L’allarme arriva da un giornalista economico tedesco, Norbert Häring, noto per le sue posizioni critiche sulle politiche monetarie e per l’appartenenza al Bsw, il partito di Sahra Wagenknecht. Nel suo nuovo saggio Der Wahrheitskomplex (Il complesso della verità), Häring rilancia una tesi forte e fuori dal coro: da oltre un decennio, un network composto da istituzioni europee, apparati militari e organizzazioni pseudo-indipendenti starebbe pianificando e attuando una sofisticata operazione di controllo dell’opinione pubblica. Come racconta lo stesso Häring ad Achgut, ripreso dalla Berliner Zeitung, il Wahrheitskomplex non è frutto del caso né di iniziative spontanee. “Il punto di partenza è il 2014 – spiega –, l’anno del conflitto in Ucraina e dell’annessione della Crimea. È lì che il conflitto propagandistico con Mosca è diventato rovente”. Da allora, una galassia di attori – dalle ONG ai fact-checker finanziati dall’Ue, fino a think tank come l’Atlantic Council – avrebbe lavorato in modo coordinato per stabilire una sola “verità” ammissibile, bollando ogni voce critica come “disinformazione russa”.
L’esempio più clamoroso, secondo Häring, è il programma europeo Edmo (European Digital Media Observatory). «Edmo è guidato da un altissimo funzionario della Commissione Ue ed è finanziato con fondi europei e da un fondo Google imposto dalla stessa Ue al colosso tecnologico. Si tratta di un vero e proprio ministero della verità».
Il ruolo dei think-tank
Ancora più inquietante, per Häring, è l’intreccio con le strutture militari. L’Atlantic Council – definito «braccio politico della Nato» – è una sorta di camera di compensazione dove ex alti ufficiali, ex direttori della Cia e consiglieri per la sicurezza nazionale dettano le linee guida che poi la Commissione Ue traduce in atti. «In una loro pubblicazione – rivela Häring – scrivono senza troppi giri di parole che la verità e i fatti sono due cose diverse, e che per i potenti è sempre contato avere il controllo sulla verità». La pandemia, aggiunge, sarebbe servita come “prova generale” per abituare la popolazione alla disciplina e alla delegittimazione dei dissenzienti.

Tra i bersagli principali del libro c’è il Digital Services Act (Dsa) europeo, che Häring giudica una legge vatata per censurare i contenuti non illegali ma semplicemente «dannosi». «Il cosiddetto shadow banning – la riduzione occulta della visibilità di certi contenuti – è incompatibile con lo Stato di diritto. Se un’opinione è illegale, la si blocca; altrimenti è protetta dalla libertà di espressione». L’autore cita il caso delle teorie sull’origine di laboratorio del Covid, etichettate per lungo tempo come «false» e solo successivamente rivalutate.
Reazioni e critiche
Le tesi di Häring non hanno tardato a suscitare reazioni. Dal fronte europeo, fonti vicine alla commissione per i media hanno sottolineato che Edmo è trasparente e che i fact-checking sono «uno strumento di difesa dalla disinformazione», non un’imposizione di verità ufficiale. Anche alcuni colleghi giornalisti hanno espresso scetticismo. Il libro coglie un nervo scoperto: la crescente opacità dei finanziamenti alle agenzie di stampa (dpa, AFP, APA) e la loro partecipazione a reti di fact-checking pagate dall’Ue. Lo stesso Häring ammette che tracciare i flussi di denaro è «un’impresa» e che la mancanza di trasparenza «alimenta il sospetto».
L’intervista integrale è disponibile sul sito di Achgut. Intanto, Der Wahrheitskomplex scalda le librerie tedesche e promette di accendere il dibattito anche in Italia.
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