Fa indubbiamente piacere che una testata prestigiosa come il Wall Street Journal non si sia accontentata dei soliti luoghi comuni e abbia impiegato i suoi indubbiamente potenti mezzi per continuare a indagare in questi mesi, fino a giungere a una precisa conclusione: la morte di Aleksej Navalny, nello scorso febbraio, non fu ordinata da Vladimir Putin. Anche se, ovviamente, il leader russo porta su di sé tutta la responsabilità morale per la scomparsa del dissidente, dall’avvelenamento a opera di agenti dell’Fsb nel 2020 all’arresto nel 2021, dalle condanne spropositate per presunti reati di evasione fiscale e truffa al trasferimento nella colonia penale n.3 oltre il circolo polare artico. Di fatto, l’intelligence e la grande stampa Usa sono arrivate oggi alle conclusioni che noi di InsideOver avevamo tirato già nei giorni successivi alla morte di Navalny, avvenuta il 16 febbraio del 2023. Quando da noi, sull’esempio di Joe Biden, grandi giornalisti e piccoli cervelli facevano a gara nel dire che non solo Navalny era stato assassinato ma che era stato proprio il Cremlino a dare l’ordine. Il che spiega anche perché quasi tutti i giornali (fa eccezione, come spesso capita, il Corriere della Sera) ora non danno la contro-notizia o la nascondono dietro titoli acrobatici o ambigui.
Ci si può legittimamente chiedere: che differenza fa? Che cosa importa se Putin ha dato l’ordine oppure no? Navalny stava dove stava a causa sua, no? Vero. E di certo non è del “buon nome” di Putin che ci preoccupiamo. Cosa che sarebbe del resto ridicola, parlando di un leader politico che, decidendo di invadere l’Ucraina, si è reso responsabile non di una ma di centinaia di migliaia di morti, come Bush per l’Iraq e Cameron e Sarkozy per la Libia. Però una differenza tra la cronaca (come vedete non proviamo nemmeno a usare la parola “verità”) e il tifo e la propaganda la vogliamo conservare o no? Se non altro per capire un po’ meglio quel che succede, e quindi giudicare gli eventi con qualche elemento utile in più. E capire meglio, da sempre, è un vantaggio. Almeno per il cittadino. Per chi comanda non si sa.
E che non potesse esser stato Putin a dare l’ordine era non chiaro ma chiarissimo. Per tante ragioni. La prima: un mese dopo la morte di Navalny si sarebbero tenute in Russia le elezioni presidenziali. Una messa in scena, direte voi, un gigantesco villaggio Potjomkin edificato per plebiscitare Putin e le sue politiche. Giusto. Ma proprio per questo la morte sospetta del più illustre dissidente russo contemporaneo tutto poteva fare tranne che gli interessi dello Zar. Tra l’altro, proprio quelli che gridavano “Putin assassino” a proposito di Navalny erano gli stessi che accusavano il Cremlino di aver ordito un complotto per eliminare dalle presidenziali la candidatura di Boris Nadezhdin, il politico contrario alla guerra in Ucraina. E secondo voi, Putin temeva la “cattiva pubblicità” della candidatura Nadezhdin e non temeva quella derivante dalla morte sospetta di Navalny?
Inoltre: quando infine il corpo di Navalny fu restituito alla famiglia (e non in ritardo ma nei tempi previsti dalla legge russa, per quel che importa), nessuno dei suoi cari parlò di ferite, traumi, avvelenamenti o di segnali di morte provocata. Anche la moglie, Julija Navalnaja, pur continuando ad accusare Putin, ha fatto cenno a una causa specifica e violenta per la morte del marito. A sostenere la tesi dell’ordine dato da Putin restano i collaboratori di Navalny, i fedelissimi come Leonid Volkov e Maria Pevchikh. Rispettiamo il loro parere, sicuramente più documentato del nostro. Ma vorremmo sapere di quali fonti disponessero all’interno del carcere n.3 per esserne così sicuri. E ci permettiamo anche di osservare che la tesi “Putin mandante dei killer” è er loro, per il loro dolore come per le loro posizioni politiche, un po’ troppo più conveniente della tesi della morte prematura e naturale.
Infine: la stessa Pevchikh ha detto che la Fondazione a suo tempo creata da Navalny e ora gestita da loro ebbe una qualche parte nella trattativa, poi confermata anche da Putin, per scambiare Navalny con Vadim Krasikov, l’agente del Gru (l’intelligence militare russa) che nel 2019 uccise a Berlino Zelimkhan Khangoshvili, un georgiano che aveva combattuto con gli indipendentisti ceceni e che era addirittura considerato uno dei pianificatori della strage del 2004 nella scuola di Beslan. Ma se la trattativa era in piedi perché Putin avrebbe dovuto far ammazzare Navalny, elemento indispensabile della triangolazione Russia-Usa-Germania? Perché rinunciare così a riportare a casa quello che in Russia sarebbe di certo stato accolto come un eroe, solo per il gusto di far ammazzare un dissidente ormai annientato e lontano da tutti, e dopo aver sbandato tutte le sue organizzazioni ed esiliato tutti i suoi collaboratori?
Ma tant’è. Ci tocca sperare, per un po’ di notizie affidabili, nei servizi segreti americani, perché da noi è tutto un fosse comuni in Libia e bambini israeliani decapitati a Gaza. Chi l’avrebbe mai detto.
