È passato più di un quarto di secolo da quando Sir Anthony Charles Lynton Blair KG, meglio conosciuto come Tony Blair, divenne, nel maggio del 1997, Primo ministro del Regno Unito. La sua elezione, dopo 18 anni ininterrotti di governo conservatore, venne vista come una boccata d’aria fresca da quella working class britannica che non aveva mai digerito il neoliberismo della “Lady di ferro” Margaret Tatcher. Dopodiché, sul fronte economico-sociale, il giovane Tony Blair sposò la “terza via” e trasformò il Labour in un partito più di centro che di sinistra, tradendo molte delle promesse fatte a quella stessa classe lavoratrice. Lasciata Downing Street nel 2007, Blair si dedicò a diverse attività: inviato speciale per il Quartetto sul Medio Oriente (2007-2015), ha fondato nel 2016 la sua organizzazione “filantropica”, la Tony Blair Institute for Global Change, prima di diventare consulente per diversi Governi e leader mondiali.
Il nuovo libro dell’ex premier
L’ex premier, a 71 anni, ha ora deciso di pubblicare il suo nuovo libro Leadership, l’arte di governare, primo volume pubblicato dalla Silvio Berlusconi Editore, la nuova casa editrice fondata da Marina Berlusconi, presidente di Fininvest e della Mondadori. La stampa lo esalta, a cominciare dal Guardian, che ha dedicato un lungo articolo al saggio in cui vengono dispensati consigli sull’arte di governare. Tony Blair riflette sulle fasi della leadership: nella prima, a suo dire, i leader sono ricettivi perché consapevoli della loro inesperienza. Nella seconda, credono di sapere tutto, diventano arroganti e meno disposti ad ascoltare, il che li rende vulnerabili. La maturità, nella terza fase, arriva con la consapevolezza che la loro esperienza non è completa, portandoli a riscoprire l’umiltà e a imparare di nuovo. In Italia, il quotidiano La Repubblica, che nel titolo lo definisce “maestro di leadership”, ricorda come sia l’unico laburista della storia a essere stato eletto tre volte consecutive a Downing Street.
Caro Blair, cosa puoi dirci dell’Iraq?
Fin qui, tutto bene. O quasi. Davvero si può imparare qualcosa da un leader che, nel 2003, insieme all’allora presidente americano George W. Bush, promosse sulla base di false informazioni date in pasto ai media e all’opinione pubblica l’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein? È giusto ricordare qualche numero. Secondo alcune fonti, tra cui il progetto Iraq Body Count, il numero di vittime civili irachene è stimato tra 150.000 e 200.000. Ma secondo altri studi, come quello della rivista Lancet e altre fonti accademiche, il numero totale di morti, inclusi combattenti e civili, potrebbe superare il milione.
Quella guerra, voluta in primo luogo da Bush e Blair, causò anche un’enorme crisi umanitaria, con milioni di iracheni costretti a lasciare le loro case. Si stima che circa 4,7 milioni di persone siano state sfollate internamente o abbiano cercato rifugio all’estero durante e dopo il conflitto. Senza contare un altro aspetto gravissimo: la destabilizzazione dell’Iraq dopo l’invasione del 2003 di angloamericani e alleati creò un contesto favorevole alla nascita e alla crescita dei terroristi dell’ISIS-Daesh. Il crollo del regime di Saddam Hussein portò infatti a un vuoto di potere, esacerbato da tensioni settarie tra sunniti, sciiti e curdi, in cui l’estremismo jihadista proliferò. Insomma, un disastro sotto ogni punto di vista.
Il rapporto che inchioda l’ex Primo ministro
Non è una questione di opinioni. C’è un rapporto che inchioda Tony Blair alle sue responsabilità. La Commissione Chilcot, ufficialmente nota come Iraq Inquiry, ha pubblicato il suo rapporto nel 2016, esaminando il coinvolgimento del Regno Unito nella guerra in Iraq del 2003. Il dossier ha infatti stabilito che Blair decise di invadere l’Iraq prima che fosse stata esaurientemente esplorata la possibilità di una risoluzione diplomatica, dopo che gli Stati Uniti accusarono Saddam Hussein di essere in possesso di quelle armi di distruzioni di massa che, come sappiamo, non esistevano. Peccato che, come ha stabilito lo stesso rapporto, le informazioni di intelligence, usate per giustificare la guerra, fossero “imprecise e non giustificate”, cosa di cui Tony Blair era perfettamente a conoscenza.
Senza contare la totale mancanza di lungimiranza e pianificazione: la Commissione ha infatti criticato Blair e il suo Governo per non aver pianificato adeguatamente le conseguenze del conflitto, in particolare la gestione post-bellica dell’Iraq, che ha portato a un lungo periodo di instabilità, morte e violenza. Insomma, Tony Blair è stato tutto fuorché un leader lungimirante e ha promosso una guerra costata la vita a centinaia di migliaia di persone. Ma nell’Occidente dei doppi standard, anche un politico come Tony Blair può diventare “maestro di leadership”. Semmai, come cantava Bob Dylan nel 1963, è uno dei Masters of War, uno dei tanti Signori della guerra della storia recente.

