Arrivano meno migranti in Italia, perché?

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Dall’inizio dell’anno sono arrivati 18.550 migranti sulle nostre coste, a fronte dei 45.507 dello scorso anno nello stesso periodo. L’afflusso dei migranti nel Paese ha subito un calo di più del 60% in un anno. Questi sono i dati presentati in Senato il 28 giugno dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi come il risultato delle politiche messe in atto finora e che sembrano funzionare, al fine anche di favorire l’immigrazione legale.

Il numero degli arrivi dei migranti in Italia, in effetti, è diminuito. Dal 1° gennaio al 9 luglio sono stati registrati 27.024 migranti sbarcati, un calo significativo se confrontato con i 62.364 arrivati nello stesso periodo del 2023.

Le ragioni principali risiedono negli accordi stipulati negli ultimi due anni con i Paesi di transito. In particolare il problema principale dello scorso anno è stato l’arrivo massiccio dalla Tunisia. Di conseguenza c’è stata un’attività diplomatica importante sia da parte dell’Italia, e quindi da Giorgia Meloni, che dall’Europa e da Ursula von der Leyen, convogliata in un memorandum d’intesa firmato il 16 luglio dello scorso anno.

Gli accordi con la Tunisia

Uno dei principali motivi alla base della diminuzione dei flussi migratori è rappresentato dagli accordi stipulati tra Italia e Tunisia. Firmato a luglio 2023, l’accordo prevede una collaborazione rafforzata in materia di controllo delle frontiere, contrasto al traffico di esseri umani e sostegno economico per favorire lo sviluppo socioeconomico della Tunisia. Il governo italiano ha stanziato 100 milioni di euro per sostenere iniziative volte a migliorare le condizioni di vita nelle aree più vulnerabili, con l’obiettivo di ridurre la pressione migratoria.

In cambio, le autorità tunisine si sono impegnate a intensificare le operazioni di pattugliamento delle proprie coste e a rafforzare i controlli nei punti di partenza delle imbarcazioni dirette verso l’Italia. Inoltre, l’accordo prevede il rimpatrio immediato dei migranti irregolari tunisini intercettati in territorio italiano, con procedure semplificate per accelerare i tempi.

Tuttavia, queste misure non sono esenti da critiche. Organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International hanno denunciato che gli accordi non garantiscono adeguate tutele per i migranti e che, in alcuni casi, le autorità tunisine hanno adottato misure repressive, come arresti e deportazioni di migranti subsahariani verso il deserto​.

Difatti, ciò che sta accadendo in Tunisia è una massiccia e continua deportazione di migranti subsahariani nelle aree desertiche. Ci sono continui raid da parte della polizia tunisina che arresta gli stranieri e li riporta indietro abbandonandoli nelle zone desertiche del Paese.

In Tunisia nell’ultimo periodo c’è stata una vera e propria campagna contro i migranti subsahariani e il presidente Kaïs Saïed parla di un progetto di sostituzione etnica in relazione ai migranti subsahariani presenti nel suo Paese. Durante una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale a febbraio 2023, Saïed ha denunciato quello che ha definito un “piano criminale” per alterare la composizione demografica della Tunisia tramite un’ondata massiccia di migranti subsahariani. Suona proprio come una teoria del complotto. Il concetto di “sostituzione etnica” infatti è spesso utilizzato dalle destre per convincere le masse e che non fa altro che alimentare razzismo nei confronti dei migranti.

La situazione ha inoltre portato a un aumento delle tensioni interne in Tunisia, con episodi di violenza e discriminazione contro la comunità subsahariana. Nell’ultimo anno, la Tunisia ha intrapreso anche una campagna contro le associazioni che si occupano dell’accoglienza dei migranti stranieri, accompagnata da arresti e perquisizioni contro attivisti, avvocati difensori dei diritti umani, giornalisti, organizzazioni locali e internazionali.

La repressione si è intensificata con l’utilizzo del decreto-legge 54 del 2022, che prevede cinque anni di reclusione per chi utilizza le reti di comunicazione per diffondere voci considerate false. Questo decreto è stato criticato per la sua interpretazione molto ampia e per l’uso strumentale contro oppositori politici, giornalisti e attivisti​. La situazione in Tunisia è aggravata dalla crisi economica e sociale, con l’inflazione e la disoccupazione giovanile in aumento.

I rimpatri forzati in Tunisia

Nell’ultimo anno, l’Italia ha intensificato i rimpatri forzati dei migranti, con particolare attenzione alla Tunisia. I rimpatri avvengono con voli charter, si tratta di voli programmati dalle autorità di un Paese per espellere contro la loro volontà gruppi di persone a cui è negata la possibilità di restare sul territorio nazionale. Per svolgere queste operazioni i governi si affidano a compagnie aeree che offrono servizi charter, ovvero viene noleggiato un intero aereo per trasportare una o più decine di persone, scortate da agenti di polizia. Tali voli avvengono due volte a settimana, con una capacità massima di 40 persone per volo.

L’accordo del 2011 tra Italia e Tunisia consente di gestire i rimpatri su base regolare, anche se il sistema di appalti per i voli è stato criticato per la sua complessità e inefficienza. Infatti, l’Italia ha continuato a indire gare d’appalto per ogni volo, un processo che coinvolge broker che a loro volta noleggiano gli aerei necessari per i rimpatri​.

Questo insieme di fattori ha portato al calo significativo dei migranti in Italia, ma ha sollevato numerose critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani, che denunciano violazioni sistematiche dei diritti dei migranti e delle libertà civili in Tunisia.