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Migrazioni

Al confine tra Bulgaria e Turchia, dove la Ue respinge i migranti con i bastoni e i cani

Sempre più numerose le denunce di violenze da parte delle guardie bulgare (finanziate dalla Ue) contro migranti e attivisti.
Bulgaria

Tra il 14 e il 20 ottobre sette attivisti internazionali sono stati arrestati dalla polizia bulgara mentre fornivano assistenza a persone in movimento che si trovavano nei boschi al confine tra Turchia e Bulgaria. Si tratta di cinque attivisti italiani, parte del Collettivo Rotte Balcaniche, un ragazzo inglese e uno tedesco, che si trovavano sul luogo con l’associazione No Name Kitchen. Arresti e detenzioni arbitrarie come queste sono pratica sempre più comune su tutti i confini europei e rientrano nella sempre più frequente prassi della criminalizzazione del soccorso, dell’attivismo e degli aiuti umanitari. 

Quello tra la Turchia e la Bulgaria è uno dei confini più complessi da superare tra quelli delle rotte balcaniche, uno dei più pericolosi snodi di quello a cui i migranti stessi si riferiscono come al “GAME,” il viaggio attraverso le frontiere per arrivare in Europa. Negli ultimi anni, e in particolare negli ultimi mesi, in concomitanza con l’ingresso della Bulgaria tra i Paesi dell’area Schengen, le politiche di Sofia sui confini sono sempre più severe e repressive, sfociando in documentati casi di violenza e respingimenti illegali. Violenze di cui Frontex, l’agenzia europea che si occupa della gestione delle frontiere esterne degli Stati membri, che opera anche sul confine turco-bulgaro, non può che essere consapevole.

Infatti, come riportato da Le Monde in un lungo exposée uscito a febbraio, sarebbero stati proprio dei documenti interni di Frontex, visionati dal Balkan Investigative Reporting Network (BIRN), a rivelare che i cosiddetti pushbacks, i respingimenti illegali dei migranti verso la Turchia, sono una “pratica regolare” in Bulgaria. I documenti ottenuti dal BIRN, riporta Le Monde, “contengono dettagli su presunte brutalità commesse dagli agenti bulgari che partecipano alle operazioni di Frontex, tra cui persone picchiate con bastoni, costrette a spogliarsi, furti di effetti personali, abusi verbali e gravi ferite inflitte dai cani da guardia sguinzagliati sui migranti arrestati, che sono poi costretti a riattraversare la Turchia”. 

Le violazioni da parte delle autorità di Sofia, come ampiamente documentato, sono quotidiane e sistemiche. Questo il contesto in cui operano Collettivo Rotte Balcaniche e No Name Kitchen, che, presa consapevolezza della situazione, hanno deciso di attivarsi come parte della società civile. “Da un anno” spiegano le associazioni, “sosteniamo le persone in fuga con cibo, vestiti e prodotti per l’igiene”.  Parte delle attività sul campo è anche la gestione di una hotline che le persone possono chiamare in situazioni di pericolo di vita durante il viaggio, aperta dopo aver registrato innumerevoli casi di mancato soccorso da parte delle istituzioni: “La polizia di frontiera bulgara risponde regolarmente alle chiamate per un’ambulanza respingendo violentemente e illegalmente le persone in Turchia, nonostante le loro condizioni fisiche e le richieste di asilo e protezione. In questi momenti, la presenza degli attivisti impedisce i respingimenti illegali, monitorando la situazione”. 

I recenti arresti e il generale atteggiamento violento da parte della polizia bulgara sarebbero una risposta alla presenza internazionale che, oltre a giungere sul posto per assicurarsi che arrivino i soccorsi, svolge anche attività di monitoraggio e soprattutto di denuncia. 

Due i casi più eclatanti: nel primo, avvenuto il 14 ottobre, come raccontano le associazioni, “cinque attivisti hanno chiamato il 112 per richiedere assistenza medica per 17 persone provenienti dalla Siria, tra cui un bambino di sette mesi e 12 minori, che si trovavano nella foresta da tre giorni senza cibo, acqua o riparo. La polizia di frontiera è arrivata con il volto coperto da passamontagna e con i cani nel bagagliaio del veicolo. Immediatamente,” denunciano, “il loro atteggiamento è stato aggressivo e razzista, mentre le persone erano terrorizzate di essere picchiate, morse dai cani e respinte in Turchia, come già accaduto loro in quattro precedenti respingimenti. Gli attivisti sono stati arrestati, ammanettati e portati alla stazione di polizia di frontiera di Elhovo insieme ai 17 siriani. Nessuno di loro ha ricevuto cure mediche”.

Una volta arrivati in caserma, “un poliziotto con un passamontagna ha condotto una perquisizione aggressiva denudando completamente gli attivisti,” si legge in un comunicato diffuso dalle associazioni, in cui vengono descritte anche le pessime condizioni igieniche delle celle, in cui sono stati trovati letti sporchi e feci sul pavimento. Dopo 15 ore di detenzione senza possibilità di comunicare con l’esterno o di vedere un avvocato, gli attivisti internazionali sono stati rilasciati, mentre i siriani sono rimasti in detenzione.

Il 20 ottobre il copione si ripete, quando tre attivisti, insieme a una giornalista e due registi, hanno chiamato il 112 per richiedere assistenza medica per otto persone, siriani, egiziani e afghani, di cui sette minori, che camminavano da tre giorni e avevano passato la notte nei boschi, con una temperatura di due gradi, senza acqua ne cibo. “Quando la polizia è arrivata,” racconta chi si trovava sulla scena, “ha preso i telefoni di tutte e otto le persone affermando che erano in stato di arresto, senza fornire alcuna spiegazione. Due attivisti sono stati spinti a terra, ammanettati e portati alla stazione di polizia di frontiera di Malko Tarnovo insieme al gruppo. Gli attivisti sono stati trattenuti per 24 ore con la falsa e pretestuosa accusa di resistenza a pubblico ufficiale, e non hanno avuto a disposizione un traduttore ufficiale per firmare i documenti di arresto e detenzione”. 

Violazioni dei diritti e detenzioni come quelle subite dagli attivisti in Bulgaria, ai danni di cittadini dell’Unione, sono ormai quotidiane e avvengono all’interno dei confini dell’Unione Europea, per mano di forze dell’ordine finanziate da fondi UE, spesso nella consapevolezza e con la complicità di agenzie come Frontex. Pratiche come queste, che chiunque operi sui confini europei – che sia sulle rotte balcaniche, sui confini interni, o nel Mediterraneo – sa essere la norma, si inseriscono nel quadro più ampio delle politiche di esternalizzazione delle frontiere portate avanti dall’Unione Europea, nello stesso pattern che ha portato agli accordi con Albania, Tunisia e Libia.

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