L’espigón del Tarajal, il molo che separa la città autonoma di Ceuta dal Marocco, è lo spazio sospeso che simboleggia il collasso di un modello fondato sul sistematico logoramento dei diritti umani e il fallimento delle politiche di questi ultimi anni attuate dall’Unione europea: da un lato l’inasprimento delle condizioni per l’immigrazione legale, dall’altro l’esternalizzazione del controllo dei flussi ai paesi del Sud. Come ha sottolineato l’attivista marocchina Khadija Inani quanto accade a Ceuta mostra anche il fallimento di un sistema che scarica sui confini meridionali dell’Europa il costo politico e umano delle proprie scelte. Nel momento in cui scrivo, il bilancio è drammatico: il quotidiano spagnolo El País riporta che sono 50 mila i migranti entrati nell’enclave spagnola — circa la metà sono già rientrati volontariamente in Marocco — mentre sale a 34 il bilancio delle persone morte nel tentativo di raggiungere a nuoto la cittadina. Ma se nel nostro Paese gli esponenti della maggioranza strumentalizzano quanto accade a scopo propagandistico, la realtà è che nei tragici eventi cui stiamo assistendo si manifesta l’intreccio rovinoso di interessi geopolitici sul cui altare il destino di migliaia di persone in cerca di prospettive di vita migliori viene sacrificato. Dietro la cronaca, infatti, si intravede qualcosa di più profondo: la crisi viene usata come strumento di pressione su Madrid, dentro una cornice geopolitica segnata dalle tensioni tra Spagna da un lato, e Marocco, Stati Uniti e Israele, dall’altro.
Le enclaves contese: Ceuta, Melilla e l’ombra del Sahara occidentale
Ceuta e Melilla, enclavi spagnole sulla costa nordafricana che godono dal 1995 dello status di città autonome, sono residui del passato coloniale di Madrid e, per tale ragione, al centro di una controversia storica tra i due Paesi. Rappresentano, prendendo in prestito le parole pronunciate qualche anno fa dall’ex primo ministro marocchio Saâdeddine El Otman, una questione «sospesa da cinque o sei secoli, ma che un giorno potrebbe riaprirsi» perché sono «marocchine come il Sahara». Il contenzioso che le riguarda si intreccia proprio con la spinosa questione del Sahara occidentale — area la cui importanza strategica è notevole in termini economici e geopolitici — e ogni crisi migratoria o diplomatica lungo quel confine tende a trasformarsi rapidamente in un caso politico internazionale.
La storia infinita del Sahara occidentale
Fino al 1975 il Sahara Occidentale fu una colonia spagnola. Quando Madrid si ritirò, Marocco e Mauritania ne rivendicarono il territorio, mentre il Fronte Polisario (Frente popular para la liberación de Saguía el-Hamra y Río de Oro, organizzazione fondata nel maggio 1973 come movimento di liberazione nazionale del Sahara Occidentale) proclamò la Repubblica Democratica Araba Sahrawi. Al fianco del Polisario si schierò fin da subito l’Algeria, che ne è rimasta il principale sostegno politico e diplomatico, ospitando anche decine di migliaia di rifugiati sahrawi nei campi di Tindouf. Nel 1991 l’ONU impose un cessate il fuoco e promosse un referendum che però non si è mai tenuto per profondi disaccordi fra le parti sulle sue modalità. Dopo anni di stallo, nel 2020 la tregua si è incrinata e il conflitto è tornato a farsi sentire sul terreno. Da allora il Marocco ha consolidato il controllo su gran parte del territorio, mentre il Polisario continua a rivendicare l’autodeterminazione sahrawi.
Ma la vera svolta è avvenuta nel dicembre di quello stesso anno quando l’amministrazione Trump ha riconosciuto la sovranità marocchina sul territorio del Sahara Occidentale. Una mossa che molti osservatori hanno interpretato come la contropartita statunitense nel processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e Marocco inaugurato dagli Accordi di Abramo e inscritto in una più ampia architettura anti-Iran, ma anche in un riallineamento economico e strategico sotto regia americana. «La luce della pace non è mai stata più brillante di oggi in Medio Oriente», affermò in quei giorni il premier israeliano Benjamin Netanyahu, mentre Hamas e la Jihad islamica parlarono di «tradimento» da parte di Rabat.
Spagna tra Marocco, Algeria e il nodo Sahara
La crisi che ha travolto Ceuta in questi giorni è la peggiore dopo quella verificatasi nel 2021, quando il Marocco allentò le misure di controllo in seguito al caso legato a Brahim Ghali, uno dei principali leader sahrawi del Polisario, ricoverato in un ospedale spagnolo in seguito a una grave malattia. Da allora la vicenda di Ceuta si è intrecciata sempre di più con la questione del Sahara Occidentale. Nel 2022 la Spagna ha cambiato posizione avvicinandosi al piano di autonomia proposto dal Marocco, scelta che ha inevitabilmente irritato Algeri. La conseguenza è stata un raffreddamento drastico dei rapporti tra Spagna e Algeria, in parte ricuciti di recente con la visita del premier spagnolo Pedro Sánchez nel Paese africano, durante la quale quale si è rafforzata un’intesa per aumentare gli acquisti di gas algerino da parte di Madrid.
In questo scenario, quanto accaduto nell’enclave spagnola non è altro che la manifestazione di un rapporto di forza più ampio: da una parte il fronte formato da Marocco, Stati Uniti e Israele, che ha rafforzato la posizione di Rabat sul Sahara Occidentale; dall’altra una Spagna che si scontra frontalmente con Tel Aviv e Washington sul tema Palestina e cerca di conservare un equilibrio fragile con i due vicini maghrebini.