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L’insediamento di Donald Trump come 47esimo Presidente degli Stati Uniti d’America è sempre più vicino e, in vista del suo arrivo, si vedono già i primi effetti: solo alcuni giorni fa Mark Zuckerberg, in qualità di Ceo di Meta e tra gli uomini più ricchi al mondo, ha annunciato pubblicamente la definitiva eliminazione dei fact checkers da tutte le piattaforme Meta, in nome del ripristino della “libertà d’espressione”, scatenando una valanga di reazioni e polemiche.

Da ora in poi Meta, come società madre di alcune tra le piattaforme social più usate al mondo (Facebook, Instagram, WhatsApp e Threads) con un bacino di oltre 3 miliardi di utenti, sceglie infatti di rimuovere qualsiasi tipo di censura o limitazione alla libertà di parola e d’opinione, adottando un approccio più simile a quello del suo maggior concorrente, ovvero X di Elon Musk, affidandosi alle più moderate “community notes”. Una decisione che ha fatto da subito molto discutere, vista l’inversione drastica adottata da Zuckerberg, che si preannuncia però, come l’inizio di una grande fase di cambiamenti, che riguarderà non solo Meta, ma anche tante altre aziende e colossi americani.

Addio ai piani di Diversity, Equity e Inclusion: il caso Meta

Nella giornata di venerdì 10 gennaio Meta ha annunciato di voler eliminare anche i piani che finora erano stati attivati in nome della “diversità, equità ed inclusione” (DEI, Diversity, Equity, Inclusion) secondo le regole del Corporate Equality Index (un indice sull’equità applicata dalle aziende americane). Una serie di iniziative che negli ultimi anni erano diventate una sorta di prassi per molte grandi società americane, con misure contro le “pratiche discriminatorie” verso le minoranze, con un particolare riguardo alla sensibilità delle persone della comunità Lgbtq+, delle persone trans o di quelle che si definiscono “non binarie”.

Tuttavia, alcune delle iniziative attivate attraverso i piani DEI sono nel tempo diventate una sorta di simbolo della cosiddetta “cultura woke” più estrema, tanto da essere stati spesso contestati in numerose occasioni da attivisti e influencer “conservatori” di vario genere, quando non dagli stessi Elon Musk e Donald Trump. Tanto che nelle ultime ore ha fatto parecchio scalpore l’assurda notizia secondo cui, rimuovendo i piani DEI, Meta eliminerà la fornitura di tamponi e assorbenti femminili dai bagni maschili degli uffici Meta di New York, Texas e della Silicon Valley. Una notizia assurda, che si è rivelata però assolutamente vera.

Ford, McDonald’s, Amazon e gli altri

Se l’idea che, in nome dell’“inclusione”, i bagni maschili debbano fornire assorbenti femminili può suonare piuttosto bizzarra, almeno in una prospettiva italiana, quello di Meta non è affatto un caso isolato. In pochissime settimane molte altre aziende americane hanno infatti annunciato di voler eliminare i propri piani DEI, spinti – probabilmente – dalla volontà di apparire più “in linea” con le idee del nuovo Presidente Trump.

Tra di loro colossi come McDonald’s e Ford, ma anche la casa motociclistica Harley-Davidson, la multinazionale di supermercati Walmart, il brand di negozi di bricolage e ferramenta Lowe’s, il produttore di attrezzature agricole John Deere e persino Amazon e Disney. Dove Meta ha commentato che da ora in poi mira ad “applicare pratiche eque e coerenti che attenuino i pregiudizi per tutti, indipendentemente dal background”. Una nota che sembra essere quasi una giustificazione, dopo l’inversione di rotta drastica.

Il caso Disney: niente più personaggi animati trans

Ancora prima di Meta, a fare un passo indietro sui piani di “inclusività” era stata la Walt Disney, che dopo anni di pellicole, live action e remake politicamente “impegnati”, ha infine scelto di tornare a canoni più “ordinari” per i propri giovani spettatori. In molti ricorderanno le polemiche emerse dopo la scelta di rappresentare la sirenetta Ariel come una donna di colore due anni fa, o l’iniziale decisione di sostituire i sette nani di Biancaneve nel nuovo live action con creature fatate “non binarie”.

Nel dicembre del 2024 – “casualmente” dopo l’elezione di Trump del 5 novembre – Disney ha annunciato di aver deciso di eliminare definitivamente una puntata del cartone animato Moon Girl and Devil Dinosaur (in onda negli Usa) dove era presente un personaggio trans. Oltre a questo, un altro cartone Disney Pixar – Win or Lose, in uscita il prossimo febbraio 2025 – ha subito una modifica nella sceneggiatura, eliminando, anche in questo caso, lo sviluppo di un personaggio trans, che rimarrà nel copione, modificandone però “l’identità di genere”.

Disney, ha infatti commentato a proposito che: “Quando si tratta di contenuti animati per un pubblico più giovane, riconosciamo che molti genitori preferirebbero discutere determinati argomenti con i propri figli secondo i propri termini e tempistiche”. Una sorta di inattesa “ammissione” dopo anni di malcontento e polemiche che reclamavano i “vecchi splendori” dei classici Disney, ma soprattutto e un approccio decisamente diverso, che, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe mosso proprio dall’arrivo di Trump.

Le vere cause del “trumpianamente” corretto

Certamente, come evidenziato, ad aver scelto in questo senso sono tantissime aziende, che nei mesi a venire rivedranno non solo le proprie policy aziendali sulla selezione, assunzione e gestione dei dipendenti, ma anche le modalità di comunicazione e campagne marketing.

Eppure, volendo mettere per un secondo da parte le opinioni individuali di ognuno, ciò che lascia più sconcertati è la facilità con cui, a seconda del cambio di amministrazione, i brand si dichiarino pro o contro idee, movimenti politici e modalità espressive, arrivando al punto che, dopo anni in cui ogni brand e azienda sembrava volersi mostrare come in prima linea per il “politicamente corretto”, la diversità e l’inclusività a tutti i costi, si arrivi in poche settimane a rinnegare e smantellare tutto, facendo dubitare della bontà e della trasparenza d’intenzioni nell’impegno politico, mosso piuttosto da interessi economici e di posizionamento. Primo effetto Trump? Verrebbe da chiedersi. Sicuramente un’ondata di trumpianamente corretto.

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