Trump e Harris, la guerra dei podcast e la crisi della stampa tradizionale

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L’annuncio a sorpresa di due giornali “liberal” come il Washington Post e il Los Angeles Times di non appoggiare ufficialmente nessuno dei due candidata alla Casa Bianca ha fatto infuriare una ristretta élite di giornalisti, editorialisti e opinionisti, che hanno manifestato il loro disappunto sui social. A detta loro, i due quotidianI avrebbero dovuto sostenere pubblicamente la democratica Kamala Harris, come se questi endorsement fossero in qualche modo fondamentali al fine di scongiurare un possibile ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump dopo le elezioni presidenziali del 5 novembre. Il direttore del Washington Post, Will Lewis, ha spiegato in un editoriale che la scelta di non sostenere esplicitamente un candidato rappresenta un ritorno a una vecchia tradizione del giornale di non schierarsi politicamente. Questa decisione, ha affermato, riflette la fiducia del giornale nella capacità dei lettori di formarsi un’opinione indipendente. Secondo altre indiscrezioni, invece, un endorsement per Kamala Harris era stato effettivamente elaborato, ma non è stato pubblicato. Questo perché Jeff Bezos, il fondatore di Amazon e proprietario miliardario della testata, ne avrebbe bloccato la pubblicazione.

La crisi dei giornali e l’ascesa dei podcast

Al di là di come sia effettivamente andata, le polemiche sul mancato endorsement per Kamala Harris da parte degli addetti di lavori sono un po’ fuori dal mondo e spiegano quanto questa élite sia autoreferenziale e sconnessa dalla realtà. Come spiega l’Associated Press, in molte aree d’America, i giornali locali stanno scomparendo, mentre i grandi media tradizionali, come il Washington Post, il New York Times e altri, lottano per adattarsi a un panorama in rapida evoluzione, influenzato dall’economia di internet e dal cambiamento drastico delle abitudini di lettura. Questo fenomeno è particolarmente evidente nell’arena politica: quest’anno, sia Harris che Trump hanno evitato interviste con media tradizionali, preferendo i podcast e altri canali d’informazione che stanno prendendo sempre più piede a scapito del “mainstream”.

I podcast, in particolare, sono diventati una piattaforma popolare per approfondire i temi politici ed elettorali, grazie alla possibilità di affrontare lunghe discussioni che permettono ai candidati di presentare le proprie posizioni in modo diretto e personale. Il pubblico di questi podcast è spesso più giovane e meglio istruito rispetto alla media, con un numero crescente di ascoltatori interessati sia a contenuti progressisti che conservatori. Negli Stati Uniti, infatti, i podcast rappresentano una fonte d’informazione sempre più rilevante: circa il 27% degli adulti americani utilizza regolarmente i podcast per informarsi, una percentuale cresciuta costantemente negli ultimi anni. Altro dato interessante, la fiducia nel contenuto dei podcast, rispetto ai media tradizionali, è generalmente alta; l’87% di coloro che li ascoltano afferma di considerare “accurate” le informazioni che vi trovano, con molti ascoltatori che preferiscono questi canali per il loro approccio diretto e approfondito. 

Nel frattempo, sul fronte dei contenuti scritti, piattaforme come Substack stanno sempre di più guadagnando terreno, poiché offrono una gamma di opinioni indipendenti e spesso non allineate ai media tradizionali, un’attrattiva forte per coloro che cercano prospettive diverse. Su questa piattaforma scrivono infatti giornalisti famosi e pluripremiati come Matt Taibbi, Lee Fang, Ken Klippenstein, Seymour Hersh e tantissimi altri. Anche Rumble, un’alternativa a YouTube utilizzata principalmente dagli attivisti repubblicani, è diventata una piattaforma di riferimento per i sostenitori di Donald Trump, che lì trovano contenuti meno soggetti alla moderazione – e alla censura – delle grandi piattaforme social. 

26 milioni di persone per Trump da Rogan

Conscio del cambiamento in atto, come nota il Guardian, negli ultimi tempi Trump ha adottato una strategia soprannominata “podcast populism”, che consiste in una serie di apparizioni in otto podcast molto seguiti, in particolare da un pubblico maschile, che hanno generato una serie di momenti virali. Il candidato del God è apparso in programmi come Full Send, Bussin’ With the Boys e PBD Podcast, dove ha ribadito le sue opinioni in modo molto diretto, com’è nel suo stile, e senza fronzoli, come piace appunto al pubblico dei podcast. Ha poi partecipato a podcast di grandi star come Andrew Schulz (Flagrant) e Theo Von, un giovane conduttore noto per il suo stile anticonformista, con cui ha discusso argomenti vari e anche personali.

Inoltre, lo scorso weekend, il candidato repubblicano Donald Trump è stato ospite dello show del popolare conduttore Joe Rogan, che conta un’audience immensa, ben 30 volte quella della CNN: l’intervista è stato un successo e ha raggiunto più di oltre 26 milioni di visualizzazioni nelle prime 24 ore dalla pubblicazione. Un evento a suo modo storico, che è stato commentato e ripreso da tutti i grandi media internazionali (spesso per contestare le affermazioni dell’ex presidente).

In un thread pubblicato su X, Alessandro Aresu spiega che l’ex presidente ha trovato un nuovo modo di comunicare attraverso queste piattaforme, gestendo le interviste persino meglio di quelle tradizionali, utilizzando uno stile che alterna storie personali a commenti divertenti, adottando un linguaggio semplice e “connettendosi” con il pubblico. “Con Rogan – nota Aresu – Trump inserisce storie familiari, come quella dello zio professore al MIT, ma soprattutto un’infinità di interventi e di episodi sul wrestling, come punto di connessione col suo interlocutore”.  

Sul fronte opposto, anche Kamala Harris ha partecipato a diversi podcast negli ultimi mesi. Tra le sue apparizioni più rilevanti vanno registrate quelle su Call Her Daddy, dove ha discusso di aborto e di diritti riproduttivi, nonché di temi personali come la scelta di non avere figli. È stata ospite di Howard Stern, dove ha parlato del suo amore per Prince, ed è apparsa a Charlamagne Tha God, un popolare programma radiofonico per afroamericani. 

Chi dei due si è comportato meglio? Anche se non sposteranno milioni di voti e (probabilmente) non determineranno l’esito di queste elezioni incerte, l’indiscussa popolarità di Trump e la sua capacità di connettersi con il pubblico dei podcast, anche attraverso opinioni e affermazioni divisive e controverse, rappresentano senz’altro una cattiva notizia per i dem, molto più del mancato endorsement del Washington Post per Kamala Harris. Che, nonostante l’indignazione di alcuni, non avrà alcun peso su come andranno queste elezioni presidenziali.