Usa, Cina, Russia: il cinema è l’arma (di soft power) più forte

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Il soft power, secondo il professor Jospeh Nye che lo ha teorizzato, è la capacità di ottenere ciò che si vuole attraverso l’attrazione piuttosto che la coercizione o il pagamento.

In buona sostanza si può dire che sia la capacità di far assumere a terzi la propria scala di valori senza l’utilizzo della forza, che per quanto riguarda i rapporti tra Stati significa poter influenzare la cultura, il modo di pensare – perfino di legiferare – di un Paese straniero senza ricorrere agli strumenti militari oppure ad altri metodi coercitivi come le sanzioni internazionali o azioni afferenti al macro dominio della guerra ibrida.

In questo senso il cinema può assumere un ruolo fondamentale a seconda della sua diffusione e delle modalità con cui si racconta “una storia”, in altre parole la produzione cinematografica può essere adattata a uno scopo, a un pubblico bersaglio (vasto o ristretto che sia), per ottenere un vantaggio che può essere sia il mostrare il proprio “stile di vita” per catturare simpatie e desideri di emulazione all’estero, sia raccontare il proprio “punto di vista” su fatti e tematiche varie: in altre parole è un modo di “educare” il pubblico bersaglio attraverso l’intrattenimento.

Gli Stati Uniti, attraverso Hollywood prima e le piattaforme private a pagamento poi, sono maestri di questo modus operandi, ma non sono gli unici attori che usano il cinema come strumento di soft power: Russia, Cina e India vantano una produzione cinematografica di tutto rispetto che però ha modalità di distribuzione che si differenziano rispetto a quella statunitense. Inoltre propugnano tematiche che per la maggior parte si distaccano da quelle Usa, pertanto il loro peso per quanto riguarda il soft power è diverso.

Differenze fondamentali nel concepire il soft power

In generale, è proprio il soft power a essere diverso, e questo è maggiormente evidente se consideriamo il caso russo e quello cinese.

Il Dragone si concentra maggiormente su questioni pratiche, fondendo cultura e commercio, ma pone l’accento sul pragmatismo piuttosto che sui valori (come quello statunitense e in parte quello russo), e questo è ben evidente nella penetrazione economica attraverso la costruzione di infrastrutture all’estero (che poi aprono il problema dell’indebitamento di Paesi poveri). Questo approccio ha raccolto pochi frutti in Europa e nelle economie maggiormente sviluppate legate agli Usa, ma in qualche modo ha riscosso successo nel Sud del mondo, soprattutto in Africa.

Spostandoci in Russia, risulta difficile parlare di soft power tout court stante la definizione che ne è stata data. Mosca ha dimostrato di preferire altre metodologie di influenza, decisamente più pragmatiche tanto da potersi definire di smart power secondo la concezione del professor Nye. Nonostante la nascita, nel 2007, di Russkiy Mir, una fondazione che ha la finalità di promuovere la lingua e la cultura russa nel mondo, i risultati conseguiti sono stati scarsi se paragonati a quelli degli Istituti Confucio cinesi, che in Italia, per esempio, sono riusciti anche a ottenere cattedre di insegnamento nelle scuole statali. Il Cremlino si affida anche a molti centri culturali nati tramite collaborazioni con enti o personalità dell’imprenditoria locali, ma non in modo così pervasivo come Pechino.

Gli Stati Uniti, da questo punto di vista, risultano essere gli storici utilizzatori di questa metodologia di penetrazione culturale – anche se non hanno disdegnato di utilizzare l’hard power – attraverso il loro monopolio fatto di “musica, università prestigiose, cinema e panini con l’hamburger” che nonostante l’attacco cinese degli ultimi anni, resta comunque in vantaggio in questo periodo storico.

Nuovo cinema Usa

Hollywood è ancora capace di plasmare il pensiero al punto da modificare la scala valoriale delle società straniere, con quelle europee più prone per via delle affinità culturali e dei legami transatlantici. Supportata dalle piattaforme a pagamento che raggiungono milioni di utenti attraverso dispositivi come televisori, tablet e telefoni cellulari, la cinematografia statunitense è di fatto un strumento di potere nelle mani delle élite culturali progressiste statunitensi. Basta osservare attentamente le trame di film o serie televisive (sempre più diffuse e con produzioni milionarie) per capire come i valori liberal-progressisti siano propugnati all’estero attraverso un uso sottile – ma palese – di personaggi e tematiche che spesso, ma non sempre, stravolgono anche la veridicità storica.

