Manifestazioni contro la presenza di centri di accoglienza, coste perennemente sotto assedio, numeri di sbarchi in aumento: questo scenario non riguarda stavolta Lampedusa e il sud Italia. Né tanto meno una località della sponda sud del Mediterraneo. Quanto descritto ha a che fare con le isole Canarie, perno della rotta atlantica dell’immigrazione. Anche se l’arcipelago dista più di mille chilometri dalla penisola iberica, da anni rappresenta la porta d’ingresso privilegiata per arrivare in Europa.

La rotta Atlantica

Dall’Africa si va via. Non esiste fase dell’anno in cui non si assiste a movimenti migratori che abbiano come destinazione l’Europa. Nell’idea di buona parte degli africani, il Vecchio Continente è come un miraggio: a volte diviene una concreta meta, in altre occasioni un fallito tentativo di approdo. E così ci si adopera per seguire le rotte più congeniali alla regione di partenza. La possibilità di arrivare indisturbati alla meta e senza incappare nei controlli, è l’elemento decisivo per salire su un barcone. In tal senso la rotta atlantica rappresenta la via preferenziale per chi decide di partire dal Marocco e puntare alle isole Canarie il punto più vicino per arrivare in Spagna e quindi in Europa.

L’arcipelago diventa così come  uno specchietto per le allodole sia per i trafficanti, sia per chi decide di emigrare. Non solo marocchini, arrivano qui anche i migranti che partono dal Senegal, dal Gambia e dalla Mauritania. Questo flusso migratorio ha origini meno recenti rispetto a quello che si registra lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Dopo alcune fasi in cui si sono registrati dei cali nelle partenze, sono seguite le impennate che, negli ultimi anni, hanno riacceso i riflettori lungo questa rotta.

I numeri che mettono allarme

Quanto si parla di fenomeno migratorio non si può fare a meno di parlare di numeri. E i dati che il ministero dell’Interno spagnolo ha reso noti in questa prima parte dell’anno, sono a dir poco preoccupanti. Dal primo gennaio ad oggi la Spagna è stata raggiunta da 10.690 migranti, il 44% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Di questi, circa la metà, ovvero 5.386, sono arrivati attraverso le isole Canarie facendo registrare un più 117,7% rispetto agli stessi mesi del 2020. A fronte di un maggior numero di migranti approdati nelle isole dell’arcipelago, corrisponde anche un crescente utilizzo di imbarcazioni: 149 quelle partite quest’anno rispetto alle 79 dello scorso anno.

Cosa sta accadendo nelle Canarie? Perché stanno divenendo una calamita per molti africani che intendono arrivare in Spagna? Il discorso è più semplice di quanto non lo si immagini. È chiaro che dall’Africa si può giungere in Spagna e quindi in Europa, anche tramite la vicina Ceuta, enclave spagnola del Marocco. Ma qui il governo spagnolo ha schierato l’esercito. Lo ha potuto fare perché la frontiera da presidiare qui è terrestre. In tal modo è stato quindi un valido deterrente per scoraggiare l’attraversamento dei confini. L’alternativa diviene quindi senza dubbio la rotta atlantica: non essendo possibile disporre di militari che agiscano in mare, l’unico nemico per i migranti in questo caso può essere il maltempo o un problema tecnico. Diversamente, l’arrivo in Europa è assicurato.

Le autorità locali in affanno

Roberta è una cittadina italiana che abita a Gran Canaria, l’isola che ospita il capoluogo Las Palmas. Anni fa ha lasciato la sua casa in nord Italia per trasferirsi qui, scelta fatta negli ultimi anni da almeno 40.000 nostri concittadini. L’arcipelago per molti si è rivelato come un paradiso tropicale non così lontano dall’Europa: “Ma da circa tre anni la situazione è cambiata – ha dichiarato a InsideOver – Specialmente in estate qui si contano centinaia di sbarchi”. C’è una precisa data di inizio dell’esplosione del fenomeno migratorio nelle Canarie ed è quella del giugno 2018. Alcuni abitanti, ha sottolineato la cittadina italiana, spesso hanno fatto notare che quella data coincide con l’inizio del mandato da primo ministro del socialista Pedro Sanchez. Sarebbe stato lui, a detta di molti canari, a dare della Spagna l’immagine di Paese con i porti aperti per i migranti.

Difficile da dimostrare, c’è però un fatto obiettivamente riscontrabile: dall’estate del 2018 in poi il sistema di accoglienza alle Canarie è andato in difficoltà. Le isole che subiscono maggiormente il fenomeno migratorio sono quelle di Fuerteventura, distante 94 km dal Marocco, e di Gran Canaria. Per questo spesso vengono paragonate a Lampedusa, anche se il contesto è molto diverso: le due isole spagnole sono molto più grandi, in teoria dovrebbero avere meno difficoltà nella gestione del fenomeno migratorio. Ma così non è: “Qui si è scelto – ha spiegato ancora Roberta – di mettere i migranti negli alberghi. Questo ha determinato una forte crisi del settore turistico, anche al di là dell’emergenza Covid. I tour operator hanno già depennato dai loro cataloghi tutte le strutture ricettive che hanno ospitato i migranti”. Ci sono poi problemi relativi alla microcriminalità: “Onalia Bueno Garcia, sindaco del comune in cui abito – ha aggiunto la cittadina italiana – ha dovuto chiedere speciali dotazioni anti aggressione per la polizia municipale”. Nelle scorse settimane la gente è scesa in piazza, a supportarla è stato tra gli altri anche Santiago Abascal, leader del partito di destra Vox.

Una porta dell’Atlantico che crea problemi nel Mediterraneo

Adesso la situazione a Gran Canaria sembrerebbe più tranquilla: “Dopo le proteste – ha dichiarato Roberta – hanno spostato molti migranti a Tenerife, da noi sono rimasti solo i minori non accompagnati”. Il problema però non è stato considerato superato. Al contrario, quanto visto fin qui per i cittadini canari potrebbe essere stato soltanto un prologo in vista della stagione estiva. Una situazione che non sta creando grattacapi solo all’arcipelago, bensì anche all’intero governo. A differenza che a Ceuta, qui Madrid non può fermare l’immigrazione con l’esercito. Nell’enclave spagnola in Marocco c’era da difendere, dopo l’ingresso di 8.000 migranti tra il 16 e il 18 maggio, in confine terrestre. E dunque lo stesso premier Pedro Sanchez ha potuto schierare i soldati a guardia della frontiera.

Tra le Canarie e l’Africa invece c’è soltanto l’oceano. Così come accade per le autorità italiane a Lampedusa, qui la Guardia Costiera non può far altro che annotare la presenza a largo dei barconi. La Spagna non riesce a venire a capo del problema, la rotta atlantica è sempre più in crescita e fa sentire i suoi effetti anche oltre le “colonne d’Ercole” dello stretto di Gibilterra. È un paradosso, ma soltanto a prima vista: bloccati i canali a nord e lungo le coste marocchine del Mediterraneo, il flusso migratorio ha trovato sbocco nell’Atlantico. Qui i trafficanti hanno aperto un solco che da Madrid non riescono a chiudere. Le conseguenze sono le stesse osservate altrove: difficoltà nella gestione dell’accoglienza, popolazione sempre più in allarme e crisi di natura politica all’orizzonte.

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