La Bulgaria appare come la rappresentante più notevole di una problematica che è destinata ad affliggere l’Europa nel corso del XXI secolo: il tracollo demografico. L’elevato squilibrio della piramide demografica e il basso tasso di natalità (1,6 figli per donna) porteranno il Vecchio Continente a conoscere un recesso dai 741 milioni di abitanti del 2016 ai 719 del 2050, in un contesto che invece sarà caratterizzato da uno sviluppo generalizzato della popolazione mondiale.

Demografia è destino, dato che il tasso di crescita della popolazione impatta sul tessuto sociale, sul contesto economico e sugli equilibri interni di un Paese. Per la Bulgaria e il resto dell’Europa orientale il problema demografico incombe come sfida precipua e imminente per i decenni a venire.

Come ha scritto Emmanuel Petrobon su Opinio Juris: “le proiezioni elaborate dalle Nazioni Unite hanno stimato che tra il 2050 ed il 2100 [la Bulgaria] dovrebbe vedere la popolazione ridursi dagli attuali 7 milioni e 128mila abitanti (2016) a 3 milioni e 400mila, ad un tasso di 60mila persone in meno l’anno, 164 al giorno, lo spopolamento più rapido e grave del pianeta insieme a quello che subirà la Romania nello stesso periodo”. Già nel 2013 Novinite rilevava che lo spopolamento del Paese fosse particolarmente intenso nelle aree rurali, che ospitano solo 2 milioni di persone e dalla cui mappa nel 2012 sono state cancellate 24 località oramai spopolate.

La Bulgaria sarà sempre meno bulgara

Matteo Zola ha scritto su East Journal: “L’attuale composizione etnica della Bulgaria vede 5,7 milioni di bulgari, 1,3 milioni di rom, 800 mila turchi e circa 100 mila di altre etnie. Tra vent’anni – spiega il rapporto – i bulgari si ridurrebbero a 3,1 milioni, i rom arriverebbero a 1,8 milioni, i turchi rimarrebbero circa 800 mila mentre i rappresentanti di altre etnie diventerebbero ben 300 mila. Una Bulgaria sempre meno bulgara“. Le superiori età medie e mediane dell’etnia bulgara e i suoi più bassi tassi di natalità, nonché la sua maggior tendenza a fungere da serbatoio per l’immigrazione (tra 1 e 2 milioni di bulgari vivono all’estero) potrebbe spingere, sul lungo periodo, questa a diventare la terza nel Paese.

Commenta Pierobon: “La Bulgaria del futuro potrebbe essere uno Stato fallito in cui gli autoctoni sarebbero una minoranza e non è detto che la transizione verso il futuro sarà pacifica: già oggi la retorica antiziganista utilizzata dalla classe politica, la dilagante xenofobia e la situazione di degrado e abbandono di villaggi e periferie, ostaggio di famiglie criminali rom, incendiano periodicamente il Paese”, oggi governato dal partito Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria (GERB), di impatto nettamente conservatore e dal premier Bojko Borisov.

I programmi pro-natalità e assistenzialisti dell’esecutivo si sono in ogni caso scontrati nettamente con l’ipotesi di considerare l’immigrazione extraeuropea un volano per il rilancio demografico del Paese: nella demografia, infatti, si può leggere buona parte dell’opposizione dell’Est Europa alle politiche migratorie comunitarie, nonostante queste abbiano un impatto più simbolico che reale sui Paesi dell’area.

Il futuro della Bulgaria

Paese povero e sottosviluppato rispetto alla media continentale, la Bulgaria è uno Stato che di fronte a sé vede prospettive decisamente poco rosee: la sua parabola testimonia quanto, sul lungo periodo, il peso della demografia possa diventare questione di vita o di morte per un’entità politica. Una popolazione in declino vuol dire meno forza lavoro, meno componenti per il bacino intellettuale, diminuzione delle prospettive di crescita economica, sbilanciamento delle dinamiche di welfare e meno influenza: in una parola, irrilevanza. La stessa irrilevanza a cui potrebbe essere costretta, nel XXI secolo, un’Europa per cui l’elemento demografico è certamente importante, ma non il più rilevante tra i molti che segnalano la sua difficoltà nell’impatto con le sfide del mondo globalizzato.