L’11 maggio 2026, l’editorialista del New York Times Nicholas Kristof pubblica un’inchiesta destinata a riaprire il dibattito internazionale sulle violenze dell’IDF nel genocidio di Gaza. Il titolo è “The Silence That Meets the Rape of Palestinians” e il lavoro si basa su rapporti delle Nazioni Unite, documentazione di organizzazioni internazionali e interviste a quattordici sopravvissuti palestinesi — uomini, donne e bambini — che denunciano torture e violenze sessuali durante la detenzione israeliana. Nell’articolo, la violenza sessuale contro i detenuti palestinesi viene descritta da più testimonianze come una pratica sistematica, una sorta di “procedura operativa standard”.
Il giorno successivo, il 12 maggio, gran parte dei principali media occidentali — New York Times, Associated Press, CNN, BBC e numerose testate europee — rilanciano invece un altro dossier: “Silenced No More – Sexual Terror Unveiled: The Untold Atrocities of October 7 and Against Hostages in Captivity”, pubblicato dalla Civil Commission on October 7th Crimes by Hamas Against Women and Children. Il rapporto viene presentato come la più ampia e dettagliata raccolta di prove sulle presunte violenze sessuali sistematiche commesse da Hamas il 7 ottobre 2023.
I media parlano di “inchiesta definitiva”, “documentazione più completa mai raccolta”, “dossier cruciale”. Eppure, già leggendo attentamente gli stessi articoli che ne celebrano le conclusioni, emerge un problema enorme: il materiale utilizzato non è verificabile indipendentemente. L’Associated Press ammette che gran parte dell’archivio resta segreto. Il New York Times scrive che i documenti e le testimonianze sono stati secretati “per proteggere la privacy delle vittime”. In pratica, l’opinione pubblica e la comunità internazionale vengono chiamate a considerare il rapporto come una prova decisiva senza poter accedere direttamente alla documentazione su cui si basa.
Più schierati di così…
Ma il problema più profondo non riguarda soltanto l’assenza di verificabilità esterna. Riguarda soprattutto chi ha prodotto quel dossier. Dietro il rapporto c’è infatti un gruppo di figure che, osservando le loro attività pubbliche, appaiono apertamente schierate sul piano politico e ideologico. Non si tratta semplicemente di simpatizzanti di Israele, ma di persone che sui social condividono propaganda governativa, celebrano l’IDF, rilanciano i messaggi di Netanyahu e sostengono apertamente la narrativa militare israeliana durante il genocidio a Gaza.
La figura più centrale è Sharon Rapaport-Palgi, indicata nel rapporto come Lead Documentor, ovvero la persona che guida il team incaricato di raccogliere testimonianze e documentazione sui casi analizzati. Il suo ruolo è fondamentale: è una delle figure che hanno materialmente contribuito all’ideazione e costruzione del dossier. Eppure, osservando la sua attività pubblica su X, emerge una posizione politica tutt’altro che neutrale. In un post del 13 giugno 2025, Sharon Rapaport-Palgi pubblica il messaggio “Stand with Israel”, accompagnandolo con la ricondivisione di un contenuto ufficiale dell’IDF che recita “History is watching you” e “Decide before it’s too late”. Il video condiviso utilizza un linguaggio tipico della comunicazione bellica e morale dell’esercito israeliano. Non è il comportamento di una ricercatrice che mantiene una distanza professionale dal conflitto, ma quello di una figura pienamente coinvolta nella mobilitazione narrativa a favore dello Stato israeliano e delle sue forze armate. Questa linea emerge ancora più chiaramente in altri re-post. Rapaport-Palgi rilancia ad esempio un contenuto pubblicato da John Spencer, nel quale Spencer sostiene che l’IDF abbia “implementato più misure per prevenire danni ai civili di qualsiasi altro esercito nella storia”.
In un altro caso, Sharon Rapaport-Palgi ricondivide un post di COGAT, l’organo ufficiale israeliano responsabile delle attività nei territori palestinesi. Nel contenuto si sostiene che Hamas avrebbe utilizzato una scuola dell’UNRWA come base operativa, amplificando la propaganda che vede la principale agenzia umanitaria colpita dall’etichetta di “strumento di Hamas”.
Uno dei repost più controversi riguarda invece un contenuto condiviso dall’account ufficiale di Israele nel febbraio 2025. Nel video si vedono bambini palestinesi armati durante una liberazione di ostaggi a Gaza e il messaggio che accompagna il post recita “Hamas is creating the next generation of terrorists”. Anche questo contenuto viene rilanciato da Sharon Rapaport-Palgi senza alcuna contestualizzazione critica. La questione è delicatissima: una persona incaricata di raccogliere prove e testimonianze per un rapporto destinato a organismi internazionali contribuisce contemporaneamente alla diffusione di contenuti che descrivono bambini palestinesi come futuri terroristi e celebra le gesta dell’IDF. In qualsiasi standard investigativo internazionale, una simile esposizione ideologica rappresenterebbe un evidente problema di imparzialità.
