Una divisa della Guardia Costiera libica, un blocchetto degli appunti poggiato sul tavolino e una penna tenuta a fatica con la mano destra, menomata a causa dello scoppio di un ordigno durante la guerra contro Gheddafi. Davanti alle telecamere, nell’ottobre del 2019, Abdel-Rahman Milad, meglio noto come Bija, si presentava così. E provava a mostrare, di fronte alle incalzanti domande della giornalista italiana Francesca Mannocchi, il suo volto più “presentabile”. Quello cioè, per l’appunto, di membro della Guardia Costiera impegnato contro il traffico di esseri umani.
Ma il suo era un doppio ruolo: con quella divisa giocava a fare il controllore, quando in realtà era lui a essere in cima alla lista dei potenziali controllati. Un gioco contorto, su cui l’Onu da tempo aveva messo gli occhi: in diversi rapporti infatti, Bija viene presentato come uno dei più pericolosi trafficanti di esseri umani. Nei giorni scorsi, la sua parabola si è interrotta bruscamente: qualcuno, all’uscita dall’accademia navale di Janzour, lo ha centrato con una raffica di pallottole mentre era a bordo di un fuoristrada. E la sua morte sta già destando clamore, non soltanto in Libia.
Il suo viaggio in Italia
Il volto di Bija nel nostro Paese era noto ben prima dell’intervista dell’ottobre del 2019. Pochi mesi prima, Nello Scavo su Avvenire aveva infatti pubblicato altre sue immagini risalenti al 2017. Scatti che Bija non aveva affatto gradito. Lo si intuisce dalle minacce fatte pervenire allo stesso giornalista italiano, costretto per diverso tempo a farsi accompagnare da una scorta. E del resto, quelle foto svelavano dei legami su cui ancora adesso non è stata fatta ampia luce.
Le immagini lo ritraevano all’interno di alcune riunioni organizzate, nell’ambito della collaborazione tra Roma e Tripoli al contrasto all’immigrazione irregolare, in Sicilia. Bija era in giacca e camicia, al tavolo con ufficiali e rappresentanti sia italiani sia libici. Gli incontri si erano tenuti al Cara di Mineo, ma in quegli stessi giorni Al Milad è stato immortalato anche tra le banchine del porto di Catania. Sempre su Avvenire, si è parlato all’epoca anche di viaggi a Roma dove avrebbe partecipato ad altri colloqui all’interno degli uffici della nostra Guardia Costiera.
Prima con Roma poi con Ankara
“Ero stato invitato dall’Italia e dall’Oim (l’agenzia per i rifugiati dell’Onu, ndr)”, ha dichiarato nel 2019 durante l’intervista condotta da Francesca Mannocchi. Tutto regolare quindi? Non proprio. Le immagini pubblicate da Nello Scavo hanno suscitato clamore proprio perché il nome di Bija, a livello internazionale, era già famoso e non certo per nobili motivi.
La Corte Penale Internazionale de L’Aja ha ancora un fascicolo aperto su di lui per accuse molto gravi: si va dal traffico di esseri umani a presunte torture contro i migranti. Gli investigatori di diverse procure siciliane, in base alle testimonianze dei migranti sbarcati a Lampedusa, hanno accertato contatti tra Bija e almeno tre soggetti in carcere con l’accusa di aver procurato ferite mortali a diversi migranti.
Una caratura criminale confermata anche da altri rapporti dell’Onu, tanto che il Consiglio di Sicurezza a un certo punto ha chiesto al governo di Tripoli l’allontanamento di Al Milad da ogni ruolo all’interno della Guardia Costiera. Ma lui, alla fine, era sempre lì. E questo grazie soprattutto ai contatti politici che riusciva a costruire: “Dopo il 2020 – commenta su X l’analista Jalel Harchaoui – Bija era diventato una risorsa preziosa per la Turchia. In precedenza, tra il 2017 e il 2018, risultava più allineato all’Italia”.
Un miliziano diventato boss
Viene da chiedersi, a questo punto, come mai Bija era riuscito ad acquisire così tanto potere. Del resto, si trattava di uno dei tanti giovani miliziani saltati fuori dopo la caduta di Gheddafi nel 2011. La risposta va cercata proprio nel contesto della Libia del dopo Rais. Ogni milizia ha iniziato a governare il proprio territorio e Bija, nativo di Zawiya, è riuscito a ritagliarsi uno spazio importante tra i miliziani attivi lungo le coste a Ovest di Tripoli.
Lo scatto decisivo probabilmente è stato dato dalla gestione del traffico di migranti, capace di fargli piovere soldi in tasca e accrescere il suo prestigio a Zawiya come nella stessa Tripoli. Prestigio che ha potuto investire sul piano politico, considerando soprattutto la debolezza delle istituzioni libiche e la necessità per i vari governi post 2011 di agganciarsi alle milizie locali per garantire ordine almeno in Tripolitania.
Ed è così dunque che Bija ha potuto incunearsi in quella zona grigia dove, il più delle volte, controllori e controllati coincidono. Da miliziano ha potuto gestire il traffico di esseri umani e, al contempo, presentarsi con la divisa della Guardia Costiera libica per regolare il flusso dei migranti a seconda delle proprie convenienze. Il suo matrimonio, celebrato in pompa magna nel 2021 con tanto di corteo di auto al centro di Zawiya, testimonia il prestigio acquisito nel tempo. Ma tanto prestigio ha favorito anche l’emersione di una lunga lista di nemici. Ed è per questo che, al momento, è molto difficile capire chi ha premuto il grilletto per eliminarlo.

