È senza dubbio il fenomeno migratorio quello che nel corso dell’estate 2020 ha tenuto accesi i riflettori sul Mediterraneo. Un fenomeno che ha assunto una certa rilevanza considerata anche la crisi sanitaria legata alla pandemia. Purtroppo,in questo contesto, unitamente ai flussi migratori sono stati registrati anche diversi episodi di morte. Fra questi v’è il caso di tre migranti sudanesi rimasti uccisi a seguito di una sparatoria lo scorso mese di luglio a Khoms, in Libia. Una vicenda che testimonia come dal Sudan siano incrementati i numeri delle persone che cercano di fuggire verso l’Italia e l’Europa.

In aumento le partenze nel 2020

Sono 799 le persone partite dal Sudan in questo 2020 per raggiungere le coste italiane. Un numero che, confrontato con il 2019, mette in evidenza il netto aumento di migranti che hanno lasciato il loro territorio. Lo scorso anno, secondo i dati resi noti dal ministero dell’Interno, sono stati 446 i sudanesi giunti in Italia. Cifre ben al di sotto di quelle registrate durante questi mesi del 2020 e che sono destinate ad aumentare alla chiusura dell’anno. Da questa nazione africana non è una novità il flusso migratorio verso l’Italia, è semmai una novità il fatto che i numeri siano quasi raddoppiati a distanza di poco tempo. Sintomo di uno stato di povertà che si afferma sempre di più alimentando la necessità di andar via per fuggire da un Paese che offre ben poco. Ma anche sintomo di sempre minori controlli, tanto in Sudan quanto in Libia, lì dove i migranti arrivano con la speranza di imbarcarsi verso l’Europa e quindi verso l’Italia.

Le organizzazioni criminali sudanesi

Il Sudan per la sua collocazione geografica, rappresenta il punto nevralgico per le partenze di migranti che provengono dall’Africa orientale. Nello specifico si parte da Khartoum. Qui sono presenti le organizzazioni criminali che organizzano i viaggi dei disperati che vogliono abbandonare il proprio territorio alla ricerca di fortuna. Si tratta di organizzazioni difficili da smantellare per via del loro forte radicamento. Non a caso, l’arresto di un presunto scafista Medhanie Tesfamarian Behre, processato con il nome di Medhanie Yedhego Mered, con l’accusa di essere un pericoloso trafficante di uomini, è avvenuto proprio a Khartoum. Quell’arresto è diventato un caso che sta portando non pochi grattacapi alla procura di Palermo. I problemi sono legati alla sua identità: per i magistrati lui sarebbe un pericoloso criminale. L’imputato invece afferma che ci sia stato un errore di persona.

Il fenomeno delle partenze dal Sudan ha fatto accendere un campanello d’allarme fra i Paesi dell’Unione Europea, i quali temono adesso di dover fronteggiare il fenomeno migratorio di un altro Paese africano che si sta facendo “sentire” sempre di più.

La situazione in Sudan

Il Paese africano sta attraversando una delicata fase di transizione, iniziata quando nell’aprile del 2019 un golpe militare ha posto fine a 30 anni di potere da parte di Omar Al Bashir. Da allora è stato un susseguirsi di nuovi governi, nuove promesse e nuovi propositi. In questo 2020 gli effetti della transizione sembrano essersi fatti sentire maggiormente. Sono infatti tanti i mutamenti occorsi, sia a livello interno che nel posizionamento del Sudan in politica estera. Il 31 agosto scorso sono stati firmati storici accordi di pace tra l’esecutivo transitorio, guidato dal premier Abdalla Hamdok, e alcuni gruppi ribelli del Darfur, del Kordofan e del Nilo Azzurro. Si tratta di intese in grado di interrompere guerre iniziate quasi vent’anni fa, le quali prevedono autonomie e riconoscimenti per le minoranze etniche non arabe. Una trasformazione che l’attuale potere transitorio vorrebbe attuare anche in ambito sociale, vietando ad esempio le mutilazioni genitali femminili e togliendo l’obbligo del velo, con Khartoum che si è impegnata a creare nella prossima costituzione la separazione tra Islam e Stato.

Tutto questo si è tradotto in mutazioni in campo estero. Nei giorni scorsi si è avuta notizia di colloqui con gli Usa per arrivare a una pace con Israele, con il Sudan che potrebbe diventare la prossima nazione a maggioranza arabo – islamica a stringere relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico. Difficile dire se queste trasformazioni saranno o meno in grado di cambiare volto al Paese. Certo è che, rispetto agli anni scorsi, a Khartoum qualcosa sembra muoversi.

Perché si continua a partire

I problemi di fondo del Sudan al momento sono destinati a rimanere. Dalla povertà alla mancanza dei servizi più elementari, a partire da quella legata all’erogazione di energia, il Paese africano vive da anni in una situazione di grave affanno economico. Le ultime riforme stanno creando molte aspettative, ma ci vorrà del tempo prima di capire se esse funzioneranno realmente.

Ma sul fronte immigrazione, a preoccupare non è soltanto la condizione in cui vive la popolazione del Sudan. Ciò che più ha reso possibile negli anni un aumento di migranti verso l’Europa e l’Italia, è stato soprattutto il radicamento delle organizzazioni criminali a Khartoum come in altri centri del Paese. Trafficanti e scafisti hanno qui storicamente molte basi e da parte loro non c’è l’intenzione di rinunciare al business. Per questo migliaia di sudanesi, così come di eritrei, somali e cittadini di altre nazioni dall’area, continueranno a partire: “Il Sudan per l’Africa orientale – ha dichiarato una fonte dell’Oim – ha la stessa funzione del Niger per l’Africa occidentale: un ponte perfetto verso la Libia”.

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