La liberazione di Njeem Osama Elmasry Habish, alias “Almasri”, emblema di un sistema di oppressione disumano, sta scatenando un terremoto di polemiche internazionali. L’uomo, noto come il torturatore dei migranti e signore assoluto del famigerato carcere di Mitiga, ha costruito la sua reputazione su un regime del terrore fatto di abusi continui, stupri, omicidi e riduzione in schiavitù. Una storia che affonda le radici nell’abisso morale del post-Gheddafi, ma che risale a prima, quando, per un curriculum che farebbe impallidire anche i peggiori tiranni del XX secolo, la stessa Segreteria di Stato americana lo segnalava nei rapporti iniziali dell’ONU sui trafficanti di petrolio, armi ed esseri umani.
Un processo ad Almasri avrebbe avuto ripercussioni a livello mondiale, mettendo in discussione la legittimità di alcuni Governi e le politiche migratorie di molti Paesi. Sarebbe stato un momento di svolta nella lotta contro l’impunità, un precedente che avrebbe potuto ispirare altri processi simili in ogni angolo della terra. Allo stesso tempo, avrebbe aperto interrogativi sulla responsabilità della comunità internazionale di fronte a crimini contro l’umanità. Sarebbe stato un dibattito complesso e sfaccettato, ma indispensabile per costruire un futuro più giusto e più sicuro.
A Tripoli su un volo di Stato italiano
Domenica scorsa, Almasri era stato arrestato a Torino su mandato della Corte Penale Internazionale (CPI). Ma in meno di quarantott’ore, è stato rimesso in libertà. Motivo? Un presunto vizio di forma: la mancata comunicazione preliminare al Ministero della Giustizia. L’Italia, che nel 1998 ospitò la conferenza istitutiva della CPI, ha clamorosamente disatteso il proprio obbligo di collaborazione. E così, Almasri è tornato a Tripoli a bordo di un volo di Stato italiano, accolto come un eroe. A determinare il crollo dell’impianto accusatorio contro Almasri è stato un errore procedurale imputabile alla gestione del fermo da parte della questura di Torino. Secondo quanto stabilito dall’ordinanza della Corte d’Appello di Roma, gli agenti che hanno eseguito l’arresto non disponevano dell’autorità per agire in autonomia. Gli atti relativi all’arresto sono giunti al Ministero della Giustizia soltanto nella giornata di lunedì, a detenzione già avvenuta. In base alla procedura corretta, il ministro Nordio avrebbe dovuto trasmettere una richiesta formale alla Procura Generale presso la Corte d’Appello di Roma, la quale avrebbe avuto il compito di convalidare il fermo. Tuttavia, il passaggio non è stato effettuato. L’assenza di questa formalità ha reso illegittimo il fermo, inducendo la Corte d’Appello a disporre l’immediato rilascio.
Prima della scarcerazione, lo stesso ministro della Giustizia aveva annunciato di stare esaminando la documentazione relativa alla richiesta di arresto internazionale, ma il tempo per agire è ormai scaduto. Le opposizioni politiche hanno sollecitato chiarimenti pressanti, con Alleanza Verdi e Sinistra che non ha esitato a definire “sconcertante” l’immobilismo governativo, mentre Amnesty International ha denunciato uno scandalo internazionale. Il portavoce Riccardo Noury ha ricordato con forza che l’Italia, fondatrice della Corte Penale Internazionale, aveva un preciso dovere morale e legale di collaborare.
Invece, Almasri è ritornato a Tripoli. Le immagini della sua liberazione, a fronte del mutismo del Governo e delle proteste tardive, delineano un paradosso sconcertante. L’intera vicenda, oltre a riguardare un singolo criminale sfuggito alla giustizia, rivela una classe politica indifferente verso tematiche così delicate.
Il “sistema libico”
L’arresto, pur di breve durata, su mandato della Corte Penale Internazionale conferma ciò che è noto da tempo: il cosiddetto ‘sistema libico’, un meccanismo corrotto che prevede il versamento di ingenti somme di denaro da parte dell’Italia e dell’Europa in cambio della repressione violenta dei flussi migratori, si rivela un vero e proprio mattatoio umano. Il criminale in questione, che nelle ultime ore è transitato dal carcere delle Vallette e che è accusato di una lunga lista di atrocità, tra cui omicidi, stupri, riduzione in schiavitù e uccisioni di massa, è un alto funzionario dello Stato libico, e intrattiene stretti rapporti con il Ministero degli Interni italiano e con gli agenti dell’AISE.
L’ossessione per il controllo dei flussi migratori ha portato l’Italia a stringere alleanze pericolose con regimi autoritari e organizzazioni criminali. Dietro il mantra degli sbarchi ridotti si nasconde un orribile sistema di morte organizzato. È quasi surreale immaginare Almasri che festeggia il suo ritorno in Libia, seduto comodamente su un volo di Stato italiano, come se fosse un diplomatico di rango e non un criminale ricercato. Questo stesso Governo, che si era vantato di combattere senza tregua i trafficanti di esseri umani, oggi è responsabile silente di una fuga che lascia più domande che certezze. Perché? Quali segreti brucianti porta con sé quest’uomo per incutere tanto timore? Meloni, Nordio e Tajani devono delle spiegazioni al Parlamento, agli italiani e al mondo intero.

