Chissà se ci sono mai stati in Europa episodi simili all’intervista-fiume al ministro Gennaro Sangiuliano, andata in onda sul Tg1 per 17 minuti filati mercoledì, in cui il titolare di un dicastero parla della sua relazione extraconiugale, scoppia a piangere, chiede scusa al premier, parla di “chat” che potrebbero saltar fuori, garantisce di non aver speso un euro di denaro pubblico per l’amante.
Milioni di italiani avranno realizzato che nemmeno ai tempi del berlusconismo si era mai vista, forse, una cosa del genere. Un ministro, diretta emanazione della premier Giorgia Meloni, accusato di aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale e di essersi macchiato di peculato per aver fatto entrare Maria Rosaria Boccia nelle stanze di Montecitorio senza averne alcun titolo, e di averle quasi affidato il ruolo di consulente per il G7 della Cultura, sposta il piano della narrazione sugli archetipi della commedia all’italiana: la debolezza, le corna, la moglie. Il tutto raccontato con un grandissimo sbrego in testa, coperto a malapena dal cerone.
È indiscutibile la distorsione del servizio pubblico, messo a disposizione del ministro per scopi politici e privati da parte del Governo. Sostenere che Sangiuliano dovesse riferire in Parlamento, spiega l’esperto di comunicazione politico di Proforma, Dino Amenduni “è corretto da un punto di vista metodologico ma si scontra drammaticamente con le regole contemporanee della comunicazione politica e di crisi”. I tempi della discussione parlamentare, spiega, sarebbero stati troppo lunghi.
Del resto, scagli la prima pietra chi è senza peccato. “L’intervista è ciò che qualsiasi direttore di giornale avrebbe fatto se ne avesse avuto la possibilità, non si ricorda niente di simile da anni”, continua Amenduni. Che cita un altro caso di crisis management eclatante: Chiara Ferragni. Che però “non ha fatto niente di paragonabile”. È l’apoteosi di TeleMeloni, dicono i critici. Una premier che, pur di salvare un ministro imbarazzante già prima dello scandalo, legato alla 41enne imprenditrice di Pompei, ha costretto la Rai a una umiliazione internazionale. La stessa Meloni che poi ha dichiarato: “Siamo sempre stati i giudici più implacabili di noi stessi, e dobbiamo continuare ad esserlo”, senza rendersi conto di delirare.
Altrettanto vera e incontestabile è la posizione di debolezza in cui si trova la leader conservatrice. Negli stessi giorni dello scandalo Boccia, l’occupazione in Italia ha raggiunto un nuovo record con un aumento di 56mila persone al lavoro. Il tasso di disoccupazione è sceso al 6,5%. Eppure tutto questo è occultato dalla vicenda di Sangiuliano, ormai un ministro ingombrante e delegittimato. TeleMeloni, con la sua Camelot di giornalisti e autori fedeli, forse esisterà pure ma a cosa serve, nel momento in cui il Governo ha perso il controllo della narrazione?
L’uso di Instagram, i ritmi e i tempi di rilascio dei documenti da parte di Boccia, fino a oggi conosciuta per essere esperta di “wedding”, sono una campagna di character assassination perfetta, con una strategia comunicativa molto efficace. Ora che è stata abbandonata da Sangiuliano completamente, anche sulla televisione pubblica oltre che nel privato, potrebbe aver esaurito le sue carte. Ma ha riportato il peso della pressione politica su un Governo che ha ben più importanti gatte da pelare, come la legge di bilancio, la finora deludente gestione delle alleanze europee, la guerra in Ucraina e altri ministri non molto più integerrimi di Sangiuliano.
Forse la premier sta accettando tutto questo per evitare un rimpasto di governo. Le dimissioni di Sangiuliano potrebbero complicare la posizione di mezzo governo, con Fratelli d’Italia privato di un ministro centrale nel partito e con la Lega e Forza Italia (sempre più spostata al centro) pronti a chiedere una nuova fiducia o un restyling alla maggioranza.
Fatto sta che TeleMeloni sembra aver presentato al pubblico un’intervista vera, pur costruita ad arte. Un episodio da regime tragicomico, da Repubblica delle banane che rivela qualcosa in più della gestione scriteriata del potere di un uomo: l’incapacità dell’outsider di Garbatella di dettare la agenda ai media. La tanto attesa egemonia culturale della destra è riassunta in quello sbrego in testa a Sangiuliano.