Hollywood lancia anche messaggi squisitamente rivolti al suo pubblico interno: le riprese del seguito di un film culto degli anni Ottanta, Top Gun, risponde anche – ma non solo – alla necessità delle forze armate statunitensi di accattivare i giovani a fronte del drastico calo degli arruolamenti, e di conseguenza dell’abbassamento dello standard qualitativo degli arruolati. Altri film sembrano voler preparare il pubblico a eventi remoti ma plausibili, come ad esempio attacchi hacker su vasta scala che potrebbero facilmente gettare nel caos il Paese e approfondire le fratture interne al punto da generare una nuova guerra di secessione.

Il Dragone soffia sulla pellicola

La Cina, sebbene non possa vantare una tradizione cinematografica di lungo corso come gli Stati Uniti, l’Europa o la stessa Russia, sta rapidamente guadagnando terreno al punto che le sue produzioni fanno ormai parte stabilmente del panorama della filmografia mondiale. Pechino, ad esempio, sta ampiamente ripescando nella sua storia millenaria per produrre pellicole di avventura in cui l’eroe si batte contro tiranni locali, facendo ampio ricorso alle arti marziali (in questo senso il vero soft power cinese), e soprattutto lo sta facendo appoggiandosi a case di produzione occidentali o comunque associandosi con produttori occidentali. Non bisogna però dimenticare che la Cina, al pari di altri, sta mettendo sul mercato estero anche film “di guerra” di argomento più moderno e contemporaneo, in cui si mostrano possibili azioni di forze speciali, o delle sue forze armate, all’estero in scenari fittizi ma verosimili.

Da quest’ultimo punto di vista è evidente sia l’ispirazione all’enorme filone cinematografico statunitense sullo stesso tema, sia la volontà del Politburo di mostrare un’immagine della Cina come attore che agisce per la sicurezza globale (ad esempio in Operation Red Sea – 2018). Tutte queste produzioni sfruttano anche la più lunga tradizione cinematografica di Hong Kong, affermatasi proprio grazie alle pellicole sulle arti marziali. Si potrebbe pensare, a ragion veduta, che l’ultima ondata di film cinesi “di guerra” sia indicativa del cambiamento di postura della politica estera cinese, che come sappiamo si è fatta più assertiva nel quadro della volontà di Pechino di diventare una potenza di riferimento mondiale, confrontandosi con gli Stati Uniti su tutti i livelli, compreso quello militare.

Il cinema russo resta confinato nel suo vicinato

La Russia utilizza il cinema in modo diverso, essendo rivolto al suo mercato interno e ai Paesi del suo estero vicino, ovvero quelli che un tempo facevano parte dell’Unione Sovietica e che erano a essa assoggettati. Sino a oggi, la produzione cinematografica russa si è appoggiata raramente a produttori esteri, e in linea generale le pellicole prodotte non hanno avuto ampia diffusione al di fuori del “mondo russo”, fatta eccezione per qualche raro caso (Age of pioneers e Salyut-7, entrambi del 2017).

Mosca, da anni, ha recuperato tutto l’apparato storiografico dell’Urss riguardante il secondo conflitto mondiale per instillare nella popolazione il ricordo e l’orgoglio per la vittoria contro il nazismo. Un esempio significativo da questo punto di vista è rappresentato dalla casa di produzione cinematografica Mosfilm. Si tratta di uno tra i più antichi studi in Europa, essendo nato nel 1923, che dopo un periodo di crisi negli anni novanta, è tornato a essere uno dei principali del mondo. In particolare, a partire dal 2011, ha rilasciato una selezione di film del suo archivio di epoca sovietica restaurati e in alta definizione riguardanti proprio la Grande Guerra Patriottica che possono essere visti coi sottotitoli in inglese.

La stessa produzione cinematografica moderna riflette il rinnovato senso patrio e il desiderio di propagandare i propri valori culturali definiti in contrapposizione rispetto a quelli “occidentali”: nelle sale russe è possibile vedere film di pregevole fattura che raccontano storie che arrivano dal recente conflitto siriano (Nebo – 2021) sino alle imprese del Gruppo Wagner nella Repubblica Centraficana (Tourist – 2021), passando per la produzione di nuove pellicole che riprendono battaglie o episodi della Seconda Guerra Mondiale, con un particolare senso del romantico che le rende appetibili anche al pubblico femminile.