Posta tra il Sahara e il Sahel, Agadez è stata per anni meta turistica. Il suo deserto, la sua cultura tuareg, i suoi beni patrimonio dell’umanità, hanno attratto migliaia di persone fino all’inizio del nuovo secolo. Cosa è successo dopo? L’instabilità, il terrorismo, l’insicurezza, hanno isolato la regione devastando l’economia. Gli abitanti hanno quindi dovuto convertire le proprie attività. Oggi, chi trasportava turisti nel deserto, porta i migranti in Libia.

Agadez: il lasciapassare per i migranti

Il viaggio dei migranti che attraversano il Mediterraneo centrale per arrivare a Lampedusa inizia da molto lontano. Agadez è la chiave di tutto. Se l’Isola maggiore delle Pelagie viene considerata la porta di ingresso per accedere in Europa, questa città del Niger rappresenta invece la porta d’uscita dall’Africa. Situata a pochi chilometri dal confine con la Libia, ad Agadez confluiscono i migranti che hanno intenzione di risalire il Sahara e imbarcarsi nel Mediterraneo. Il Niger in questo contesto dà, suo malgrado, un vantaggio ai trafficanti di esseri umani. Il Paese fa infatti parte della Cedeao (o Ecowas, secondo che si utilizzi l’acronimo in francese o in inglese). Si tratta di un’organizzazione che ha sede ad Abuja e corrisponde a una sorta di Unione Europea dell’Africa occidentale.

Tra i 15 Paesi membri (Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa D’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Togo), non esistono dogane e nemmeno controlli alle frontiere. In tal modo i cittadini possono circolare liberamente. Per cui basta prendere un normale autobus di linea ed arrivare prima a Niamey, capitale del Niger, e successivamente ad Agadez. Da qui poi si risale verso il confine libico con l’intento di giungere lungo le coste del mare nostrum. La città in questo modo si è trasformata nella base principale per i trafficanti, una delle tappe più importanti durante i viaggi della speranza di migliaia di persone.

Com’era Agadez prima

Ma non è sempre stato cosi. Anzi, per via della sua posizione, Agadez ha rappresentato negli anni passati un polo di attrazione turistica. La città è punto di riferimento della cultura Tuareg del Niger, il suo centro storico non a caso è stato incluso tra i beni patrimonio dell’umanità dall’Unesco. La grande moschea, il vecchio quartiere, le riserve naturali e i musei, per molto tempo sono state tappe “obbligatorie” da seguire per conoscere meglio le tradizioni del territorio. Chi voleva immergersi in un’avventura nelle peculiarità della vita nel deserto, magari ripercorrendo le strade lungo la sabbia tracciate nei secoli dalle carovane, ha avuto in Agadez un riferimento. Anche perché qui per anni ha fatto tappa la Parigi-Dakar, una delle gare più affascinanti e seguite nel mondo dei motori.

“Il turismo – ha spiegato su InsideOver Marco Alban, un rappresentante dell’Ong Cisv Italia, molto attiva nel Paese africano – nella regione del Sahel ha spesso assunto un significato importante. Nel Mali ci sono state annate dove sono stati registrati anche 450mila turisti. Discorso molto simile vale anche per il Burkina Faso”. Il rappresentante dell’Ong ha anche sottolineato come nel Niger i numeri sono stati storicamente più bassi, ma il settore ad Agadez è stato comunque rilevante: “Soprattutto perché – ha sottolineato – creava un certo indotto popolare. Essendo un turismo di avventura, i visitatori dormivano nelle case degli abitanti di Agadez, compravano oggetti tipici della cultura locale”. Ma da quando è iniziata la guerriglia islamista, dopo il 2010, si è venuto a creare un clima sempre più instabile che ha reso e rende poco sicuro l’accesso a chi proviene da altre Regioni.

Jihadismo e instabilità: ecco come Agadez si è trasformata in un inferno

Tutto è cambiato con l’avvento del nuovo secolo. A un certo punto nemmeno la Parigi–Dakar ha percorso le vie del deserto. L’insicurezza ha portato via da qui quel mondo attratto dalle bellezze naturali e culturali. Agadez ha iniziato così la sua discesa verso l’inferno. Una situazione peggiorata poi a partire dal 2012: in questo anno nel vicino Mali i gruppi jihadisti attivi nel Sahel hanno fondato dei piccoli califfati, respinti sì dopo l’intervento delle forze francesi, ma premonitori di quello che sarebbe accaduto da lì a breve. Infatti il terrorismo islamista ha messo le sue basi in tutta la regione, Niger compreso. Non solo sigle legate ad Al Qaeda, qui ad attecchire è stato anche il temibile gruppo dello Stato Islamico del Grande Sahara, costola dell’Isis.

Le bancherelle di Agadez si sono svuotate, i carovanieri dei turisti hanno dovuto riporre i propri mezzi nei depositi: “Il crollo dell’economia turistica non è l’unica nota negativa degli ultimi anni – ha dichiarato Marco Alban – più che altro esso può rappresentare la percezione di quanto negativamente sta accadendo in Niger. Il fatto di non poter più visitare questi luoghi infatti, la dice lunga sull’isolamento internazionale che sta vivendo il Paese per via delle tensioni jihadiste”. Ad essere stata devastata è stata l’intera economia nigerina e del Sahel. I gruppi islamisti ne hanno così approfittato: “Di fatto – ha aggiunto Alban – i terroristi sono diventati gli unici “datori di lavoro” nel nord del Niger. Molte famiglie sopravvivono grazie agli stipendi garantiti dalle organizzazioni jihadiste”. In questo contesto, per milioni di migranti subsahariani è stato più semplice raggiungere Agadez. E qui poi chi ha perso il lavoro con il turismo, si è “riconvertito” sfruttando le rotte migratorie. In tanti hanno iniziato ad improvvisarsi passeur, trasferendo i migranti dalla città al confine libico. Agadez in tal modo si è trasformata nell’attuale porta dell’inferno.

Le cause collaterali del terrorismo sull’immigrazione

Se si parla con un comune cittadino di Agadez, quanto avviene qui è normale: i migranti sono come i turisti, portano soldi e i carovanieri non fanno altri che accompagnare loro da un punto A, a un punto B. Quello che avviene oltre quel punto B, rappresentato dalla Libia, non è più a un certo punto affar loro. Una complicità motivata dalla mancanza di alternative lavorative. Tanto è vero che quando con la legge 036 del 2015 il governo del Niger ha criminalizzato il traffico migratorio, in molti hanno storto il naso. Chiudere la porta d’uscita dell’Africa, poteva significare spegnere nuovamente l’economia locale. In parte così è stato: dopo il giro di vite tra il 2015 e il 2016, molti mezzi usati dai carovanieri sono tornati nei depositi. Ma il flusso non si è mai fermato e in parte ha preso una via inversa, da sud verso nord: in tanti sono tornati dalla Libia, posto sempre più pericoloso in cui vivere.

A prescindere dalle direzioni dei flussi, da Agadez arriva una lezione anche per l’occidente: il terrorismo favorisce l’immigrazione in due modi, uno diretto e uno indiretto. Nel primo caso si ha la situazione più comunemente nota: dove c’è instabilità, la gente tende a scappare ed a cercare rifugio altrove. Il secondo è il caso che riguarda proprio Agadez. L’emersione delle violenze jihadiste ha come effetto quello di ledere significativamente le economie, dando così terreno fertile ai criminali per proliferare. Anche a quelli che sfruttano la tratta degli esseri umani, i quali hanno maggior margine di manovra per trasferire migranti verso l’Europa.

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