Trump dichiara guerra alla “censura” social

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Il 20 gennaio, il presidente Donald Trump ha annunciato una nuova era per la libertà di espressione negli Stati Uniti, circondato da alcuni dei più influenti leader delle Big Tech, le cui piattaforme sono state al centro di accuse di censura durante l’amministrazione Biden, come peraltro ha ammesso candidato il CEO di Meta, Mark Zuckerberg. Poche ore dopo, Trump è passato dalle parole ai fatti, firmando un ordine esecutivo che vieta al governo federale di finanziare qualsiasi misura che limiti la libertà di parola dei cittadini americani.

La mossa di Trump contro il “Complesso della Censura”

Come osserva RealClearInvestigations, si tratta di una dichiarazione di guerra del presidente Usa al cosiddetto “Complesso della Censura”, un sistema formato da agenzie governative, think-tank e altri enti che il cui obiettivo è mettere dei paletti contro il “free speech”, anche andando contro la Costituzione americana.

L’ordine esecutivo rappresenta l’ultimo capitolo di una guerra in corso per il controllo della piazza digitale. Durante un discorso al World Economic Forum di Davos, Trump ha sottolineato l’importanza della libertà di parola, sfidando la narrativa dominante che identifica la “disinformazione” come una delle principali minacce globali.

Successivamente, il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito questo messaggio, pubblicando un documento che delinea le priorità del Dipartimento di Stato. Rubio ha affermato che il Dipartimento deve “fermare la censura e la soppressione delle informazioni“, promettendo di difendere il diritto alla libertà di espressione degli americani e di porre fine ai programmi che portano alla censura.

I dubbi sull’iniziativa dell’amministrazione repubblicana

Nonostante l’entusiasmo dei sostenitori, l’ordine esecutivo ha sollevato dubbi e critiche. Alex Abdo, direttore del Knight First Amendment Institute alla Columbia University, citato da RealClearInvestigations, ha avvertito che l’iniziativa potrebbe essere utilizzata per scopi censori dall’amministrazione stessa, trasformandosi in uno strumento per colpire ricercatori e organizzazioni impegnate in attività protette dal Primo Emendamento. Altro osservano che la disinformazione online potrebbe minare la coesione sociale, anche se questa – sacrosanta – osservazione è stata spesso impiegata non per censurare le cosiddette “fake news” ma anche le opinioni legittime.

Intanto, il Congresso si prepara a sostenere l’iniziativa di Trump con una serie di proposte legislative. Il senatore Rand Paul ha reintrodotto il “Free Speech Protection Act”, che mira a vietare ai dipendenti federali di influenzare le piattaforme online per censurare discorsi protetti e a imporre sanzioni severe per chi viola la legge.

Mentre l’amministrazione Trump si impegna a smantellare i meccanismi di censura, rimangono domande aperte su come verranno affrontate le sfide legate alla disinformazione e alla sicurezza nazionale. Con un ecosistema globale di contrasto alla disinformazione ancora attivo e una burocrazia federale che potrebbe resistere ai cambiamenti, la battaglia per la libertà di parola è destinata a continuare. Una cosa è certa: l’ordine esecutivo di Trump ha riacceso il dibattito su uno dei principi fondamentali della democrazia americana.