Beni confiscati ai rifugiati per pagare l’alloggio? La stretta del Regno Unito sul diritto d’asilo

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Il governo britannico di Keir Starmer valuta una stretta durissima sul diritto d’asilo che potrebbe comportare una mossa senza precedenti tra i Paesi del G7 e le grandi democrazie occidentali: introdurre la possibilità che i beni di valore appartenenti ai richiedenti asilo siano confiscati per contribuire a pagare i costi d’alloggio e mantenimento dei rifugiati.

Mahmood a gamba tesa sul diritto d’asilo

Il ministro dell’Interno del governo laburista Shabana Mahmood ha annunciato nei giorni scorsi l’intenzione di operare un’ampia riforma che a Londra è stata considerata sempre più urgente sulla scorta della violenta insorgenza di proteste anti-migranti e dell’ascesa politica di Reform Uk, il partito di destra di Nigel Farage che vola nei sondaggi. Mahmood ha annunciato che nella riforma in via di definizione del governo ci sarà una svolta importante: il diritto d’asilo permanente sarà abolito e sostituito con un permesso temporaneo valido finché i Paesi di provenienza dei rifugiati saranno definiti insicuri.

Il ministro dell’Interno britannico Shabana Mahmood

In quest’ottica, “nell’ambito di tali riforme, si dice che il ministro degli Interni stia valutando la possibilità di obbligare alcuni richiedenti asilo a contribuire alle spese di mantenimento, emulando la “legge sui gioielli” danese che consente ai funzionari di confiscare gli oggetti di valore dei rifugiati“, nota il The Independent.

La stretta sull’asilo

Il concetto è chiaro: l’asilo non è destinato ad essere un diritto permanente, ma una sorta di servizio di tutela fornito dal Regno Unito alle persone provenienti dai Paesi in difficoltà o perseguitate nella loro patria d’origine. E il messaggio è che i servizi, in Paesi dove il welfare universalista non esiste, si pagano.

Un cambio di paradigma pressante ispirato alla stretta di Copenaghen, che dal 2015 consente alle autorità danesi di confiscare ai richiedenti asilo i beni personali come contanti e oggetti di pregio eccedenti il valore 10.000 corone danesi (1.340 euro circa) per contribuire al loro sostentamento. La legge è stata applicata solo 17 volte anche per la scarsa disponibilità della polizia danese a applicarla, come più volte denunciato dai locali sindacati di polizia.

Si tratta di proposte che stanno venendo discusse dalla sinistra britannica al potere, che deve affrontare una forte fronda interna per le scelte di Mahmood.

L’editorialista del Guardian Zoe Williams ha indicato, retoricamente, nel timore del governo Starmer per l’ascesa della destra la motivazione della mossa: “Siamo sorpresi che un ministro degli Interni  laburista voglia eliminare qualsiasi prospettiva di cittadinanza permanente per tutti i rifugiati, ponendo così fine alla posizione della Gran Bretagna come luogo di rifugio?”.

Starmer in difficoltà

Per Williams la proposta “non si può certo definire sorprendente”, anche se l’idea di Mahmood è stata definita come un atto “meschino, vendicativo, controproducente, ottuso”. Considerato il fatto che si parla di una firma seguita dal mondo progressista britannico, si tratta di un fronte aperto interno al campo laburista.

Si tratta del terzo fronte aperto da Starmer e dal suo governo che può generare scontento. La sinistra ha già rumoreggiato per la proposta della maggioranza centrista del partito sui tagli ai sussidi per il carburante invernale, utilizzato da molti britannici per il riscaldamento, e per la riforma in senso restrittivo del welfare. Su entrambi i fronti Starmer ha fatto inversione a U dopo le pressioni dei progressisti.

Ora la fronda, nota la Bbc, rischia di espandersi alle politiche migratorie, che toccano in prima persona decine di eletti di origine straniera o figli di rifugiati, che difficilmente farebbero passare una politica volta a riconquistare consensi sulla pelle dei richiedenti asilo. Per Starmer il tentativo di inseguire Reform Uk sul suo stesso terreno è un mezzo per riconquistare consensi per un governo in crisi nera. Ma la riforma Mahmood rischia di trasformarsi in un referendum su un esecutivo nato meno di un anno e mezzo fa e già a rischio di rottura interna.

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