Elkayam-Levy, nemmeno gli israeliani le credono
Accanto a Rapaport-Palgi emerge poi il caso di Orna Weinstein, che ha fatto parte del team di ricerca. Da un controllo dei suoi profili social pubblici emerge una descrizione personale estremamente esplicita: “Former combat soldier at IDF”. Nel profilo Facebook pubblicamente accessibile, Weinstein si presenta come ex combattente dell’esercito israeliano, residente a Jaffa e laureata alla Hebrew University of Jerusalem. Il problema non è il servizio militare in sé — esperienza comune in Israele — ma il fatto che una persona che si definisce apertamente ex combattente dell’IDF partecipi alla redazione di un dossier internazionale che dovrebbe ricostruire presunti crimini di guerra con criteri di assoluta neutralità.
Il nodo dei conflitti d’interesse diventa ancora più evidente osservando la figura di Irwin Cotler, indicato come principal contributor del rapporto. Cotler è un avvocato, accademico ed ex ministro della Giustizia canadese, noto da decenni per il suo attivismo sui diritti umani ma anche per il suo storico sostegno alle posizioni israeliane in ambito internazionale. È stato tra i giuristi che hanno contestato la giurisdizione della Corte Penale Internazionale sui territori palestinesi, sostenendo che la Palestina non dovesse essere considerata uno Stato ai sensi dello Statuto di Roma. Nel gennaio 2024 ha inoltre criticato il procedimento avviato dal Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia contro Israele, dichiarando che Israele “cerca costantemente di minimizzare i danni ai civili” attraverso volantini, messaggi telefonici, corridoi umanitari e zone di evacuazione. Posizioni che coincidono perfettamente con la linea difensiva del governo israeliano.
Dietro la Civil Commission compare infine Cochav Elkayam-Levy, fondatrice e presidente dell’organizzazione. Ed è proprio attorno alla figura di Elkayam-Levy che emergono alcune delle contestazioni più pesanti sulla credibilità dell’intero progetto. La Civil Commission, iniziativa lanciata subito dopo il 7 ottobre, era già stata fortemente criticata dalla stampa israeliana oltre due anni fa. Secondo Ynet, testata collegata al quotidiano Yedioth Ahronoth, diversi funzionari governativi israeliani avrebbero preso le distanze dal lavoro della Commissione per problemi metodologici e mancanza di accuratezza. Una fonte governativa israeliana dichiarò che “le persone hanno preso le distanze da lei perché la sua indagine non è accurata”, aggiungendo che Elkayam-Levy aveva contribuito a diffondere nei media internazionali la falsa storia di combattenti palestinesi che avrebbero “squarciato il ventre di una donna incinta”, episodio poi rivelatosi infondato.
In precedenza era inoltre emerso che Elkayam-Levy aveva utilizzato la fotografia di una combattente curda morta anni prima in un altro Paese, presentandola come vittima delle violenze del 7 ottobre. Le critiche non si limitarono alla metodologia. Secondo Ynet, funzionari israeliani accusarono Elkayam-Levy anche di opportunismo economico.
La rete dei finanziatori
Leggendo il rapporto integrale, gli autori sostengono di aver realizzato oltre 430 “interviste formali e informali, testimonianze e incontri” e di aver analizzato media reports, documentari, podcast, audizioni parlamentari e più di 10.000 fotografie e segmenti video per un totale di oltre 1.800 ore di materiale. Tuttavia il rapporto non fornisce un elenco chiaro delle presunte vittime di stupro, non quantifica il numero dei casi verificati e non chiarisce quanti episodi derivino da testimonianze dirette, voci indirette o affermazioni basate sull’osservazione dei corpi.
Il rapporto cita inoltre ripetutamente membri di ZAKA, l’organizzazione israeliana di soccorso che aveva contribuito alla diffusione di alcune delle false narrazioni più note del post-7 ottobre, come la storia dei “40 bambini decapitati”, smontata anche da InsideOver con un’analisi open source approfondita.
Un ulteriore elemento riguarda la rete di finanziatori e partner indicata dalla stessa Civil Commission. Sul sito dell’organizzazione compaiono numerose fondazioni, federazioni e organizzazioni filantropiche legate al mondo ebraico e pro-Israele: Jewish Federations of North America, Jewish Federation Los Angeles, UJA Federation New York, Jewish United Fund Chicago, Combined Jewish Philanthropies, Jewish Federation of Greater Philadelphia, Jewish Federation of San Diego, New Israel Fund, Wilf Family Foundations, Schusterman Family Philanthropies, Israel at Heart, UCEI, oltre al governo canadese, all’ambasciata tedesca a Tel Aviv e a partner privati come Microsoft, Wix e CloudEdge. Questa costellazione di soggetti non prova di per sé un condizionamento diretto sul contenuto del rapporto, ma mostra che il dossier nasce e circola dentro un ecosistema politico, finanziario e comunicativo fortemente connesso alla difesa pubblica di Israele.