Ci sarà un secondo round per Julian Assange e la sua lotta contro l’estradizione negli Usa. Lo ha deciso l’Alta Corte di Londra, tornata a riunirsi dopo oltre un mese per decidere dell’ammissibilità del ricorso del fondatore di WikiLeaks contro la decisione del governo di Londra di estradarlo oltre Atlantico. Lo ha comunicato, alle 11.41 odierne, l’agenzia Reuters con un sintetico lancio: Assange, scrive Reuters, “ha ottenuto dall’Alta Corte di Londra il permesso di portare la sua contestazione contro l’estradizione negli Stati Uniti in un’altra udienza martedì”. La Corte della capitale britannica “ha stabilito che Assange avrebbe potuto portare avanti il suo ricorso in udienza plenaria”, sottolineando che nella loro richiesta di estradizione riaperta da Mike Pompeo, William Barr e Donald Trump nel 2017 e proseguita dall’amministrazione di Joe Biden gli Stati Uniti non abbiano per ora fornito “garanzie soddisfacenti” sulla possibilità che per il furto di documenti e le divulgazioni di informazioni riservate Assange potesse appellarsi al Primo Emendamento e al contempo evitare reati punibili con la pena di morte.
Stella Assange, moglie del giornalista e attivista australiano, ieri si trovava a Perugia per ritirare il premio intitolato all’economista Federico Caffé, assegnato al marito. Dal capoluogo umbro Stella ha ricordato che, se estradato, Assange rischiava di morire di detenzione e stenti come Aleksej Navalny in Russia. E ha invitato i giudici di Londra a dare un’opportunità all’uomo che tra il 2009 e il 2010 aprì alla stampa gli archivi di WikiLeaks, che mostravano un’enorme pletora di documenti sensibili e di ampia rilevanza strategica circa presunti crimini di guerra, violazioni dei diritti umani e abusi dei governi occidentali, perpetrati soprattutto nella stagione delle guerre mediorientali.
Una sentenza che per i commentatori maggiormente vicini ad Assange rappresenta un successo solo parziale. Stefania Maurizi, giornalista che più di tutti in Italia ha seguito il caso, sul suo profilo X ha parlato di un verdetto chiaro “come l’acqua torbida”. Sottolineando come dall’appello consentito ad Assange si consentirebbe di discutere del tema estradizione solo su alcuni punti e non generalmente.
In altre parole, Assange non è scagionato. Ma il suo caso rimandato più in là, la Maurizi dice attorno al 20 maggio, per discutere dei termini operativi della possibile estradizione. Tutto questo però è subordinato al fatto che gli Usa non rispondano delle garanzie chieste dall’amministrazione giudiziaria britannica. In altre parole, Assange potrà fare discutere il suo caso se Washington non chiarirà i capi d’accusa, che passano anche per l’alto tradimento e l’applicazione dell’Espionage Act, che intende imporre al giornalista. Qualora Washington aprisse a una maggiore trasparenza, insomma, per Assange la via dell’estradizione sarebbe aperta. Ma chiaramente con un addebito ben inferiore al rischio di oltre 150 anni di galere pendente su di lui, in un processo che ha portato l’idea stessa di giornalismo alla sbarra.
In quest’ottica, qualcosa si sta muovendo sottobanco? Nei giorni scorsi due elementi danno adito a pensieri di questo tipo. Il dipartimento di Giustizia americano, è circolato da fonti giornalistiche, starebbe lavorando a un’ampia offerta di patteggiamento ad Assange, che comporterebbe l’assunzione di un’accusa di cattiva gestione di informazioni riservate, fonte di messa in mora dell’accusa dell’Espionage Act, e a una lieve condanna al giornalista. E la scorsa settimana nientemeno che Barack Obama, il presidente che aprì e chiuse il primo caso Assange graziando il whistleblower Chelsea Manning e archiviando la prima procedura contro il giornalista, si è recato a Londra a trovare il primo ministro britannico Rishi Sunak. Agenda dell’incontro? Top secret. Ma difficile che il caso Assange sia stato dimenticato…

