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Due scafisti ucraini che provano la fuga nel Mediterraneo a bordo di un’imbarcazione partita dalla Turchia. Quest’ultimo episodio, registrato a inizio luglio, testimonia la crescente preoccupazione relativa alla rotta turca. I numeri sono sempre più in aumento e stanno mettendo in allarme la diplomazia. Il perché è presto detto: aleggia lo spettro di un nuovo ricatto di Erdogan verso l’Italia. Non sarebbe del resto la prima volta che il leader turco usa l’immigrazione come arma politica. Cosa sta succedendo?

La rotta turca diventa un campanello d’allarme

Ci sono dei dati del Viminale che esprimono molto bene la situazione sul fronte migratorio. Tra gli arrivati delle ultime settimane, ad emergere è in particolare l’alto numero di cittadini bengalesi e iraniani. I primi, con 3890 presenze, sono dietro soltanto ai tunisini nella classifica dei gruppi di migranti arrivati in Italia nel 2021. I secondi, quasi mille, rappresentano un flusso crescente in maniera sempre più esponenziale. Sia i bengalesi che gli iraniani seguono tradizionalmente la rotta turca. Ecco quindi un primo elemento che certifica la crescente preoccupazione riguardante questa tratta. Ci sono poi alcuni episodi di cronaca a raccontare meglio l’attuale contesto. Negli ultimi giorni sono stati registrati approdi nelle coste calabresi. Qui gli sbarchi coinvolgono quasi esclusivamente mezzi partiti dalla Turchia.

Anche la Sicilia di recente è stata luogo di arrivo per chi ha seguito questa rotta. Ultimo episodio, quello di Siracusa. Qui il 10 luglio scorso sono arrivati 32 migranti di origine iraniana e irachena. A bordo di un veliero partito dalla penisola anatolica, gli stranieri hanno navigato per cinque giorni prima di essere trasferiti su un tender nei pressi della costa. L’imbarcazione madre si è poi allontana con a bordo gli scafisti, due uomini di origine ucraina, sottoposti a fermo di indiziati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: “Non stiamo assistendo a un esodo di massa di migranti partiti dalla Turchia – hanno fatto sapere su InsideOver alcune fonti diplomatiche – ma i numeri pur limitati di queste settimane bastano per dare il sospetto di una mano turca sull’immigrazione”.

Il ricatto della Turchia dietro gli sbarchi?

Eppure la Turchia è una delle nazioni designata come destinataria di un’ingente somma di denaro per frenare le partenze verso l’Europa. Lo stanziamento è stato approvato dal consiglio europeo del 24 e 25 giugno scorsi. Sono circa 8 i miliardi di euro messi a disposizione per tutti i Paesi da cui si generano i flussi migratori. Denaro che verrà prelevato dal fondo europeo per il vicinato, lo sviluppo e la cooperazione internazionale (Ndci). Di questi 8 miliardi, ben 6 sono stati destinati ad Ankara. Obiettivo dello stanziamento è dare continuità agli accordi stipulati con la Turchia nel 2016. In quell’occasione gli assegni staccati da Bruxelles hanno contribuito a frenare la fuga dei siriani presenti in Anatolia. Oggi la storia, secondo le intenzioni europee, si vorrebbe far ripetere.

Ed allora quale potrebbe essere la chiave interpretativa dell’impennata della rotta turca? Dietro a questo fenomeno potrebbe celarsi una minaccia implicita di Erdogan. È possibile che, in vista di quei fondi promessi ma non ancora elargiti, il presidente turco voglia mettere pressione al Vecchio Continente. Far cioè intuire che lui può staccare e attaccare l’interruttore dell’immigrazione. E quei fondi promessi devono in qualche modo arrivare ad Ankara.

La strategia turca sui migranti

In Europa non sono mancate le voci contrarie al finanziamento promesso ad Erdogan. In Italia è stata l’opposizione guidata da Fratelli d’Italia a rimarcare perplessità. Per molti l’Ue altro non ha fatto che dare nuovamente potere ricattatorio alla Turchia sui migranti. E del resto gli ultimi precedenti parlano chiaro. Dopo la crisi del 2016 in altre occasioni il governo di Ankara ha minacciato allentamenti dei controlli ai confini in caso di divergenze con l’Europa. Tra i casi più clamorosi quello del febbraio 2020, alla vigilia dell’emergenza coronavirus. Da Bruxelles non è arrivata solidarietà alla Turchia per le vittime militari dall’esercito di Ankara ad Idlib, in Siria. E così il presidente Erdogan ha allentato i controlli dai confini terrestri e marittimi, favorendo un vero e proprio esodo verso la Grecia.

In quel caso però il governo di Atene ha reagito presidiando le frontiere ed evitando il passaggio di migliaia di persone. Lo spettro di nuove crisi migratorie causate dal comportamento delle autorità turche non ha mai abbandonato il Vecchio Continente. La minaccia di Erdogan è sempre latente. Ma a questo punto è difficile pensare che un nuovo ricatto sia riconducibile esclusivamente all’Europa. Non è difficile immaginare una Turchia impegnata a dare maggiori grattacapi all’Italia.

Perché l’Italia potrebbe essere nel mirino di Ankara?

I rapporti tra Italia e Turchia non stanno vivendo il loro migliore periodo. Il presidente del consiglio Mario Draghi ha definito Erdogan un dittatore poco dopo il suo insediamento, il leader turco ha risposto dando del “maleducato” all’ex capo della Bce. Screzi personali dietro cui si cela una progressiva tensione generale tra Roma e Ankara: “É un po’ come quando due faglie accumulano tensione – fanno sapere ancora fonti diplomatiche – c’è attrito e non si sa cosa può accadere da qui in avanti”.

Del resto sono molti i dossier in cui le due parti appaiono divergenti. A partire da quello libico. Qui la Turchia dal novembre 2019 è principale partner militare di Tripoli, circostanza non certo gradita dall’Italia. C’è poi la questione del gas cipriota, rivendicato anche da Ankara a dispetto delle legittime pretese dell’Eni. Nel 2018 la nave Saipem 12000, impegnata a largo di Cipro, è stata fatta tornare indietro da un mezzo della marina di Ankara. Così come c’è il discorso sulle Zee del Mediterraneo, ridisegnate dalla Turchia in modo da favorire i propri interessi. Più in generale allora, con la volontà italiana di tornare protagonista nello scacchiere mediterraneo, è chiaro che tra Roma e Ankara il rischio di un braccio di ferro su più fronti è sempre più in agguato. Un duello politico in cui potrebbero non mancare segnali turchi lanciati a suon di migranti fatti approdare nel nostro Paese.