Adesso spunta il libro per “essere un bravo migrante”

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L’ultima opera scritta in ordine di tempo da Elvira Mujcic è già balzata alle cronache. La base – vedete bene – è costituita da un tratto che sembra almeno un po’ irridente. Essere migrante, del resto, è uno status che può presentare una serie di necessità narrative. E questo sembra il fulcro del ragionamento di partenza. Coloro che cercano rifugio sulle coste europee portano in dote delle esperienze personali. A volte, spesso, sono tragiche, ma possono “pesare” in maniera diversa a seconda dell’esposizione con cui vengono condite. Questa, infine, è la premessa alle disposizioni bonarie che seguono.

“Consigli per essere un bravo immigrato” è un libro che è già stato illustrato su IlFattoQuotidiano, come si legge su Dagospia. Sì, ma la scrittrice Elvira Mujcic sta davvero consigliando ai migranti quali sono i modi utili a risultare convincenti? Il fine di riferimento dei passaggi riportati sulle fonti è quello di ottenere un riconoscimento formale alla protezione internazionale. La Croce Rossa, ormai più di un anno fa, ha organizzato una sorta di manifestazione simulativa delle esperienze nefaste o complesse che i migranti sono costretti a subire durante e dopo il loro tragitto. Qualcuno, specie da parte sovranista, ha polemizzato. In questa circostanza, assistiamo solo alle fasi successive: quello che accade a una persona quando l’Odissea è terminata.

Proviamo ad approfondire uno dei virgolettati citabili: “La credibilità – si legge – si basa su una serie di apparenze e idee su come dovrebbe essere un immigrato (non mettere su peso: non si sono mai visti profughi paffutelli; non vestirsi bene, non mostrarsi troppo resilienti)”. Sembra quasi, insomma, che un migrante debba apparire debole e povero per potersi definire tale. Quante volte avete sentito parlare del fatto che i migranti, spesso nullatenenti, posseggano dei cellulari? Quante volte chi è contrario a una gestione “aperturista” dei fenomeni migratori ha messo in evidenza come la corporatura e l’età di queste persone potessero consentirgli di rimanere nella loro nazione d’origine? Ma per smentire i populisti dalla mentalità chiusa – sembrerebbe suggerire il libro – esiste qualche escamotage: “La sua vita – si legge in un altro virgolettato – deve essere drammatica, costellata di morti e torture”.

Quasi come se l’Occidente, e magari l’Italia, accogliessero solo persone in evidente difficoltà. Quasi come se il Vecchio continente non avesse aperto le sue porte anche a coloro che, nelle loro zone di provenienza, non sono mai stati assaliti dalla guerra o da altre calamità.