il Mediterraneo e l’Europa. Dall’altra parte del continente invece, uno snodo cruciale è rappresentato dal Sudan. In questo Paese convergono i migranti risalenti soprattutto da Eritrea, Etiopia e Somalia. Due assi che da anni costituiscono la linfa della tratta di esseri umani.

Le reti di trafficanti tra Niger e Sudan

Nelle due direttrici principali da cui i migranti risalgono dal Sahel verso la Libia, sono diversi i gruppi criminali impegnati. Nel solo Niger le autorità locali hanno fatto sapere di aver smantellato dal 2018 ad oggi qualcosa come 59 reti di trafficanti. Si tratta di gruppi ramificati tra la capitale Niamey ed Agadez in grado di portare verso il territorio libico migliaia di persone. In Niger l’aiuto all’immigrazione verso la Libia è diventato illegale con la legge 036 del 2015. La polizia del Paese africano è intervenuta duramente soprattutto dopo il 2017, con l’aiuto delle forze speciali spagnole. Risale al 2018 l’arresto di Ajja Al-Jouma, soprannominato Oga Bouzou, “boss Tuareg” in lingua Hausa. Sarebbe lui la vera mente dei trafficanti nigerini. Altre operazioni di polizia sono state compiute nel 2019 e hanno portato all’arresto di Abdallah Malohiya e Alhagie Gambo, altre due figure criminali di spicco.

L’intervento delle forze nigerine ha parzialmente chiuso la rotta verso la Libia. Una fonte dell’Ong Cisv contattata da InsideOver ha confermato questa impressione: “Molti migranti rimangono per anni ad Agadez – ha fatto sapere – segno che da qui sempre più di rado si va oltre”. Sarebbe invece ben attiva la rotta dal Sudan. L’intelligence italiana sostiene da anni l’esistenza nella capitale Khartoum di un vero e proprio hub migratorio per chi risale dal Corno d’Africa. Tra i trafficanti più ricercati spicca la figura di Medhanie Yehdego Mered. Nel 2016 sembrava essere arrivata una svolta per la sua cattura, ma il soggetto arrestato a Khartoum e trasferito in Italia per il processo in realtà non era lui. Si è trattato in quel caso di un clamoroso scambio di persona.

Il caso Nigeria

Un capitolo a parte merita la Nigeria. Dal più popoloso Paese africano i migranti si incanalano verso il Sahel e arrivano in Libia tramite il Niger. Ma le dinamiche rispetto ai vicini sono diverse. Qui a comandare sul traffico dei migranti sono le temibili confraternite. È questo il nome dei clan della mafia nigeriana, nata proprio dalle confraternite universitarie di alcune delle più importanti città del Paese. I clan già dagli anni 2000 hanno messo le mani sulla tratta di esseri umani. Vengono avviate verso l’Europa migliaia di ragazze destinate poi alla prostituzione e migliaia di ragazzi sono incanalati invece verso il mercato della droga. Le confraternite sono radicate tanto in patria quanto all’estero: dalla Nigeria i boss fanno partire i migranti, poi i loro “soldati” li seguono nel Sahara e altri affiliati li prendono in consegna in Libia. Una volta in Italia, i clan ramificati soprattutto tra la Sicilia e la costa domiziana smistano i migranti tra il mercato della prostituzione e quello della droga. Spesso infondendo terrore usando anche i riti voodoo, i trafficanti nigeriani controllano le loro vittime giunte nel nostro Paese. Tra le confraternite più attive in tal senso si segnalano i Viking, i Black Axe, i Machete e gli Eyie.

La situazione nelle Americhe

Anche nel continente americano sono presenti flussi migratori di una certa portata. Tra le mete da raggiungere, quella degli Stati Uniti rappresenta la massima ambizione. Qui si arriva solo dopo aver attraversato il Messico dove confluiscono i migranti provenienti dall’America latina. Dal continente sudamericano si parte soprattutto dal Venezuela, Paese da anni in grave difficoltà economica. Snodo fondamentale per i flussi migratori è rappresentato dall’Ecuador. Qui convergono sia gli immigrati sudamericani che quelli giunti dall’Africa per via aerea. Si risalgono poi i territori di Panama, Nicaragua, El Salvador, Guatemala e Honduras. Il contesto è tra i più pericolosi. Si vive per giorni o anche per mesi tra le giungle del centro America e tra gli impervi territori del nord del Messico.

L’attività dei Coyotes in nord America

La gestione del mercato di esseri umani tra Messico e Usa è in mano a dei gruppi organizzati in grado di sfruttare le falle della sicurezza al confine tra i due Paesi. Diversamente da quanto si possa pensare, non si tratta degli stessi gruppi che gestiscono la tratta degli stupefacenti dal sud America. I clan impegnati nell’immigrazione sono denominati “Coyotes”: sono loro a prendere in consegna migliaia di disperati, trattenendoli a volte con la forza prima di lasciarli vagare nelle giungle e negli impervi territori di frontiera.

Secondo l’Inami, l’Istituto National de Migracion (l’ente messicano che monitora la situazione sul fronte migratorio), i Coyotes si fanno pagare fino a 12mila Euro per un singolo viaggio. Se un migrante non paga quanto pattuito, potrebbero scattare torture e sequestri. A volte la destinazione è solo un miraggio: la polizia messicana negli ultimi anni ha trovato nei posti più impervi centinaia di cadaveri, probabilmente migranti abbandonati dai Coyotes per via dei mancati pagamenti.